Fra il cruento e l'”americanata”

Il libro che vi presento in questo articolo, faceva polvere nella mia libreria da mesi. Comprato qualche mese fa insieme a Una Lunga Notte, che già ho recensito, poiché trovato in offerta insieme ad altri volumi thriller, ho aspettato mesi prima di decidermi a leggerlo, dando spazio ad altri generi, per non appesantirmi la lettura. Si perché appartengo a quella categoria “superiore” di persone che vanno in ansia per tutto, pure per i libri! Sto parlando di Morte sospetta di Tim Weaver, scritto in caratteri minuscoli sulla copertina dell’edizione che avevo io, per ragioni che ora mi sfuggono.

Dunque, un anno fa viene rinvenuto in un incidente a Bristol il cadavere bruciato di Alex Towne, un ragazzo scappato di casa ormai da diversi anni. Un mese fa, la madre è sicura di averlo visto per strada e decide di chiedere aiuto al giornalista vedovo David Raker, facendo leva sul suo dolore ancora vivo e lacerante per la morte dell’amata moglie Derryn, strappata alla vita da un cancro. Raker accetta l’incarico con una buona dose di scetticismo (e chi non lo avrebbe avuto in quella situazione?), ma è solo e disperato, perciò inizia le indagini. Ben presto scopre un labirinto intricato e oscuro che si nasconde ai margini di un’Inghilterra contemporanea.

Quando finisco di leggere un libro, di solito mi piace guardare le recensioni in giro, per capire se mi sia sfuggito qualcosa e ho scoperto così che si tratta di un prequel di una storia che l’autore ha già pubblicato. Ahimé, questa non ha riscosso lo stesso successo dell’altra: considerato troppo cruento e ai limiti dell’assurdo, perciò tanti hanno persino saltato interi capitoli pur di finirlo. Io dico sinceramente che è uno dei pochi libri che mi ha attirato fin dalle prime pagine: la scrittura è lineare, non pesante e scorre con continui colpi di scena attraverso una trama molto movimentata. E’ vero, non posso nascondere che contiene descrizioni minuziose di ferite, anche molto pesanti, perciò se siete troppo sensibili evitate la lettura. Tuttavia, se non fosse stato anche per una parte verso la fine, che spiegherò nel prossimo paragrafo, che mi ha fatto cadere parecchio le braccia, il libro merita, secondo me, con un voto pari a 4/5. Finale che fa perdonare tutti gli strafalcioni del libro.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!!!!!!!!!!!!!! Dunque, prima ho parlato di un punto in cui ho storto il naso e stavo davvero pensando di saltare pagine, per il tentativo palese dello scrittore di dilungarsi verso il finale. Partiamo dicendo che in diversi episodi ricorda molto i film di azione che definiamo “americanate” perché la gente si salva in maniera assurda e compie gesti disumani. Ecco, qui possiamo fare lo stesso discorso con David Raker. Con la schiena scorticata, mani bucate da chiodi, piedi pieni di tagli, volto tumefatto e diversi altri traumi qui e là nel corpo, riesce a muoversi come una gazzella nella savana mentre scappa dai leoni. Sembra che la coerenza, in certi punti, vada proprio a farsi friggere: un momento prima non riusciva manco a reggersi in piedi, un momento dopo fa acrobazie a destra e sinistra. Poi, non bisogna essere un medico per capire che se ti prendono a bastonate tutte quelle volte, è difficile che ti rialzi in piedi e tu sia addirittura in grado di difenderti. Ma c’è di più, perché la mancanza di logica la vediamo anche in tante piccolezze che ti riempiono la testa di domande. Per esempio, arrivi in una fattoria dove potenzialmente ci sono psicopatici che ti ammazzano a vista e tu lasci i proiettili in macchina, prendendoti solo la pistola e il bussolotto fortunello del papi defunto. Molto furbo, direi. Senza contare che, nonostante avesse più volte la possibilità di prendere altri tipi di armi per difendersi, o usare la stessa che aveva in mano, si fa sempre beccare e massacrare come un allocco. E come non citare, ciliegina sulla torta, la classica scena da film del buono che punta l’arma verso il peggior nemico che, per inciso, ha intenzione di squartarlo, ma invece di usarla, si perde in sproloqui inutili perdendo tempo e facendosi catturare e menare di nuovo. A sto punto vi chiederete il motivo di una valutazione personale così alta…Beh, nonostante tutto, proprio non ce la fai a schiodarti dalle pagine per capire come cippa va a finire!

