Persuasione: la tenera storia di un’ameba

Sono passati diversi anni ormai, da quando ho divorato con una certa avidità opere che ho considerato magnifiche, intitolate Orgoglio e Pregiudizio/ Ragione e Sentimento. Grazie ad un’offerta occasionale sui Best Sellers, mi sono reimbattuta in Jane Austen con un titolo che non conoscevo, ovvero Persuasione.

Si tratta di un romanzo scritto nella piena maturità letteraria della scrittrice, dove come sempre compare, attraverso intrecci amorosi, una deliziosa satira dell’Inghilterra della prima metà dell’800. Le vicende ruotano intorno agli aristocratici Elliot, con a capo sir Walter, vedovo egocentrico e vanitoso, avente tre figlie: Elizabeth, la maggiore, la sua copia spiccicata al femminile e per questo motivo la sua preferita, Anne la mezzana, dolce come la madre ma tanto introversa da passare inosservata e, infine, Mary la capricciosa, unita in matrimonio con Charles Musgrove. Poiché ormai le ragazze non possono più contare su una figura materna, l’educazione di Anne in particolare viene affidata a Lady Russell, cara amica della defunta. Quest’ultima considera Anne come una figlia e, quando viene a sapere che la ragazza si è innamorata di un ufficiale di Marina, la persuade a rompere il fidanzamento in quanto lo considera poco vantaggioso. Otto anni dopo la fanciulla, amaramente pentita di aver dato ascolto alla sua tutrice, rincontra il suo primo amore, che nel frattempo è diventato colonnello dopo una carriera fortuita. Riuscirà a riconquistare ciò che si era lasciata alle spalle?

Devo essere sincera: per me scegliere di leggere Jane Austen vuol dire andare sul sicuro e certamente non è un caso se si tratta di una delle maggiori figure di spicco nella narrativa inglese. Dopo qualche lettura deludente, avevo proprio bisogno di “rifarmi gli occhi”. Devo, tuttavia, precisare che non mi ricordavo che il ritmo dei suoi romanzi procedesse tanto a rilento o forse è la protagonista che non mi ha fatto entusiasmare. Sì perché, lontana anni luce dalla vivace Elizabeth di Orgoglio e Pregiudizio, Anne mi è sembrata più vicina al personaggio di Jane, con una personalità all’inizio molto più spenta. In 2/3 del romanzo ho trovato il suo atteggiamento insopportabile: semplicemente un’ameba. Nella trama in quarta pagina dice che “decide di giocarsi ogni possibilità” per conquistare il suo amato. E che strategia avrebbe adottato? Quella di appostarsi nascosta sotto la sabbia per attaccare nel caso in cui il colonnello Wentworth fosse PER CASO passato vicino a lei? No, perché la tattica non stava funzionando molto, tanto che lui all’inizio sembra addirittura provarci con un’altra. E non è finita! Questa ragazza ha la straordinaria capacità di farsi film mentali dal più piccolo gesto di attenzione, che sia una fugace occhiata o un sospiro di troppo, ma non capisce che un gentiluomo (di cui non dirò il nome per non spoilerare troppo) ci prova con lei da almeno due settimane. Alla fine del romanzo Anne finalmente sembra abbia deciso di tirare fuori il carattere, arrivando a fare ragionamenti del tipo “ah ma io lo sapevo che questo qui era una brutta perzona! Sì, sì!”. Certo e fino al giorno prima il soggetto in questione lo considerava una piacevolissima compagnia.

Scherzi a parte, al di là della descrizione ironica della protagonista, penso che l’illusione della lentezza del ritmo sia data solo dal suo carattere. In alcuni momenti sembra quasi che la storia raggiunga una sorta di stallo rallentando fino alla noia (più volte mi sono addormentata dopo 10 pagine di lettura). Ma il bello della Austen è che il meglio lo serba per il finale, perciò vale la pena continuare per sapere come finiscono i personaggi. Senza contare che abbiamo un soggetto diverso dalle sognanti giovincelle dei romanzi precedenti. Qui c’è una donna adulta di 27 anni, vista quasi al pari di una zitella (considerate che già ai tempi di mia nonna era considerato tardivo sposarsi dopo i 22/23 anni), che ha dovuto fare i conti con le conseguenze di scelte dettate dalla logica nella conservazione del prestigio sociale. E’ meglio vivere una vita modesta con l’uomo che si ama o scegliere un buon partito per accedere a maggiori privilegi? Se per noi la risposta è abbastanza scontata, non lo era per le donne di quell’epoca. Nei romanzi precedenti giovani protagoniste hanno la fortuna di contrarre matrimoni più che vantaggiosi per se stesse, pur non avendoli richiesti proprio per i soldi. Qui Anne si pente della propria scelta praticamente subito, nonostante Wentworth fosse ancora un signor nessuno. Anche se comunque per me rimane sempre il dubbio: si sarebbe fatta il sangue tanto amaro se lui non fosse tornato con più soldi di suo padre e una carriera coi fiocchi? Voto 4/5.

Grazie per la lettura 🙂

Julia Volta

“Uno spirito remissivo può essere paziente; una mente acuta può fornire risolutezza; ma in questo caso c’era qualcos’altro: c’era quell’elasticità mentale, quella tendenza a sapersi consolare, quella capacità di passare prontamente dal male al bene e di trovare occupazioni tali da distrarla dai suoi problemi, che poteva essere solo un dono di natura.” Persuasione, J. Austen

Magari domani…non lo leggo!

