Stella, la predatrice

Mi sarebbe piaciuto pubblicare un articolo prima, ma fra compleanni e il raffreddore, il manoscritto che volevo recensire, il massimo che ha fatto, è stato traslare dal comodino della camera alla scrivania. Il titolo di oggi è Stella di Takis Wurger, molto famoso in Germania, ma non conosciutissimo in Italia.

Il romanzo è ambientato nella Seconda Guerra Mondiale ed è ispirato ad una storia vera. Il protagonista è Friedrich, un giovanotto svizzero che ha una madre alcolizzata e un padre sempre assente per le trasferte. Un giorno prende la decisione di partire per la Germania, un po’ per seguire le sue ambizioni artistiche, un po’ per capire se è vero ciò che dice la gente a proposito delle deportazioni. Lì conoscerà Kristin, una ragazza bellissima e sicura di sé, che lo porta in giro nelle sue feste con personaggi altolocati o in club privati nascosti fra i vicoli berlinesi. Quando una mattina si presenta alla sua porta piena di lividi, gli confessa di non aver detto tutta la verità.

Quando il libro uscì in Germania, spaccò letteralmente la critica, ma per quale motivo? Dunque, la storia vera a cui si ispira non è quella di Friedrich, ma di Stella Goldschlag, conosciuta nel 1942 come “Veleno” riferendosi al suo modus operandi. Non ha senso, secondo me, parlare di spoiler quando fatti del genere appartengono alle pagine della cronaca nera del XX secolo.

Come tutti sappiamo, a causa delle ideologie naziste, la situazione era terribile: le persone venivano deportate in massa in un clima di terrore, che spingeva la popolazione a denunciare persino gli stessi congiunti, pur di sfuggirne. Chi procurava nomi, oltre che ricevere un premio in denaro, poteva avere salva la propria vita e per questo motivo non era insolito che fra le spie ci fossero gli stessi Ebrei. E’ proprio qui che ritroviamo la figura controversa di Stella, un’ebrea che aveva dalla sua la tipica bellezza ariana, capelli chiari e occhi cerulei; una donna talentuosa e dal fascino irresistibile che si è servita della propria sensualità per entrare nelle grazie della Gestapo, in cambio della liberazione dei suoi genitori.

Stella conosceva tutti i nascondigli e i luoghi segreti dove si rifugiavano i suoi connazionali. Con fare predatorio era solita guadagnare la fiducia delle sue vittime, per poi denunciarne a frotte, arrivando a far catturare dalle 600 alle 3000 vittime. Nonostante la sua dedizione, i suoi genitori non furono mai liberati e morirono in campo di concentramento. Ciò non bastò a fermarla, poiché proseguì nella sua spietata ricerca senza mai pentirsi a guerra conclusa.

Cosa si racconta, perciò, nel libro? La trama sulla quarta pagina parla di un “amore impossibile” e secondo me l’espressione non è corretta. Si parla di un gioco di seduzione, dove abbiamo da una parte un ragazzo ingenuo che fa Ponzio Pilato una volta scoperta la verità sulle deportazioni (non per merito della sua ricerca eh, perché era troppo occupato a fare il cagnolino), dall’altra una femme fatale che semplicemente si diverte. Una storia che ridicolizza, a parer mio, il terribile contesto storico in cui si trova. Cioè, se fossi una giornalista alla quale è data la possibilità di dare uno sguardo sul periodo storico di mio interesse, l’ultima cosa che mi interesserebbe vedere è la passione amorosa di due tizi che vivono come se il resto del mondo non esistesse più.

E per concludere, vorrei sollevare un interessante quesito basandomi sulla figura di Stella: fino a che punto è lecito spingersi per salvare coloro che amiamo? Voto 2/5.

“Ero un giovane con tanti soldi e un passaporto svizzero, che aveva pensato di poter vivere in questa guerra senza aver nulla a che fare con essa.” Stella, T. Wurger

Una ricca americana, un’adolescente polacca e una giovane dottoressa tedesca: destini incrociati nella Seconda Guerra Mondiale

Concludiamo il mese di ottobre con una lettura un po’ impegnativa, un romanzo d’esordio basato sulla storia vera di un’eroina della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta de Le Ragazze senza Nome di Martha Hall Kelly.

Le protagoniste sono tre. La prima è l’americana Caroline Ferriday, realmente esistita e dalla quale è partita l’idea del libro, una donna ricca che lavora al consolato francese che conduce una vita apparentemente perfetta con un amore all’orizzonte e una carriera in ascesa. La seconda è Kasia Kuzmerick, un’adolescente polacca che rischia la vita proprio mentre cerca di eseguire missioni segrete per il movimento di resistenza, durante l’occupazione tedesca. Infine, Herta Oberheuser, una giovane e ambiziosa dottoressa tedesca che fatica a trovare un posto nella società ed uscire dalla desolazione in cui si trova. Quando riceve un annuncio per una posizione di medico al servizio del governo, decide di accettare, ma una volta assunta, si trova intrappolata in un giro di segreti e potere, dominato dagli uomini al servizio del Reich. Apparentemente queste tre donne non hanno assolutamente nulla in comune, ma i loro destini si incrociano quando Kasia viene deportata a Ravensbruck, il famigerato campo di concentramento nazista per sole donne.