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Però, da qualche parte dentro di me, ci sarebbe un dubbio che prima non c’era, la sensazione opprimente che, se mi avvicinassi troppo o ti dimostrassi troppo affetto, una mattina potresti alzarti e andartene via. Non voglio sentirmi di nuovo come se fossi uno sbaglio.” Morte Sospetta, T. Weaver

Riflessioni sull’umanità attraverso la fantascienza

E’ da un bel po’ che non posto una recensione, un po’ per il periodo festivo, un po’ perché il mio piccolo esperimento non è andato molto bene. Mi spiego meglio: il mese scorso ho deciso di puntare su un nuovo genere, il fantascientifico, cercando libri non troppo famosi da recensire. Arrivata in libreria chiedo direttamente al commesso che, dapprima mi espone titoli di autori molto famosi come Asimov e Bradbury (ehmm…no, non ci siamo), poi raccoglie un volume di Ted Chiang, dal titolo Respiro, secondo lui destinato a diventare un best seller. Perfetto, mi dico, lo prendo!

Per chi non lo sapesse, questo autore ha pubblicato anche la raccolta Storie della Tua Vita, dal quale è tratto il film Arrival, diretto da Denis Villeneuve, dove abbiamo dei misteriosi extraterrestri che comunicano con un linguaggio complesso dai segni circolari. Avevo visto il film prima di conoscere l’autore e devo dire che mi è piaciuto, anche se parecchio contorto, perciò ero partita con aspettative abbastanza alte. La raccolta Respiro, invece, tratta diverse storie di carattere fantascientifico, ma senza la presenza di alieni. Si parla di presunti futuri che riguardano l’umanità o civiltà di universi paralleli che, in linea generale, affrontano attraverso le loro esperienze temi molto profondi che riguardano l’essere umano, come il valore della vita, l’ineluttabilità, la paura e il dolore della morte, la necessità della memoria, la ricchezza salvifica del sapere e volere, comunicare. Insomma un calderone di riflessioni devo dire, che ho sì e no apprezzato, perché alcuni racconti non mi sono piaciuti per nulla ed è anche questo il motivo per cui il mio esperimento è mezzo fallito. Ci ho messo parecchio tempio a finirlo, a differenza di altre letture.

In questo caso il mio voto rispecchia parecchio i miei gusti personali in fatto di generi, in quanto non essendo abituata a questo tipo di storie, alcuni punti li ho trovati persino estremamente noiosi. La scrittura comunque è semplice e veloce; nonostante i temi profondi che l’autore vuole affrontare, di rado si perde in monologhi prolissi e pesanti. Direi che un 3.5 su 5 ci sta tutto.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!!!!!! La lettura di questo libro è stata una specie di climax ascendente di apprezzamento, perciò non ho condiviso molto la scelta del titolo prendendo uno dei racconti che mi sono meno piaciuti, per quanto siano profonde le tematiche affrontate in Respiro. La mia impressione è stata che il meglio si è concentrato verso la fine, con le ultime storie, in particolare con Il Grande Silenzio e L’Angoscia e la Vertigine della Libertà, dove nel primo viene esposto il paradosso della ricerca umana che desidera andare oltre il cielo e le stelle in cerca di nuove forme di vita per comunicare, quando per assurdo non sa ancora apprezzare la ricchezza che ha sulla Terra, mentre nell’altro una serie di universi paralleli accessibile tramite dispositivi chiamati “prisma” mettono in crisi le persone di fronte alle proprie scelte di vita. Veramente interessanti e a me, personalmente, hanno spinto a farmi delle domande. Se avessi un prisma, lo vorrei usare per vedere cosa avrei fatto in universi paralleli? Non credo, lo troverei inutile e controproducente. Nel racconto molte persone hanno perso la ragione, spesso perché i propri parasé avevano una vita migliore partendo dalle stesse risorse e ciò che mandava in crisi era il fatto che il loro successo era dovuto a variabili casuali. Un altro racconto interessante è stato La Verità del Fatto e La Verità della Sensazione, dove il protagonista si interrogava sulla perdita del valore dei propri ricordi una volta che le persone avrebbero fatto ricorso ai loglife, ovvero video della propria vita, mostrandosi, in un certo senso, contro ai progressi di questa nuova tecnologia. Ma, paradossalmente, è stato proprio grazie al loglife di sua figlia Nicole che si è reso conto di non essere stato un buon padre, dopo aver rivisto un litigio del passato ed aver appurato che era stato lui a dire delle frasi offensive che aveva attribuito a lei per molti anni. Lui stesso all’inizio aveva ipotizzato che questa tecnologia, usata dalle persone anche per farsi ragione durante i conflitti, poteva peggiorare i rapporti, eppure per lui è stato il contrario. Un video perenne della propria esistenza potrebbe peggiorare o migliorare la vita e i rapporti con gli altri? Da una parte sarebbe bello poter rivivere dei momenti ormai passati, magari con parenti defunti o figli cresciuti, ma dall’altra ci sono parti della nostra vita che vorremmo poter cancellare, quindi un loglife che va a pescare video secondo criteri di ricerca pronunciati durante un dialogo, stile Google, sarebbe anche fastidioso e inquietante. Troverei inutile anche questo.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