Avete presente quando trovate lo stand con i mega sconti sui libri, ma ci sono tanti titoli e non sapete quale scegliere? E nello stesso tempo avete fretta perché il marito o i figli all’improvviso si rendono conto di essere studi, perciò iniziano a mettere ansia? Ecco, in queste circostanze si afferrano un paio di libri al volo leggendo velocemente la trama e facendosi catturare dalla copertina. In un’occasione del genere ho preso Magari Domani Resto di Lorenzo Marone.

Luce di Notte è una giovane donna che vive a Napoli, precisamente nei Quartieri Spagnoli, un vulcano sempre in eruzione che sembra avercela con il modo intero, forse un po’ perché ha una famiglia disastrata e un po’ perché nonostante sia un avvocato laureato a pieni voti, il massimo che ottiene come lavoro è di smistare scartoffie. Un giorno le viene affidata la causa per l’affidamento di un minore che forse, si rivelerà l’occasione per sciogliere i nodi del suo passato e fare un po’ d’ordine nella propria vita.

Diciamo che ho scoperto l’autore attraverso questo romanzo e purtroppo ho toppato alla grande, dato che non è nemmeno il più riuscito. E menomale, dico io! Perché nonostante il web pulluli di elogi per la storia di Luce, io l’ho trovata così noiosa che ho fatto davvero fatica a finire di leggerla. Prima di tutto partiamo dalla scrittura, appesantita da parecchie frasi dialettali, presentate anche quando non servono, e riflessioni filosofiche sulla vita degne dei Baci perugina. Per non parlare della volgarità della protagonista, perché una tosta dice una parolaccia ogni tre e attacca la gente prima ancora di capire il significato di ciò che le viene detto. A tutto questo si aggiunge la fiera delle banalità con tutti gli stereotipi che vi vengono in mente su Napoli e una protagonista che in quanto amore ispira ben poco. Voto 2/5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Insomma io a questa Luce non riesco proprio a farmela piacere, una donna che vuole fare la dura a tutti i costi, ma diventa solo cafona e alla fine si scopre che anche lei ha un cuore grande accussì. Diciamo che è piacevole l’evoluzione del personaggio che alla fine impara ad apprezzare ciò che la vita ha da darle, senza cercare continuamente un capro espiatorio su cui scaricare le proprie frustrazioni. Buona anche la descrizione della città in sé perché ti coinvolge in quei quartieri che profumano di fritto (esatto, per me è un profumo!) e di mare. Per il resto, come accennato prima, irritante la continua ricerca di trarre perle di saggezza da ogni dialogo, fra l’altro alcune illogiche e di una banalità sconcertante. Ognuno è saggio sulla vita altrui, ma son tutti falliti, mistero! I personaggi surreali non aiutano in questa epopea di dialoghi impossibili, a metà fra il terra- terra e l’università della vita: non c’è né uno che esce fuori dalla figura che rappresenta, come la madre bigotta, il fratello scapestrato, gli anziani sempre saggi e buoni, la bella ignorante, un bambino prodigio…Il finale conserva questa coerenza: happy ending inverosimile ed affrettato, con un boss mafioso che diventa bravo perché restituisce il figlio alla madre e una famiglia “speciale” che festeggia non si sa cosa alla “vissero tutti felici e contenti”.

Questa volta mi è andata male con Marone, ma sarei curiosa di leggere il suo romanzo di esordio La Tentazione di Essere Felici, apprezzato molto di più di questo.

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Che buffa la vita, ti impegni con tutta te stessa a sembrare diversa da tua madre, anno dopo anno, e poi, ad un certo punto, una mattina qualsiasi, ti guardi allo specchio e rivedi il suo volto, le sue stesse rughe e gli stessi occhi stanchi.” Magari Domani Resto, L.Marone

Wonder

Aggirandomi nella sezione dei libri per bambini e ragazzi, mi è capitato numerose volte di imbattermi in un titolo che non riusciva mai a catturare la mia attenzione al punto di prenderlo. Quando l’ho trovato anche a casa dei miei genitori, reperto archeologico rinvenuto durante gli scavi nei pressi della Camera dei Miei Fratelli, mi sono incuriosita soprattutto dopo aver letto la trama. Sto parlando di Wonder di R.J.Palacio.

Il protagonista del libro è il piccolo August “Auggie“, un bambino normale, ma che a causa di una rara malattia genetica che l’ha deformato e diversi interventi chirurgici facciali, si ritrova ad avere un viso fuori dal comune. Per 10 anni ha vissuto protetto dall’amore incondizionato della sua famiglia, studiando in casa, ma ora i genitori pensano che sia giunto il momento di integrarsi in una scuola, cominciando a frequentare dei coetanei. Per Auggie sarà una bella sfida: chi si siederà vicino a lui? chi lo guarderà davvero negli occhi? Riuscirà a farsi degli amici?

