Un libro di un certo spessore

Quando frequentavo il terzo anno di liceo scientifico, mi ricordo che un giorno venne a farci visita un ex studente per parlarci di dimensioni in matematica, prendendo come riferimento il romanzo Flatlandia di Edwin A. Abbott. Lì per lì pensai “sai che noia un libro che parla di matematica!” e invece è stato uno di quei testi che ho imparato ad apprezzare in età adulta.

Flatlandia è un grande classico in letteratura che, al tempo della sua pubblicazione nel novembre del 1884, godette di una tiratura di mille copie. Fin da subito non si può fare a meno di notare quanto sia ingegnosa questa allegoria matematica, dove attraverso le vicende di un Quadrato conosciamo i paradossi delle dimensioni, spingendoci a porci delle domande. Nella prima parte del libro, l’autore descrive Flatlandia dove vive il protagonista, un universo a 2 dimensioni abitato da umani dalle forme geometriche che si vedono fra loro solo attraverso il perimetro. Nella seconda parte il quadrato inizia un viaggio attraverso altre dimensioni sotto la guida di un misterioso straniero, la Sfera, che lo sceglie come apostolo per il Vangelo delle Tre Dimensioni.

Per quanto inizialmente il libro mi stava un po’ annoiando, poiché la descrizione del luogo dura oltre la metà e tocca diversi aspetti geometrici, vale davvero la pena proseguire nella lettura. Ciò che capiamo attraverso il Quadrato è il fatto che ciascun essere considera il proprio mondo come un assoluto e tutto ciò che non può capire diventa una sorta di imbroglio, un gioco di prestigio. Ho trovato divertente il modo in cui l’autore rende scettico ogni personaggio che viene messo di fronte ad una realtà fuori dalla propria comprensione, senza mai uscire dalla coerenza data dalla natura delle sue dimensioni. Particolare il caso del Punto che, non potendo concepire qualcosa al di fuori della propria uni-dimensionalità, non appena sente la voce del Quadrato, si auto-elogia pensando sia una parte del proprio pensiero. Voto 5/5.

L’incontro con la Sfera, mi ha fatta riflettere, soprattutto la sua reazione quando il Quadrato gli propone di visitare la Quarta Dimensione. Accenna al fatto che si possa percepire, ma è qualcosa di non confermato e non ha intenzione di indagare, trovando la questione assurda. Secondo il protagonista noi apparteniamo a Spaziolandia, in quanto viviamo in un mondo costituito da tre dimensioni. Perciò, come dovrebbe presentarsi a noi un essere appartenente ad una dimensione superiore? Come dovremmo apparire agli occhi suoi? Sarà che la Quarta Dimensione sia costituita da tutto ciò che possiamo solo sentire, ma non vedere, come le onde sonore o il tempo? Ma qui sto divagando…

Grazie per la lettura 🙂

Julia Volta

“Eppure faccia caso alla sua soddisfazione assoluta, e ne ricavi una lezione, cioè che essere soddisfatti di se stessi equivale a essere miserabili e ignoranti, e che è meglio aspirare piuttosto che essere felici nella cecità e nell’impotenza.” Flatlandia, E. A. Abbott

Riflessioni sull’umanità attraverso la fantascienza

E’ da un bel po’ che non posto una recensione, un po’ per il periodo festivo, un po’ perché il mio piccolo esperimento non è andato molto bene. Mi spiego meglio: il mese scorso ho deciso di puntare su un nuovo genere, il fantascientifico, cercando libri non troppo famosi da recensire. Arrivata in libreria chiedo direttamente al commesso che, dapprima mi espone titoli di autori molto famosi come Asimov e Bradbury (ehmm…no, non ci siamo), poi raccoglie un volume di Ted Chiang, dal titolo Respiro, secondo lui destinato a diventare un best seller. Perfetto, mi dico, lo prendo!