PS: per chi fosse interessato, il telefilm Arrival è disponibile su Netflix!

“Ognuno di noi, oggi, rispecchia una cultura orale privata. Riscriviamo il nostro passato in modo che assecondi le nostre esigenze e avvalori la storia che raccontiamo di noi stessi. Con i nostri ricordi siamo tutti colpevoli di un’interpretazione progressista delle nostre storie personali, perché vediamo i noi stessi del passato come i gradini che ci hanno portato a essere gli splendidi noi del presente.” Respiro, T. Chiang

Sheila: vittima o carnefice?

In questo articolo vi propongo un altro romanzo di una delle mie scrittrici preferite, nonché una pedagogista famosissima conosciuta come Torey Hayden, del quale ho già esposto un romanzo in precedenza. Questa volta parlo di Una Bambina, una delle storie più famose fra quelle da lei raccontate, ma non molto diffuso in Italia.

Torey Hayden conosce Sheila mentre cura una classe di “bambini speciali”, vittime di abusi fisici e sessuali, oppure con ritardi neurologici o determinate patologie psichiatriche. A metà anno scolastico, quando fra loro si è già instaurato un meccanismo di discreto miglioramento, entra in classe Sheila, in stallo temporaneo, in attesa che si liberi un posto nell’ospedale statale al quale è destinata. La bambina è accusata di aver legato a un palo e dato fuoco ad un bambino, perciò è sotto processo. Nonostante un inizio altalenante, Torey la prende a cuore scoprendo delle doti matematiche e dialettiche sorprendenti, con un quoziente intellettivo superiore alla norma, nonostante si tratti di una bambina trascurata fin dalla tenera infanzia. Difatti è figlia di una quattordicenne che, dopo quattro anni, decide di abbandonarla sul ciglio della strada portandosi via il fratello minore. Al tempo delle vicende vive in una baracca con un padre perennemente ubriaco, che l’accusa continuamente della fuga della moglie.