A detta della scrittrice, il romanzo nasce da un episodio personale che comunque viene inserito in qualche modo all’interno del romanzo, seppur cambiando protagonisti. Un giorno era seduta su una panchina con i suoi due figli e vide passare una bambina che aveva evidentemente la sindrome di Treacher-Collins, una rara malattia ereditaria che colpisce i tratti facciali, lasciando inalterato tutto il resto. La scrittrice racconta che, presa dal panico, si alzò di scatto e si allontanò di corsa con i figli, più che altro per evitare commenti a sproposito dal parte del più piccolo. Ma nel momento in cui si stava avviando, alle sue spalle sentì la voce della madre della bambina dire dolcemente che era ora di andare a casa. Insomma quella di August è una storia verosimile che nasce con l’intento, probabilmente, di sensibilizzare altre persone, soprattutto i ragazzi, per fargli comprendere che le apparenze non sono tutto. Dietro una facciata che può essere piacevole o meno, può nascondersi un mondo e una personalità più o meno profonda. Ciò che ho amato, oltre alla scrittura scorrevole, è il fatto che ha raccontato il mondo di Auggie anche attraverso altri punti di vista. Voto personale 5/5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Non mi dilungo troppo perché non penso ci sia molto da dire in un libro che parla da sé e vale davvero la pena leggere. Ho molto apprezzato scoprire in maniera profonda anche i pensieri degli altri personaggi, una tecnica che ha “normalizzato” Auggie stesso, dal momento che scopriamo che nel mondo reale, chiunque purtroppo affronta situazioni difficili nella propria vita, più o meno gravi: Julian è ricco materialmente, ma povero di animo e con due genitori a dir poco ignoranti, Jack vive in un quartiere malfamato ed è molto povero, Miranda sta affrontando il divorzio dei genitori ed è costretta a vedere la madre che si lascia andare con l’alcool, Justin è vissuto come un peso in casa sua…insomma la lista è infinita. In tutto questo Auggie diventa un esempio di coraggio e forza d’animo, un bambino straordinariamente intelligente capace di affrontare situazioni difficili prendendole di petto e senza farsi sopraffare. E lui stesso alla fine si rende conto che tutti a proprio modo sono speciali e tutti meritano una standing ovation per come affrontano le difficoltà della vita.

Dallo stesso libro è stato tratto il film omonimo di Stephen Chbosky, non fedelissimo alla trama, ma comunque apprezzabile, con Owen Wilson (super adatto nel ruolo del padre giocherellone) e Julia Roberts nei panni della madre.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura e visione di Wonder 🙂

“Via non mi considera normale. lei dice di sì, ma se non fossi normale non avrebbe tutto questo bisogno di proteggermi. Nemmeno mamma e papà mi considerano normale. Credo che l’unica persona al mondo che capisce quanto sono normale sono io.” Wonder, R.J.Palacio

Memorie di chi?!

Buongiorno (alle 13.50)! Durante questa quarantena molti di noi hanno avuto modo di dedicarsi di più a svaghi personali, che vanno dalla cucina alla lettura di articoli, libri, videogames, maglia, uncinetto, fai-da-te, ecc…Io ho deciso di leggere un libro che tenevo riposto da diverso tempo e che mi aveva attirato per il successo che ne era conseguito alla sua pubblicazione. Si tratta di Memorie di una Geisha di Arthur Golden.

Come si evince già dal titolo, la protagonista è una geisha, Sayuri, una delle più famose del Giappone che, diventata ormai anziana e vivendo a New York, decide di raccontare la sua vita a tale Jakob Haarhuis, docente universitario di storia giapponese. Inizia così il romanzo, narrato in prima persona da lei stessa, che racconta le sue vicende fin dall’infanzia, quando, insieme alla sorella maggiore Satsu, viene portata via da Yoroido, un villaggio povero di pescatori, per essere vendute a Gion dal sig. Tanaka, un commerciante. Le strade delle due ragazze ben presto si dividono: mentre la povera Satsu finisce in un quartiere malfamato dove è costretta a prostituirsi, Chiyo (così si chiama la protagonista prima di diventare una geisha) a causa dei suoi insoliti occhi grigio-azzurri, viene cresciuta in un okiya perché possa farsi strada per diventare “donna dell’arte”. Molte sono le peripezie lungo la strada che prosegue attraverso intrecci amorosi e amicizie, senza dimenticare di spiegare al lettore i sacrifici che comporta questo mestiere, la via da intraprendere prima di arrivare al successo attraverso duro studio e allenamento. Insomma, Sayuri ci racconta come ha fatto a raggiungere il suo successo.

Stando a quanto si afferma nel libro e anche in vari articoli sul web, l’autore ha condotto ricerche per circa 10 anni sul tema, avendo avuto anche lunghi dialoghi con la vera geisha più famosa del Giappone, ovvero Mineko Iwasaki il cui successo risale agli anni ’60 e ’70. La scelta di scrivere in prima persona sicuramente rende il tutto più coinvolgente, anche perché spesso e volentieri il narratore si rivolge al lettore con frasi del tipo “vi ricorderete…” oppure “come vi ho già detto prima…”, ma il ritmo che all’inizio si presenta come scorrevole e veloce, ad un certo punto assume una piega diversa, diventando logorroico e monotono. Arrivata alle ultime 200 pagine ho fatto davvero fatica a finirlo, trovando inutile lo stile prolisso di narrazione di alcuni episodi. Senza contare che ciò che ne è scaturito dalla lettura di questo romanzo mi ha lasciata perplessa: qual era lo scopo di pubblicare un libro del genere dal parte del sig. Golden? Lo dico perché a causa di questo libro sono sorte diverse polemiche e, a quanto pare, la stessa Mineko, che aveva esplicitamente chiesto l’anonimato, ne ha fatto le spese arrivando a denunciarlo per aver scritto fatti non veritieri e pubblicando la sua autobiografia (sicuramente una delle mie prossime letture) intitolata Storia Proibita di una Geisha.