Per chi non lo sapesse, questo autore ha pubblicato anche la raccolta Storie della Tua Vita, dal quale è tratto il film Arrival, diretto da Denis Villeneuve, dove abbiamo dei misteriosi extraterrestri che comunicano con un linguaggio complesso dai segni circolari. Avevo visto il film prima di conoscere l’autore e devo dire che mi è piaciuto, anche se parecchio contorto, perciò ero partita con aspettative abbastanza alte. La raccolta Respiro, invece, tratta diverse storie di carattere fantascientifico, ma senza la presenza di alieni. Si parla di presunti futuri che riguardano l’umanità o civiltà di universi paralleli che, in linea generale, affrontano attraverso le loro esperienze temi molto profondi che riguardano l’essere umano, come il valore della vita, l’ineluttabilità, la paura e il dolore della morte, la necessità della memoria, la ricchezza salvifica del sapere e volere, comunicare. Insomma un calderone di riflessioni devo dire, che ho sì e no apprezzato, perché alcuni racconti non mi sono piaciuti per nulla ed è anche questo il motivo per cui il mio esperimento è mezzo fallito. Ci ho messo parecchio tempio a finirlo, a differenza di altre letture.

In questo caso il mio voto rispecchia parecchio i miei gusti personali in fatto di generi, in quanto non essendo abituata a questo tipo di storie, alcuni punti li ho trovati persino estremamente noiosi. La scrittura comunque è semplice e veloce; nonostante i temi profondi che l’autore vuole affrontare, di rado si perde in monologhi prolissi e pesanti. Direi che un 3.5 su 5 ci sta tutto.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!!!!!! La lettura di questo libro è stata una specie di climax ascendente di apprezzamento, perciò non ho condiviso molto la scelta del titolo prendendo uno dei racconti che mi sono meno piaciuti, per quanto siano profonde le tematiche affrontate in Respiro. La mia impressione è stata che il meglio si è concentrato verso la fine, con le ultime storie, in particolare con Il Grande Silenzio e L’Angoscia e la Vertigine della Libertà, dove nel primo viene esposto il paradosso della ricerca umana che desidera andare oltre il cielo e le stelle in cerca di nuove forme di vita per comunicare, quando per assurdo non sa ancora apprezzare la ricchezza che ha sulla Terra, mentre nell’altro una serie di universi paralleli accessibile tramite dispositivi chiamati “prisma” mettono in crisi le persone di fronte alle proprie scelte di vita. Veramente interessanti e a me, personalmente, hanno spinto a farmi delle domande. Se avessi un prisma, lo vorrei usare per vedere cosa avrei fatto in universi paralleli? Non credo, lo troverei inutile e controproducente. Nel racconto molte persone hanno perso la ragione, spesso perché i propri parasé avevano una vita migliore partendo dalle stesse risorse e ciò che mandava in crisi era il fatto che il loro successo era dovuto a variabili casuali. Un altro racconto interessante è stato La Verità del Fatto e La Verità della Sensazione, dove il protagonista si interrogava sulla perdita del valore dei propri ricordi una volta che le persone avrebbero fatto ricorso ai loglife, ovvero video della propria vita, mostrandosi, in un certo senso, contro ai progressi di questa nuova tecnologia. Ma, paradossalmente, è stato proprio grazie al loglife di sua figlia Nicole che si è reso conto di non essere stato un buon padre, dopo aver rivisto un litigio del passato ed aver appurato che era stato lui a dire delle frasi offensive che aveva attribuito a lei per molti anni. Lui stesso all’inizio aveva ipotizzato che questa tecnologia, usata dalle persone anche per farsi ragione durante i conflitti, poteva peggiorare i rapporti, eppure per lui è stato il contrario. Un video perenne della propria esistenza potrebbe peggiorare o migliorare la vita e i rapporti con gli altri? Da una parte sarebbe bello poter rivivere dei momenti ormai passati, magari con parenti defunti o figli cresciuti, ma dall’altra ci sono parti della nostra vita che vorremmo poter cancellare, quindi un loglife che va a pescare video secondo criteri di ricerca pronunciati durante un dialogo, stile Google, sarebbe anche fastidioso e inquietante. Troverei inutile anche questo.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

PS: per chi fosse interessato, il telefilm Arrival è disponibile su Netflix!