Come sempre parliamo di storie forti, raccontate in maniera lineare, chiara e coinvolgente. Uno stile tipico della Hayden che apprezzo tantissimo, che ci fa conoscere i casi difficili che ha dovuto affrontare, non con l’occhio asettico di chi descrive una situazione clinica complicata solo dal punto di vista scientifico, ma con la passione profonda per il suo mestiere, che numerose volte l’ha portata a guardare ben oltre le apparenze, consentendole di dare una speranza in situazioni nelle quali ormai nessuno se l’aspettava. Per me voto massimo. E’ stato il primo libro che ho letto dell’autrice, assegnato dalla mia professoressa alle superiori. Da questo, gli altri li ho cercati in successione.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!!! Per quanto Torey ce l’abbia messa tutta per aiutare la povera Sheila, purtroppo i risvolti delle vicende non sono stati così rosei come ci si aspettava. Proprio quando la piccola stava facendo enormi progressi e sembrava stesse ritrovando una sorta di tenue serenità, subisce violenze sessuali dallo zio appena uscito di prigione. Uno strazio e l’ennesima ingiustizia nei confronti di una bambina già vittima di abusi a causa della negligenza paterna. Alla fine del romanzo viene affidata alle cure di assistenti sociali, se non ricordo male. La scrittrice ha raccontato il seguito della sua storia, riprendendo contatti con lei diversi anni dopo e scoprendo che il suo destino le ha serbato altre batoste. Già da adolescente, comunque, si intravede l’indole forte di Sheila, decisa a prendere in mano le redini della sua vita e fare tutto ciò che desidera, senza assecondare le aspettative degli altri, nemmeno dell’amata Torey che, considerata la sua straordinaria intelligenza, in lei aveva riposto aspettative molto più elevate. Comunque alla fine del libro non si può non rimanere sconcertati di fronte ai numerosi strafalcioni di diversi personaggi, le cui conseguenze si sono riversate su una bambina di 6 anni, vista come un mostro, quando in realtà era il prodotto della mancanza più totale di amore.

Dal sito ufficiale dell’autrice, si apprende il destino dei protagonisti di questo libro, Sheila compresa, che attualmente vive con gli amati cani e gatti, lavorando in un ristorante e dedicandosi alle cause sui diritti degli animali.

Per chi volesse conoscere il seguito di questo libro, consiglio la lettura de La Figlia della Tigre.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura dei libri 🙂

“In questi bambini c’è di più. C’è il coraggio. Mentre la sera siamo davanti al telegiornale, a sentire di nuove, emozionanti conquiste in qualche terra lontana, perdiamo i veri drammi che si vivono intorno a noi. È un peccato, perché lì c’è più coraggio che da ogni altra parte. Alcuni di quei bambini vivono con tali incubi e tali ossessioni, nella loro testa, che ogni movimento si carica di straordinario terrore. Alcuni vivono a contatto con una violenza e una perversione che le parole non possono descrivere. Ad alcuni non viene nemmeno concessa la dignità che si concede agli animali. Alcuni vivono senza speranza. Eppure resistono. Quasi tutti accettano la loro vita, non conoscendo altro modo di vivere. Questo libro racconta di una sola bambina. Non è stato scritto per evocare pietà. Ne per elogiare un’insegnante. E neppure per deprimere quelli che hanno trovato pace nel non sapere. Questo libro è una risposta a chi mi chiede se non è frustrante lavorare con i malati di mente. È un’ode all’animo umano, perché questa ragazzina è come tutti i miei bambini. Come tutti noi. È una sopravvissuta.” Una bambina, T. Hayden

Una mente, una è morta

Un altro thriller questo mese, un romanzo di esordio scritto da una giornalista inglese, venduto nelle librerie italiane in uno di quegli scaffali dove mettono una serie di titoli misconosciuti a pochissimo prezzo. Ed è un vero peccato, perché questo libro sa il fatto suo. Si tratta de Le Sorelle di Claire Douglas.

La storia parla di Abi, una ragazza che ha perso da poco più di un anno la sorella gemella Lucy e le sembra di vederla ovunque. Nella speranza di mitigare il suo dolore, ha tagliato i ponti con amici e famiglia, trasferendosi in una nuova città, ma la cosa non ha funzionato e passa le sue giornate come uno zombie. Un giorno incontra per strada una ragazza che distribuisce volantini, identica a Lucy, di nome Beatrice che, comprendendo il suo dolore, essendo a sua volta gemella, decide di accoglierla in casa. Non appena Abi conosce suo fratello Ben, si innamora, ma qualcosa non va perché qualcuno sembra minacciarla facendo sparire i suoi oggetti dalla camera e strappando le sue foto. Forse qualcuno è geloso o ha scoperto il suo segreto?