ATTENZIONE: SPOILER NEL PARAGRAFO!!!! Cos’è una Geisha? Per noi occidentali sembra che questa figura non abbia un corrispettivo a noi più familiare e, per questo motivo, è stata erroneamente associata ad una prostituta di alta classe. Niente di più sbagliato e ci tiene a ribadirlo anche l’autore, ma dal racconto non sembra proprio, per questo sono rimasta delusa. Golden ci tiene a sottolineare quanto sia difficile la formazione di giovani apprendiste, piena di studio delle arti e allenamento per quanto riguarda imparare a suonare lo Shamizen, danzare in maniera impeccabile e inespressiva (riprendendo le maschere del Teatro No), preparare il tè secondo la tradizionale cerimonia. Ma come si traduce nella pratica? Nel corso di tutta la storia di Sayuri non ho mai letto un dialogo che rendesse onore a tanti anni di studio. Cosa dovevano studiare a fare ste donne se i loro dialoghi erano sempre puerili e inutili? Inoltre, tutto in quel libro ruota intorno ai soldi: pagare per stare in okiya, pagare per addestrarsi, pagare per essere un danna, pagare per il mitsuage, soldi, soldi e ancora soldi. Si può dire che nell’universo “geishoso” di Golden, l’arte ruoti intorno al denaro influenzando qualunque azione della vita di una geisha. Per carità, si trattava sempre di un lavoro e come tale serviva per campare, ma non c’è nulla di elogio artistico in questo romanzo. Tutto ciò quindi, riduce queste donne a dei meri oggetti del piacere perché non ne ho vista una prendere decisioni a puro vantaggio personale. Sono tutte vittime in questo senso, persino la terribile Hatsumomo che non poteva nemmeno frequentare l’uomo di cui era innamorata oppure la saggia Mameha che, per quanto indipendente che fosse perché viveva in un appartamento tutto suo, doveva star dietro ai capricci del Barone umiliandosi pubblicamente. Persino la storia d’amore con il Presidente alla fine mi suona ridicola: si innamora di lui a 12 anni facendo pensieri maliziosi, cerca di rincorrerlo per tutta la vita come un’adolescente innamorata e alla fine mette in gioco la propria reputazione pur di averlo. Lui alla fine pare comprendere le intenzioni di lei (degno dei migliori film mentali) e la perdona, perciò vissero felici e contenti.

Alla fine di tutto questo mi chiedo, ma che scopo c’era di scrivere un romanzo del genere? I casi sono due: o volevi esporre la realtà nuda e cruda delle geishe con tutte le sue criticità oppure hai solo sfruttato i racconti preziosi di una geisha, manipolandoli secondo i criteri del successo commerciale di altri libri. In ogni caso hai contribuito a screditare questa arte, se di questo di tratta veramente, tanto che una donna che l’ha vissuta in prima persona ha dovuto pubblicare una controrisposta. Quindi, se dopo 10 anni di ricerche, mi tiri fuori una cosa che più che rispecchiare la realtà, cavalca l’onda dei romanzi d’amore sul mercato del té ambientati nell’India come colonia inglese, mi sa che non hai fatto un gran ben lavoro. Per me voto 2.5/5. Ora sono davvero curiosa di sapere la versione di Mineko Iwasaki…

Una nota positiva del libro è che ne hanno tratto un film omonimo dalla colonna sonora stupenda!

“Il rimpianto è un tipo di dolore molto particolare; di fronte a esso siamo impotenti. E’ come una finestra che si apre di sua iniziativa: la stanza diventa gelida e noi non possiamo fare altro che rabbrividire. Ma ogni volta si apre sempre un po’ meno, finché non arriva il giorno in cui ci chiediamo che fine abbia fatto.” A.Golden, Memorie di una Geisha

Non un’altra fanciulla repressa

Torniamo un attimo sul discorso del té questo mese, per dare uno sguardo ad un libro che secondo me ha fatto un pochino la differenza, anche se ancora non è chiaro se in positivo o negativo. Non la solita storia della fanciulla ingenua, che reprime ogni sofferenza per fare un favore agli altri, ma una madre che lotta per riprendere le sue figlie. Si tratta del romanzo La Separazione di Dinah Jefferies.

Ci troviamo in Malesia, nel 1955 e la famiglia Cartwright sta facendo le valige per partire da Malacca. Emma, che all’epoca ha 11 anni, e la sorellina Fleur, chiedono al padre come mai non stiano aspettando il ritorno a casa della madre, ma lui non risponde e in maniera brusca e frettolosa, le invita ad obbedire. Quando la moglie Lydia torna da una visita all’amica malata, non trova nessuna traccia delle figlie, del marito o della servitù. Sulla base di qualche informazione che riesce a ricavare, parte per un lungo viaggio pericoloso all’interno di un Paese dilaniato dalle guerre civili e lotte intestine, per scoprire dove sia finita la sua famiglia.