“Ognuno di noi, oggi, rispecchia una cultura orale privata. Riscriviamo il nostro passato in modo che assecondi le nostre esigenze e avvalori la storia che raccontiamo di noi stessi. Con i nostri ricordi siamo tutti colpevoli di un’interpretazione progressista delle nostre storie personali, perché vediamo i noi stessi del passato come i gradini che ci hanno portato a essere gli splendidi noi del presente.” Respiro, T. Chiang

Robot: progresso o minaccia?

Per il mese di settembre ho deciso di proporre un best seller che ha fatto la storia per quanto riguarda le leggi della robotica. Un titolo che ha ispirato l’omonimo film con Will Smith, le cui analisi ho portato all’esame di terza media (si ero una secchiona :P). Sto parlando di Io, Robot di Isaac Asimov.

Per chi non l’avesse letto, dovete sapere che è stato scritto nel 1950 segnando una rivoluzione nel genere perché per la prima volta vengono formulate e applicate le tre celeberrime Leggi della Robotica, norme che regolano il comportamento della “macchine pensanti”, la base di tutta la letteratura e filmografia che ne seguì. Quali sono le tre leggi? 1. Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno; 2. Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che contrastino con la Prima Legge; 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.

Sulla base di queste, prende vita il romanzo che è una raccolta di storie che mostrano con ironia e divertimento, i lati bizzarri e ambigui della natura umana. Nei racconti di Asimov abbiamo dei robot che entrano in conflitto con le Leggi in svariati modi, a dimostrazione del fatto, per ammissione implicita dell’autore, che l’essere umano non può tener conto delle infinite variabili del caso. Si possono creare macchine sulla base di proprie leggi morali? Sì, ma quanto più queste diventano sofisticate, tanto più il paradosso non tarda a manifestarsi. Un romanzo da pieni voti che tutti dovrebbero leggere, soprattutto in un’epoca di continui progressi tecnologici come la nostra.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Vorrei aggiungere un piccolo confronto con il film che ha preso lo stesso titolo del romanzo, diretto da Alex Proyas, dove fin dall’inizio abbiamo un poliziotto diffidente nei confronti delle “macchine” a causa di esperienze personali. Come nell’antologia di Asimov e secondo la logica dell’ultimo racconto Conflitto Evitabile, anche qui le tre Leggi entrano in conflitto con l’AI Viki presente nella US Robotica. Gli esseri umani, nella loro ambizione e, talvolta, presunzione, non tengono conto del fatto che essi stessi rappresentano un pericolo per la loro razza, costringendo i robot a prenderne il controllo e, nel caso, eliminare chi costituisce una minaccia. Così, mentre nei racconti del celebre autore, ogni conflitto viene risolto, in maniera utopica direi, grazie all’ingegno degli esseri umani che comunque dimostrano ancora una volta la loro superiorità, nonché complessità unica della propria mente, nel film il tutto viene risolto resettando come un virus il cervello di Viki. Niente test di logica, niente risoluzione utilizzando l’intelligenza, perché effettivamente l’AI non aveva tutti i torti: gli uomini si autodistruggono davvero e forse, nella loro ambiguità, non sono ancora pronti a far fronte a questo nuovo tipo di tecnologia. Da notare che nel film l’ago della bilancia pende a favore degli uomini, anche grazie al contributo di Sonny, unico androide dotato di sentimenti, una specie di umano 2.0, che con inganno riesce a salvare la pelle alla Calvin e Spooner. Penso che sia il libro sia il film forniscano degli ottimi spunti di riflessione…

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Il robot aprì le mani a ventaglio con un gesto di disapprovazione. -Non accetto spiegazioni assurde solo perché mi siete gerarchicamente superiori. Ogni teoria deve avere un supporto razionale, altrimenti non è valida. E che mi abbiate creato voi è un’ipotesi che contrasta con tutti i principi della logica.” Io, Robot di I.Asimov