Devo ammettere che è stato uno dei pochi romanzi che mi ha tenuta incollata fin dalle prime pagine. Si capisce fin dall’inizio che qualcosa non va: sembra tutto fin troppo bello e costruito a partire dall’incontro con Beatrice. I colpi di scena avvengono uno dietro l’altro e quando si pensa di aver capito la situazione, in realtà succede qualcosa che ribalta tutto. Fino alla fine si dubita persino della stessa protagonista, chiedendosi da quale parte sia giusto schierarsi, poiché la scrittrice alterna il punto di vista di Abi a quello di Beatrice, pur presentando quest’ultimo in terza persona. Ho trovato la scrittrice un po’ mancante nella caratterizzazione dei personaggi, dal momento che sembrano quasi tutti uguali, ma ci si passa sopra vista la storia. Consigliato con un 4 su 5!

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Il tema principale di tutto il libro è senz’altro il rapporto speciale che lega i gemelli, a tratti considerato inquietante e incomprensibile. Viene presentato sia in versione “socialmente accettabile” che in versione patologica, come un’analisi psicologica messa a confronto. Inoltre, ho trovato questo libro interessante anche perché offre un ottimo spunto di riflessione dando al lettore una fine, che non è il classico happy ending che una persona potrebbe aspettarsi. Fra l’altro prima di raggiungere una sorta di epilogo, cominciamo a non capire più chi sia sociopatico e chi sia sincero. Colpo di scena, quello che sembrava più mite di tutti, alla fine era l’artefice di tanto caos! L’amaro in bocca che lascia il finale, comunque, rispecchia tristemente la realtà di oggi. Per quanto sia disgustoso e inconsueto che Beatrice abbia accettato di fare da amante al suo gemello Ben, al di là del loro legame parentale, si nota ancora una volta una donna che nonostante le violenze subite, tanto che sarebbe morta se Abi non l’avesse trovata incosciente, decide di perdonare “perché lo amo, perché è stressato, perché è colpa mia”. Una sorte, ahimé, ancora comune per tantissime che si lasciano trascinare nell’abisso dell’annullamento personale in favore di una mente contorta e malata, che manipola ogni aspetto della propria vita, togliendo il respiro. Ad un certo punto sembra quasi che Beatrice sia giustificata nel suo atteggiamento quando salvata da quella violenza, si rifugia dai genitori di Abi, ma decide non solo di non denunciare, in più la mattina dopo corre da lui come un cane bastonato, in nome di un amore che nessuno può capire. No, mi dispiace, non si può capire perché non è amore. Quindi, da una parte una donna sconfitta da sé stessa e dall’altra una Abi che trova una forza che non sapeva di avere, probabilmente ereditata dalla sorella defunta, e lascia questo tragico episodio alle sue spalle per riprendere la sua vita, da dove l’aveva lasciata. Quello che non ho capito è perché non abbia denunciato lei, invece.

Concludo dicendo che in questo libro ci sono fin troppe biondine con caschetto, magre e bellissime (Lucy, Abi, Beatrice e Ingrid) e ragazzi alti, palestrati e bellocci che rispondono alla stessa descrizione (Ben, Luke e Callum). Quando si dice la fantasia…

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Odio il modo in cui mi guardano, con un misto di pietà e imbarazzo, preoccupati che io possa scoppiare a piangere da un momento all’altro. Di solito segue un istante di silenzio, poi abbassano gli occhi e si guardano le scarpe o le mani, qualsiasi cosa pur di non dover guardare me. Bofonchiano qualcosa sul fatto che gli dispiace tanto e poi cambiano argomento, lasciandomi col dubbio di aver commesso un enorme passo falso a parlare della morte di mia sorella. ” Le Sorelle, C. Douglas

Una ricca americana, un’adolescente polacca e una giovane dottoressa tedesca: destini incrociati nella Seconda Guerra Mondiale

Concludiamo il mese di ottobre con una lettura un po’ impegnativa, un romanzo d’esordio basato sulla storia vera di un’eroina della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta de Le Ragazze senza Nome di Martha Hall Kelly.