Tutto sommato si tratta di un romanzo piacevole, anche se a tratti parecchio irritante, a causa delle dinamiche assurde che si creano nel corso della storia. Finale, quasi scontato ma non del tutto perché anche quello ci riserva un colpo di scena, eppure rimane nello stesso tempo un po’ sospeso, ma non dico di più. La scrittura è scorrevole, quindi è difficile metterlo da parte. Coinvolgenti le descrizioni della Malesia, messa a confronto con l’Inghilterra. Per me voto 3.5 su 5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Ciò che ho apprezzato in questo romanzo è il fatto che la scrittrice non ci costringe a vedere la protagonista, per forza, come un’anima buona e pia, come ho notato in tanti altri dello stesso genere. Qualunque cosa facessero quelle ragazze, se ne uscivano da vittime, donne infelici che tenevano dentro sofferenze indicibili senza parlarne con nessuno, quando magari avevano fatto tutto da sole. Spesso non si facevano nemmeno rispettare, pur di non perdere l’integrità di questa assurda facciata. Qui abbiamo una madre che ha tutte le ragioni del mondo per essere disperata: non trova le sue figlie, comincia a detestare il marito e per gran parte della storia ha ragione di credere che siano addirittura morti. Ma per quanto la vita sia stata dura con lei, scopriamo che non è la solita stigmatizzata, anche lei ha i suoi scheletri nell’armadio. Insomma non è una persona perfetta, anzi, a tratti risulta perfino detestabile: una donna ha appena scoperto che le figlie le sono morte e si comporta da adolescente innamorata a casa dell’amante, diventando persino gelosa per gli oggetti femminili che trova nel suo rifugio (What??). Tutto ciò senza sentirsi comunque privata del diritto di presentarsi davanti al marito spiattellando il frutto del suo tradimento con una donna del luogo, in pratica due pessimi partner, complimentoni! Ben più tragica è stata la sorte di Emma, che ha dovuto fare i conti con un padre assente e una matrigna assurdamente ingenua, subendo degli abusi. Ma quale genitore lascia una bambina nelle mani di un perfetto sconosciuto, che per altro mostra un inquietante interesse nei confronti di tua figlia? Mah…

” «Emma, Fleur», chiamò.
«La mamma è a casa».
Lydia si affrettò a entrare per ripararsi dalla pioggia.
«Alec?», chiamò di nuovo.
«Sono tornata».
Non ci fu alcuna risposta.” La Separazione, D. Jefferies

Gli irritanti cliché del tè

Non so voi, ma di libri che riguardano il tè in tutte le salse, ne ho visti parecchi. E non sto parlando di guide pratiche su come preparare il Breakfast tea inglese, ma di romanzi che ruotano intorno al mondo della lavorazione di queste foglie dall’aroma intenso. Uno di questi si intitola La Figlia del Mercante di Tè, di Janet Macleod Trotter.

Come tutti i libri sul tè, non può non avere un’ambientazione esotica, in posti che la maggior parte di noi non ha mai visto, in epoche non molto recenti. Qui siamo nell’India dei primi del ‘900, in una tenuta di famiglia dove si lavorano le foglie in maniera artigianale, con metodi antiquati, mentre intorno il progresso diventa soffocante. Il proprietario, pieno di debiti e di dolore per la perdita della moglie, si consola con fiumi di alcool, mentre le figlie si disperano. Un giovane imprenditore, tal Wesley Robson, si offre un aiuto economico in cambio della mano della maggiore, Clarissa, ma viene respinto in malo modo da padre e figlia. Alla fine l’anziano proprietario muore e le ragazze vengono spedite in Inghilterra a fare da serve nella locanda dei cugini, dove vengono trattate con cattiveria e disprezzo. Clarissa ottiene finalmente lavoro come governante del gentile avvocato Herbert Stock e, una volta rimasto vedovo, le chiede di sposarlo. Per lei questa è anche l’occasione di realizzare il suo sogno, ovvero aprire una sala da tè, che effettivamente riesce a realizzare, ma non ha vita facile, soprattutto quando Wesley Robson torna improvvisamente nella sua vita.

Il libro è carino, non così avvincente da ritenerlo uno dei migliori letti perché non è così. Purtroppo questi tipi di romanzi hanno dei cliché che si ripetono: tenute di coloni inglesi, ragazze strappate alla loro bella vita che ricordano con nostalgia, storie d’amore al limite dell’assurdo, protagoniste a tratti così ingenue da sembrare stupide…Insomma piacevoli da leggere, per carità, ma se posso scegliere altri titoli, lo faccio. Darei un buono, 3 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Entrando nel merito, sarò un po’ troppo cinica, ma trovo estremamente irritanti come si comportano talvolta le protagoniste di questi romanzi. Allora, partiamo dal fatto che Clarissa in tutto il romanzo si cerca sempre di dipingerla come la santa e già questo di per sé rende fastidioso il personaggio. Non mi è ancora chiaro il motivo che la spinge ad odiare tanto Robson, che dal canto suo le è stata fin troppo dietro risolvendo tutti i suoi casini, aspettandola con pazienza e amore. Sì, perché lui alla fine era davvero innamorato, ma nessuno gli ha dato modo di dimostrarlo. La “dolce” Clarissa accetta di sposare l’avvocato solo per il tornaconto personale, quindi fammi capire: all’inizio della storia era una questione d’onore e ci sta, anche a costo di perdere tutto; adesso, siccome vuoi a tutti i costi la tua sala da té, allora cambiamo le carte in tavola? Sto poverino fra l’altro, consapevole di non essere ricambiato allo stesso modo, per paura che rimanga incinta e muoia come la prima moglie, manco la tocca. Non entro nel merito, ma già detta così è assurda la questione. Infine, quando Clarissa non ha più un tubero fritto e si rende conto di essere sola, si accorge di cosa? Toh guarda, c’è quello scapolo di Wesley ancora libero! Secondo me sono innamorata…In tutto questo Olive, che per la prima parte del romanzo ha la personalità profonda come una pozzanghera, ad un certo punto e giustamente, prende in mano la sua vita e sposa l’uomo che ama. Il dialogo migliore? quando inveisce contro la sorella perché è stanca di vivere alla sua ombra!