Di questo romanzo ho apprezzato moltissimo il duro lavoro di ricerca che c’è stato come background prima della stesura. La scrittrice, come dichiara lei stessa alla fine del manoscritto, si è recata nei luoghi interessati dalla storia, si è documentata sulle vite dei personaggi leggendo persino la corrispondenza privata, ha ascoltato numerose testimonianze dell’epoca, ha letto diversi articoli, ecc…mettendo insieme i dati ricavati ha voluto romanzare una parte di quell’oscuro capitolo della storia del XX secolo dando voce a delle donne che per anni hanno vissuto nell’indifferenza, rendendo anche omaggio ad un’eroina che negli anni ha impegnato tutta sé stessa nell’aiuto verso le meno fortunate. Inoltre, è la prima volta che mi capita di leggere dell’Olocausto dal punto di vista di una nazista, cercando di entrare nella sua psiche e di rendere un po’ più umano un personaggio che per quanto ne sappiamo, accostarlo a qualcosa di bestiale sarebbe un complimento. In tutto ciò, per quanto nel complesso abbia apprezzato l’opera, alcune note le ho trovate stonate, alcune della quali tratterò nel prossimo paragrafo. Comunque ci tengo a precisare che, secondo me, sul finale la storia diventa fin troppo prolissa: sembra che, volendo raccontare in maniera esaustiva ciò che di straordinario ha fatto Caroline, le vicende di Kasia siano state tirate molto per i capelli. Le ultime 100 pagine almeno, potevano essere riassunte in un paio di capitoli, come per dire “Ecco che fine hanno fatto queste persone”. Voto 3.5 su 5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Come ho già accennato, per quanto sia un libro che vale la pena leggere, ci sono delle parti che ho apprezzato meno. Prima di tutto mi è sembrata piuttosto evidente la discrepanza fra le storie reali e quelle inventate, dal momento che queste ultime contenevano a volte dei buchi di trama, rendendo alcuni aspetti delle storie davvero poco chiari. Faccio degli esempi, per capirci meglio. Quando entra nel campo di concentramento, Herta sembra così sconvolta nell’apprendere ciò che succede che decide di partire il giorno dopo, ma alla fine rimane. Successivamente diventa una persona ambigua, a tratti ancora più egoista, fredda e calcolatrice e nello stesso tempo quasi buona nei confronti di Halina, come se stessimo descrivendo due personaggi diversi. Perché? Il libro giustifica il cambiamento dicendo che le serviva lo stipendio per mantenere le cure della madre; inoltre, ad un certo punto si sente tradita dalla sua stessa brillante infermiera. Non mi ha convinto sinceramente. Altra questione, non ha molto senso il modo in cui Caroline decide di scaricare Paul senza ascoltare minimamente ciò che ha da dirle, non si concede nemmeno il beneficio del dubbio, anche quando capisce che la moglie Reena ormai l’ha lasciato. Anche qui, non ha nessun senso a parer mio e difatti è una parte aggiunta dalla scrittrice. Poi, la personalità di Kasia che anche a quasi quarant’anni sembra comportarsi come un’adolescente arrabbiata, apparendo persino ridicola e irritante, ben diversa da quella che era nel campo di concentramento. Possibile che dopo quella esperienza sia tornata esattamente com’era prima di partire? Difatti anche il suo personaggio, per quanto sia ispirato ad una deportata reale, comunque è inventato. Infine, discrepanze a parte, vorrei far luce su un filo conduttore molto sottile, fra i tanti, che vuole affrontare anche un tema molto delicato per una donna, anche se non sono sicura che sia voluto dalla stessa autrice. Più volte viene affrontato il discorso della maternità in chiavi diverse, come sentirsi realizzate, senso del dovere, portatrice di speranza, ma in ogni caso la morale è sempre la stessa: non basta mettere al mondo un figlio per risolvere i propri problemi e sentirsi felici, come fosse una toppa sulla propria insoddisfazione. Deve essere uno dei traguardi al limite, non un mezzo per raggiungerli.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Ben presto imparammo che a Ravensbruck la sopravvivenza ruotava intorno alla gavetta di stagno, alla tazza e al cucchiaio, nonché all’abilità di tenerli al sicuro. Se li si perdeva di vista anche solo per un istante rischiavano di sparire per sempre. Perciò li tenevamo sempre dentro l’uniforme, oppure appesi alla vita, se si aveva la fortuna di trovare un pezzo di corda o di spago da trasformare in una cintura.” Le Ragazze senza Nome, M. H. Kelly

La realtà fittizia del circo

Come primo articolo vorrei parlare di una lettura recentissima, scelta da mio marito durante un giro in libreria. E’ vero che è sbagliato giudicare un libro dalla copertina, ma ce ne sono alcuni che ti attirano per una qualche strana ragione. Come se avessero una freccia sopra e ci invitassero a prenderli. Non so come fate voi, ma io di solito quando adocchio un libro eseguo sempre le stesse azioni come fossero rituali: prima esamino la copertina, poi leggo il riassunto che nel 95% delle volte dimentico anche nel corso della lettura dello stesso libro, infine, lo apro e leggo qualche riga in una pagina casuale. Non so perché lo faccio, ma solo quando un manoscritto mi attira anche per come è scritto allora decido di prenderlo. Ad ogni modo, ora passo al libro in questione.