Le protagoniste sono tre. La prima è l’americana Caroline Ferriday, realmente esistita e dalla quale è partita l’idea del libro, una donna ricca che lavora al consolato francese che conduce una vita apparentemente perfetta con un amore all’orizzonte e una carriera in ascesa. La seconda è Kasia Kuzmerick, un’adolescente polacca che rischia la vita proprio mentre cerca di eseguire missioni segrete per il movimento di resistenza, durante l’occupazione tedesca. Infine, Herta Oberheuser, una giovane e ambiziosa dottoressa tedesca che fatica a trovare un posto nella società ed uscire dalla desolazione in cui si trova. Quando riceve un annuncio per una posizione di medico al servizio del governo, decide di accettare, ma una volta assunta, si trova intrappolata in un giro di segreti e potere, dominato dagli uomini al servizio del Reich. Apparentemente queste tre donne non hanno assolutamente nulla in comune, ma i loro destini si incrociano quando Kasia viene deportata a Ravensbruck, il famigerato campo di concentramento nazista per sole donne.

Di questo romanzo ho apprezzato moltissimo il duro lavoro di ricerca che c’è stato come background prima della stesura. La scrittrice, come dichiara lei stessa alla fine del manoscritto, si è recata nei luoghi interessati dalla storia, si è documentata sulle vite dei personaggi leggendo persino la corrispondenza privata, ha ascoltato numerose testimonianze dell’epoca, ha letto diversi articoli, ecc…mettendo insieme i dati ricavati ha voluto romanzare una parte di quell’oscuro capitolo della storia del XX secolo dando voce a delle donne che per anni hanno vissuto nell’indifferenza, rendendo anche omaggio ad un’eroina che negli anni ha impegnato tutta sé stessa nell’aiuto verso le meno fortunate. Inoltre, è la prima volta che mi capita di leggere dell’Olocausto dal punto di vista di una nazista, cercando di entrare nella sua psiche e di rendere un po’ più umano un personaggio che per quanto ne sappiamo, accostarlo a qualcosa di bestiale sarebbe un complimento. In tutto ciò, per quanto nel complesso abbia apprezzato l’opera, alcune note le ho trovate stonate, alcune della quali tratterò nel prossimo paragrafo. Comunque ci tengo a precisare che, secondo me, sul finale la storia diventa fin troppo prolissa: sembra che, volendo raccontare in maniera esaustiva ciò che di straordinario ha fatto Caroline, le vicende di Kasia siano state tirate molto per i capelli. Le ultime 100 pagine almeno, potevano essere riassunte in un paio di capitoli, come per dire “Ecco che fine hanno fatto queste persone”. Voto 3.5 su 5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Come ho già accennato, per quanto sia un libro che vale la pena leggere, ci sono delle parti che ho apprezzato meno. Prima di tutto mi è sembrata piuttosto evidente la discrepanza fra le storie reali e quelle inventate, dal momento che queste ultime contenevano a volte dei buchi di trama, rendendo alcuni aspetti delle storie davvero poco chiari. Faccio degli esempi, per capirci meglio. Quando entra nel campo di concentramento, Herta sembra così sconvolta nell’apprendere ciò che succede che decide di partire il giorno dopo, ma alla fine rimane. Successivamente diventa una persona ambigua, a tratti ancora più egoista, fredda e calcolatrice e nello stesso tempo quasi buona nei confronti di Halina, come se stessimo descrivendo due personaggi diversi. Perché? Il libro giustifica il cambiamento dicendo che le serviva lo stipendio per mantenere le cure della madre; inoltre, ad un certo punto si sente tradita dalla sua stessa brillante infermiera. Non mi ha convinto sinceramente. Altra questione, non ha molto senso il modo in cui Caroline decide di scaricare Paul senza ascoltare minimamente ciò che ha da dirle, non si concede nemmeno il beneficio del dubbio, anche quando capisce che la moglie Reena ormai l’ha lasciato. Anche qui, non ha nessun senso a parer mio e difatti è una parte aggiunta dalla scrittrice. Poi, la personalità di Kasia che anche a quasi quarant’anni sembra comportarsi come un’adolescente arrabbiata, apparendo persino ridicola e irritante, ben diversa da quella che era nel campo di concentramento. Possibile che dopo quella esperienza sia tornata esattamente com’era prima di partire? Difatti anche il suo personaggio, per quanto sia ispirato ad una deportata reale, comunque è inventato. Infine, discrepanze a parte, vorrei far luce su un filo conduttore molto sottile, fra i tanti, che vuole affrontare anche un tema molto delicato per una donna, anche se non sono sicura che sia voluto dalla stessa autrice. Più volte viene affrontato il discorso della maternità in chiavi diverse, come sentirsi realizzate, senso del dovere, portatrice di speranza, ma in ogni caso la morale è sempre la stessa: non basta mettere al mondo un figlio per risolvere i propri problemi e sentirsi felici, come fosse una toppa sulla propria insoddisfazione. Deve essere uno dei traguardi al limite, non un mezzo per raggiungerli.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Ben presto imparammo che a Ravensbruck la sopravvivenza ruotava intorno alla gavetta di stagno, alla tazza e al cucchiaio, nonché all’abilità di tenerli al sicuro. Se li si perdeva di vista anche solo per un istante rischiavano di sparire per sempre. Perciò li tenevamo sempre dentro l’uniforme, oppure appesi alla vita, se si aveva la fortuna di trovare un pezzo di corda o di spago da trasformare in una cintura.” Le Ragazze senza Nome, M. H. Kelly