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro, se ci riuscite! 😀

“Sarai anche mia sorella, ma non hai idea di cosa voglio io dalla vita. Non passi nemmeno cinque minuti a parlare con me, altrimenti sapresti che sono innamorata di Jack. Detesto vivere qui come una povera orfanella imparentata con gli Stock, passando il tempo a dipingere bei quadri per te, che ti sei sposata al meglio e ti aspetti la mia eterna riconoscenza!” La Figlia del Mercante di Tè, J. M. Trotter

Da spettatrice a protagonista

In questo articolo parlerò di un best seller mondiale dal quale hanno tratto un film, che io non ho visto 😛 Il libro La Ragazza del Treno di Paula Hawkins, mi è stato regalato dopo il suo clamoroso successo ed all’inizio ero curiosissima di leggerlo. Ma andiamo con ordine.

Dunque, la protagonista indiscussa è Rachel, donna sola, senza amici, con problemi di alcool, che ogni giorno a Londra percorre in treno la strada che la porta al suo noioso lavoro. Durante il viaggio, osserva fuori dal finestrino le strade e le case che scorrono, ma ce n’è una che trova particolarmente interessante, che può spiare più a lungo allo stop del treno. Rachel ogni mattina vede una coppia sconosciuta fare colazione in veranda e, benché non li conosca nemmeno, comincia ad affezionarcisi, immaginando i loro nomi e le loro vite. Un giorno, però, si rende conto che alla coppia perfetta è accaduto qualcosa di strano e questo cambia tutto.

Devo dire che le mie aspettative erano piuttosto alte, dato l’enorme successo. Ma ad essere sincera, il mio entusiasmo è andato scemando sulle prime pagine e so che probabilmente molti non saranno d’accordo, ma questa è solo una mia opinione. Per me, almeno nella prima parte, il libro è noioso e ripetitivo, soprattutto per quel che concerne la descrizione di Rachel. Fa e pensa sempre le stesse identiche cose che puntualmente e giustamente vengono riportate dall’autrice. Se voleva farci sentire il peso della sua vita piatta e infelice, ci è riuscita in pieno. I personaggi che via via compaiono nella storia li ho trovati un pochino stereotipati, come se fosse la stessa Rachel a descriverli. Per me il voto è 2,5 su 5.

ATTENZIONE: PRESENZA DI SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Vorrei entrare nel merito di alcuni personaggi presenti nel libro, in particolare le donne, trovate stereotipate e irritanti, come già anticipato. Abbiamo Rachel, una donna vittima di sé stessa che si autocommisera e non prende mai in mano la situazione. Se qualcuno le dice che è colpa sua se il mondo sta finendo, lei risponde “Sì, è vero! Scusami!”. C’è Anna, l’amante presuntuosa e paranoica che, dopo essersi presa ciò che non le spettava, ora ha paura che il suo trofeo le venga soffiato dalle mani. Una vita perfetta costruita sulle macerie di un’altra, insomma. Infine, Megan la barbie girl/primadonna che ha il diritto a prendersi ciò che vuole solo perché bella e, se qualcuno la contrasta, non può sopportarlo. Ora, francamente questi personaggi non mi sono piaciuti perché dipingono il peggio che una donna può essere, fra l’altro in maniera superficiale. Non sono persone, sono caratteri di un teatro. Non le ho trovate profonde, con motivazioni intrinseche. Forse, sono io che non ho saputo coglierle e per questo mi dispiace. A mio avviso, il libro si è salvato sul finale che, quantomeno, ha riservato dei bei colpi di scena.

Intanto vi ringrazio per aver letto l’articolo e vi auguro una buona lettura 🙂

“Se non puoi avere figli, il problema è che il mondo fa di tutto per ricordartelo, specialmente se hai superato i trent’anni.” La Ragazza del Treno, Paula Hawkins

La scandalosa Lady Susan

Un giorno, in libreria trovo uno stand con piccoli volumi di autori celebri a pochi euro l’uno. Quando trovo queste occasioni di solito non me le lascio scappare: almeno un libro lo devo prendere! In questo caso ho comprato Le Notti Bianche di F.M. Dostoevskij e Lady Susan di Jane Austen, del quale vi parlo oggi.

Intendiamoci, di sicuro non si tratta del romanzo più conosciuto dell’autrice che, come tutti sappiamo, ha scritto Orgoglio e Pregiudizio, Ragione e Sentimento, Emma…ecc. Anzi, si tratta di un’opera giovanile, genere romanzo epistolare, breve e ironico nel perfetto stile Austen. Ci troviamo fra i salotti dell’universo piccolo-borghese e i pettegolezzi sono all’ordine del giorno; l’argomento principale è Lady Susan, donna carismatica, intelligente e femme fatale che si diverte a giocare con i sentimenti degli uomini, suscitando fastidio e sconcerto da parte delle altre. Lady Susan col suo atteggiamento provocatorio si fa beffe della concezione di morale e buon costume del suo tempo, confondendo le dicerie e talvolta assecondandole per manipolarle a suo piacimento.