Si intitola La Ragazza della Neve (titolo originale The Orphan’s Tale), scritto da Pam Jenoff e pubblicato in Italia nel 2018 da Newton Compton Editori. So che non è molto sconosciuto, ma mi ha stupito non averlo visto almeno fra i primi letti in Italia, mentre in America è stato un best seller.

La storia è incentrata su due donne: la sedicenne Noa cacciata di casa perché rimasta incinta dopo una notte passata con un soldato nazista, e Astrid, figlia di celebri artisti circensi che, in quanto ebrei, furono costretti a chiudere i battenti proprio mentre la donna si trovava a Berlino, sposata con un ufficiale tedesco. Noa partorisce il bambino in un rifugio per madri, ma le viene strappato dalle braccia dalle infermiere. Cacciata dal posto trova lavoro come sguattera in una stazione e, una notte, salva un bambino da un convoglio diretto ad un campo di concentramento, fuggendo nei boschi. Verrà trovata da Peter, il compagno di Astrid, che la porta al circo di Neuhoff dove le viene offerto un luogo sicuro per vivere in cambio di esibizioni sul trapezio con la stessa Astrid.

Le vicende sono narrate in terza persona, ma l’autrice sposta l’attenzione ora su una, ora sull’altra protagonista facendoci immergere nei sentimenti dei personaggi, nonché le loro angosce e paure. Il circo diventa per tutti un rifugio, una tenue speranza mentre fuori imperversa la guerra. Di questo romanzo ho apprezzato il racconto da un punto di vista differente di un fatto atroce affrontato da numerosi altri scrittori. I rapporti dei diversi personaggi si evolvono col tempo e vediamo le protagoniste maturare nel corso del racconto. Non so se sia una scelta stilistica, ma mi è dispiaciuto non aver trovato maggiori riferimenti storici rispetto all’epoca di cui si sta parlando. I fatti esterni sono appena accennati e molto generici. Forse l’autrice voleva sottolineare come ciò che accadeva nel mondo, non poteva riguardare il circo che sembra vivere come un essere a sé stante fuori dal tempo. Per queste ragioni il mio voto è 4 su 5.

Se volete acquistarlo, oltre che nelle librerie, lo trovate anche su internet a prezzi che non arrivano nemmeno a 5 euro ed è in formato rilegato. Vi lascio anche il link del sito ufficiale della scrittrice per chi volesse saperne di più anche su altri suoi titoli:

http://pamjenoff.com/index.cfm

ATTENZIONE QUESTO PARAGRAFO CONTIENE SPOILER! PASSATE OLTRE SE NON AVETE LETTO IL LIBRO! In linea di massima ho spiegato in generale cosa mi è piaciuto e cosa un po’ meno. Entrando nei dettagli, sinceramente ho trovato più reale la storia d’amore fra Astrid e Peter, due anime perse nel mare di sofferenza che si sono incontrate e restano unite, senza definire la loro relazione per paura di avere ancora qualcosa da perdere. Difatti, una volta che decidono di esporsi, la situazione precipita in maniera drammatica e questo segna per sempre Astrid che rifiuta ogni storia futura. La relazione fra Luc e Noa, invece, mi è sembrata un po’ troppo forzata, come un amore estivo travolgente che vuole illudersi di poter sopravvivere. E, ad un certo punto, quasi stavano per riuscirci se non fosse per la morte improvvisa del ragazzo. Sarò cinica, ma lui era disposto a tutto per qualcuna che conosceva appena e, forse, se n’è resa conto anche la scrittrice che ad un certo punto introduce la stessa perplessità a Noa che, comunque, che io ricordi, non approfondisce con Luc la questione. Per quanto riguarda il finale, direi che sono rimasta sorpresa: per tutto il libro ero convinta che la donna della prefazione fosse Noa, invece, si trattava di Astrid! Infatti, mentre leggevo della morte della ragazza continuavo a dirmi “Ma sicuramente si salva…certo…si salva, vero?”. Un meraviglioso inno alla sopravvivenza dall’inizio alla fine, fra gomitate, compromessi, soluzioni al limite del possibile e amori che nascono in contesti improbabili…

Vi ringrazio per la lettura 🙂

“Rimango pietrificata. Ci sono stati momenti in cui ho visto la morte da vicino – mentre partorivo e la vita sembrava fuggire via rapida dal mio corpo, oppure quando ho trovato i bambini sul treno, e ancora mentre arrancavo nella neve con Theo, pochi giorni fa. Ma ora è più reale che mai, si para davanti a me nell’abisso fra la piattaforma e il suolo.” La Ragazza della Neve, Pam Jenoff