Non un’altra fanciulla repressa

Torniamo un attimo sul discorso del té questo mese, per dare uno sguardo ad un libro che secondo me ha fatto un pochino la differenza, anche se ancora non è chiaro se in positivo o negativo. Non la solita storia della fanciulla ingenua, che reprime ogni sofferenza per fare un favore agli altri, ma una madre che lotta per riprendere le sue figlie. Si tratta del romanzo La Separazione di Dinah Jefferies.

Ci troviamo in Malesia, nel 1955 e la famiglia Cartwright sta facendo le valige per partire da Malacca. Emma, che all’epoca ha 11 anni, e la sorellina Fleur, chiedono al padre come mai non stiano aspettando il ritorno a casa della madre, ma lui non risponde e in maniera brusca e frettolosa, le invita ad obbedire. Quando la moglie Lydia torna da una visita all’amica malata, non trova nessuna traccia delle figlie, del marito o della servitù. Sulla base di qualche informazione che riesce a ricavare, parte per un lungo viaggio pericoloso all’interno di un Paese dilaniato dalle guerre civili e lotte intestine, per scoprire dove sia finita la sua famiglia.

Tutto sommato si tratta di un romanzo piacevole, anche se a tratti parecchio irritante, a causa delle dinamiche assurde che si creano nel corso della storia. Finale, quasi scontato ma non del tutto perché anche quello ci riserva un colpo di scena, eppure rimane nello stesso tempo un po’ sospeso, ma non dico di più. La scrittura è scorrevole, quindi è difficile metterlo da parte. Coinvolgenti le descrizioni della Malesia, messa a confronto con l’Inghilterra. Per me voto 3.5 su 5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Ciò che ho apprezzato in questo romanzo è il fatto che la scrittrice non ci costringe a vedere la protagonista, per forza, come un’anima buona e pia, come ho notato in tanti altri dello stesso genere. Qualunque cosa facessero quelle ragazze, se ne uscivano da vittime, donne infelici che tenevano dentro sofferenze indicibili senza parlarne con nessuno, quando magari avevano fatto tutto da sole. Spesso non si facevano nemmeno rispettare, pur di non perdere l’integrità di questa assurda facciata. Qui abbiamo una madre che ha tutte le ragioni del mondo per essere disperata: non trova le sue figlie, comincia a detestare il marito e per gran parte della storia ha ragione di credere che siano addirittura morti. Ma per quanto la vita sia stata dura con lei, scopriamo che non è la solita stigmatizzata, anche lei ha i suoi scheletri nell’armadio. Insomma non è una persona perfetta, anzi, a tratti risulta perfino detestabile: una donna ha appena scoperto che le figlie le sono morte e si comporta da adolescente innamorata a casa dell’amante, diventando persino gelosa per gli oggetti femminili che trova nel suo rifugio (What??). Tutto ciò senza sentirsi comunque privata del diritto di presentarsi davanti al marito spiattellando il frutto del suo tradimento con una donna del luogo, in pratica due pessimi partner, complimentoni! Ben più tragica è stata la sorte di Emma, che ha dovuto fare i conti con un padre assente e una matrigna assurdamente ingenua, subendo degli abusi. Ma quale genitore lascia una bambina nelle mani di un perfetto sconosciuto, che per altro mostra un inquietante interesse nei confronti di tua figlia? Mah…