Dal mio punto di vista il libro è abbastanza godibile e si legge in un pomeriggio, volendo. Quel genere di lettura che si fa sulla spiaggia o seduti in veranda a godersi l’estate. Bisogna anche ammettere che a tratti la storia appare noiosa e ridondante, quindi non mi sono stupita quando, leggendo diverse recensioni, ho appreso che molti addirittura l’hanno accantonato a metà. Personalmente io darei un 3 su 5.

ATTENZIONE QUESTO PARAGRAFO CONTIENE SPOILER! PASSATE OLTRE SE NON AVETE LETTO IL LIBRO! Ciò che mi lascia stupita è come Jane Austen sia riuscita, ai suoi tempi, a creare un personaggio che sfida, più di tutti gli altri, i canoni sociali del suo tempo. E’ vero che le donne dei suoi romanzi sono molto intelligenti e forti di carattere, ma Lady Susan rappresenta una punta estrema. Si direbbe quasi che abbia raccolto il versante opposto, rispetto alle povere fanciulle dall’animo represso, e se ne sia servita per ridicolizzarle. Lady Susan gioca le sue carte per ottenere ciò che vuole e non si accontenta. Sfida tutto, anche la reputazione, ma non come una donna senza speranza, ma per dimostrare di esserne superiore. Alla fine del romanzo, infatti, la sua arguzia la porta ad ottenere ciò che vuole dimostrando che non basta essere giovani e carucce per vincere con classe.

Se volete acquistare il libro, su internet lo trovate a meno di 5 euro. L’offerta ad 1 euro era in negozio per un periodo di tempo limitato, probabilmente non più disponibile.

Grazie per la lettura! 🙂

“Da tutto ciò ho potuto intuire che Lady Susan possiede una certa affascinante ambiguità, e sarà piacevole osservarla e smascherarla.” Lady Susan, Jane Austen

Tornare a vivere

Il libro di cui vado a parlare in questo articolo l’ho conosciuto per passa parola, dato che una mia amica è stata alunna dell’autrice. Si tratta di Marta nella Corrente, romanzo di esordio della prof.ssa Elena Rausa, pubblicato in brossura da Beat Editore.

Ci troviamo in Italia nel 1982, durante i festeggiamenti per la vittoria della nostra nazione, quando Bruna Fantini perde la vita in un incidente d’auto lasciando sola a casa la sua bambina Marta. La piccola viene affidata in un primo tempo al nonno e poi anche alle cure della psicologa Emma Donati. Con questo caso, di fronte all’evidente senso di colpa di Marta per la perdita della madre, Emma dovrà fare i conti con il dolore del suo passato, affrontando una sofferenza che risale alla sua prigionia ad Aushwitz dal quale è sopravvissuta.

Anche qui ritorna il tema della Seconda Guerra mondiale, ma questa volta ripresa attraverso i postumi, come un ricordo che brucia e continua a consumare nonostante sia passato del tempo. Nonostante il gap generazionale, Emma e Marta vivono la stessa sofferenza e hanno bisogno di fare un percorso insieme per poter finalmente voltare pagina, affrontando ciò che le affligge. La lettura di questo libro l’ho trovata molto piacevole e scorrevole: a parer mio, si legge in pochissimi giorni e non è tanto per il numero di pagine, quanto per il fatto che la narrazione prosegue come un fiume di emozioni. Ho avuto come l’impressione che, le parti narrate in prima persona da Marta avessero uno stile di scrittura ancora più semplificato in maniera voluta e, questo, per me è un gran tocco di stile. Secondo me si merita un 5 su 5.

ATTENZIONE QUESTO PARAGRAFO CONTIENE SPOILER! PASSATE OLTRE SE NON AVETE LETTO IL LIBRO! Entrando nei dettagli, dopo che Emma confessa il motivo del suo forte senso di colpa, ho avuto, proseguendo con la lettura, un senso di liberazione, come se da quel momento in poi le vicende diventavano meno pesanti da percepire. Precisamente Emma e Marta non si può dire che abbiano voltato pagina, ma hanno aperto l’armadio per guardare in faccia il proprio scheletro ed evitare di averne paura. Questo rimane sempre lì, ad occupare un angolo oscuro del cuore, ma la disperazione di vivere NONOSTANTE TUTTO alla fine prevale. Perfino Emma, una straordinaria psicologa, si rende conto che, anche se fossero passati altri 100 anni in cui lei avrebbe aiutato decine e decine di bambini, ciò non avrebbe fatto altro che rimandare la sua autoanalisi. Infatti, il suo dolore esplode ad un certo punto e decide di dargli voce. Marta compie questo percorso in un lasso di tempo inferiore rispetto a lei, forse perché bambina, ma alla fine raggiunge lo stesso risultato: si deve vivere comunque.

Se volete acquistarlo su internet lo trovate a circa 15 euro, mentre in libreria da Mondadori l’ho comprato a 9, ma sto parlando di diversi mesi fa. Nel 2018, della stessa autrice, è stato pubblicato il libro Ognuno Conosce i Suoi.

“Adesso tutto questo sembra un secolo fa. Fino a ieri credeva di partecipare a un’avventura che in fondo non richiedeva neppure troppo coraggio. Quando le cose funzionano, non è così importante trovare una coerenza o un senso nelle proprie scelte.” Marta nella Corrente, Elena Rausa

La realtà fittizia del circo

Come primo articolo vorrei parlare di una lettura recentissima, scelta da mio marito durante un giro in libreria. E’ vero che è sbagliato giudicare un libro dalla copertina, ma ce ne sono alcuni che ti attirano per una qualche strana ragione. Come se avessero una freccia sopra e ci invitassero a prenderli. Non so come fate voi, ma io di solito quando adocchio un libro eseguo sempre le stesse azioni come fossero rituali: prima esamino la copertina, poi leggo il riassunto che nel 95% delle volte dimentico anche nel corso della lettura dello stesso libro, infine, lo apro e leggo qualche riga in una pagina casuale. Non so perché lo faccio, ma solo quando un manoscritto mi attira anche per come è scritto allora decido di prenderlo. Ad ogni modo, ora passo al libro in questione.

Si intitola La Ragazza della Neve (titolo originale The Orphan’s Tale), scritto da Pam Jenoff e pubblicato in Italia nel 2018 da Newton Compton Editori. So che non è molto sconosciuto, ma mi ha stupito non averlo visto almeno fra i primi letti in Italia, mentre in America è stato un best seller.

La storia è incentrata su due donne: la sedicenne Noa cacciata di casa perché rimasta incinta dopo una notte passata con un soldato nazista, e Astrid, figlia di celebri artisti circensi che, in quanto ebrei, furono costretti a chiudere i battenti proprio mentre la donna si trovava a Berlino, sposata con un ufficiale tedesco. Noa partorisce il bambino in un rifugio per madri, ma le viene strappato dalle braccia dalle infermiere. Cacciata dal posto trova lavoro come sguattera in una stazione e, una notte, salva un bambino da un convoglio diretto ad un campo di concentramento, fuggendo nei boschi. Verrà trovata da Peter, il compagno di Astrid, che la porta al circo di Neuhoff dove le viene offerto un luogo sicuro per vivere in cambio di esibizioni sul trapezio con la stessa Astrid.

Le vicende sono narrate in terza persona, ma l’autrice sposta l’attenzione ora su una, ora sull’altra protagonista facendoci immergere nei sentimenti dei personaggi, nonché le loro angosce e paure. Il circo diventa per tutti un rifugio, una tenue speranza mentre fuori imperversa la guerra. Di questo romanzo ho apprezzato il racconto da un punto di vista differente di un fatto atroce affrontato da numerosi altri scrittori. I rapporti dei diversi personaggi si evolvono col tempo e vediamo le protagoniste maturare nel corso del racconto. Non so se sia una scelta stilistica, ma mi è dispiaciuto non aver trovato maggiori riferimenti storici rispetto all’epoca di cui si sta parlando. I fatti esterni sono appena accennati e molto generici. Forse l’autrice voleva sottolineare come ciò che accadeva nel mondo, non poteva riguardare il circo che sembra vivere come un essere a sé stante fuori dal tempo. Per queste ragioni il mio voto è 4 su 5.

Se volete acquistarlo, oltre che nelle librerie, lo trovate anche su internet a prezzi che non arrivano nemmeno a 5 euro ed è in formato rilegato. Vi lascio anche il link del sito ufficiale della scrittrice per chi volesse saperne di più anche su altri suoi titoli:

http://pamjenoff.com/index.cfm

ATTENZIONE QUESTO PARAGRAFO CONTIENE SPOILER! PASSATE OLTRE SE NON AVETE LETTO IL LIBRO! In linea di massima ho spiegato in generale cosa mi è piaciuto e cosa un po’ meno. Entrando nei dettagli, sinceramente ho trovato più reale la storia d’amore fra Astrid e Peter, due anime perse nel mare di sofferenza che si sono incontrate e restano unite, senza definire la loro relazione per paura di avere ancora qualcosa da perdere. Difatti, una volta che decidono di esporsi, la situazione precipita in maniera drammatica e questo segna per sempre Astrid che rifiuta ogni storia futura. La relazione fra Luc e Noa, invece, mi è sembrata un po’ troppo forzata, come un amore estivo travolgente che vuole illudersi di poter sopravvivere. E, ad un certo punto, quasi stavano per riuscirci se non fosse per la morte improvvisa del ragazzo. Sarò cinica, ma lui era disposto a tutto per qualcuna che conosceva appena e, forse, se n’è resa conto anche la scrittrice che ad un certo punto introduce la stessa perplessità a Noa che, comunque, che io ricordi, non approfondisce con Luc la questione. Per quanto riguarda il finale, direi che sono rimasta sorpresa: per tutto il libro ero convinta che la donna della prefazione fosse Noa, invece, si trattava di Astrid! Infatti, mentre leggevo della morte della ragazza continuavo a dirmi “Ma sicuramente si salva…certo…si salva, vero?”. Un meraviglioso inno alla sopravvivenza dall’inizio alla fine, fra gomitate, compromessi, soluzioni al limite del possibile e amori che nascono in contesti improbabili…

Vi ringrazio per la lettura 🙂

“Rimango pietrificata. Ci sono stati momenti in cui ho visto la morte da vicino – mentre partorivo e la vita sembrava fuggire via rapida dal mio corpo, oppure quando ho trovato i bambini sul treno, e ancora mentre arrancavo nella neve con Theo, pochi giorni fa. Ma ora è più reale che mai, si para davanti a me nell’abisso fra la piattaforma e il suolo.” La Ragazza della Neve, Pam Jenoff