” «Emma, Fleur», chiamò.
«La mamma è a casa».
Lydia si affrettò a entrare per ripararsi dalla pioggia.
«Alec?», chiamò di nuovo.
«Sono tornata».
Non ci fu alcuna risposta.” La Separazione, D. Jefferies

Gli irritanti cliché del tè

Non so voi, ma di libri che riguardano il tè in tutte le salse, ne ho visti parecchi. E non sto parlando di guide pratiche su come preparare il Breakfast tea inglese, ma di romanzi che ruotano intorno al mondo della lavorazione di queste foglie dall’aroma intenso. Uno di questi si intitola La Figlia del Mercante di Tè, di Janet Macleod Trotter.

Come tutti i libri sul tè, non può non avere un’ambientazione esotica, in posti che la maggior parte di noi non ha mai visto, in epoche non molto recenti. Qui siamo nell’India dei primi del ‘900, in una tenuta di famiglia dove si lavorano le foglie in maniera artigianale, con metodi antiquati, mentre intorno il progresso diventa soffocante. Il proprietario, pieno di debiti e di dolore per la perdita della moglie, si consola con fiumi di alcool, mentre le figlie si disperano. Un giovane imprenditore, tal Wesley Robson, si offre un aiuto economico in cambio della mano della maggiore, Clarissa, ma viene respinto in malo modo da padre e figlia. Alla fine l’anziano proprietario muore e le ragazze vengono spedite in Inghilterra a fare da serve nella locanda dei cugini, dove vengono trattate con cattiveria e disprezzo. Clarissa ottiene finalmente lavoro come governante del gentile avvocato Herbert Stock e, una volta rimasto vedovo, le chiede di sposarlo. Per lei questa è anche l’occasione di realizzare il suo sogno, ovvero aprire una sala da tè, che effettivamente riesce a realizzare, ma non ha vita facile, soprattutto quando Wesley Robson torna improvvisamente nella sua vita.

Il libro è carino, non così avvincente da ritenerlo uno dei migliori letti perché non è così. Purtroppo questi tipi di romanzi hanno dei cliché che si ripetono: tenute di coloni inglesi, ragazze strappate alla loro bella vita che ricordano con nostalgia, storie d’amore al limite dell’assurdo, protagoniste a tratti così ingenue da sembrare stupide…Insomma piacevoli da leggere, per carità, ma se posso scegliere altri titoli, lo faccio. Darei un buono, 3 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Entrando nel merito, sarò un po’ troppo cinica, ma trovo estremamente irritanti come si comportano talvolta le protagoniste di questi romanzi. Allora, partiamo dal fatto che Clarissa in tutto il romanzo si cerca sempre di dipingerla come la santa e già questo di per sé rende fastidioso il personaggio. Non mi è ancora chiaro il motivo che la spinge ad odiare tanto Robson, che dal canto suo le è stata fin troppo dietro risolvendo tutti i suoi casini, aspettandola con pazienza e amore. Sì, perché lui alla fine era davvero innamorato, ma nessuno gli ha dato modo di dimostrarlo. La “dolce” Clarissa accetta di sposare l’avvocato solo per il tornaconto personale, quindi fammi capire: all’inizio della storia era una questione d’onore e ci sta, anche a costo di perdere tutto; adesso, siccome vuoi a tutti i costi la tua sala da té, allora cambiamo le carte in tavola? Sto poverino fra l’altro, consapevole di non essere ricambiato allo stesso modo, per paura che rimanga incinta e muoia come la prima moglie, manco la tocca. Non entro nel merito, ma già detta così è assurda la questione. Infine, quando Clarissa non ha più un tubero fritto e si rende conto di essere sola, si accorge di cosa? Toh guarda, c’è quello scapolo di Wesley ancora libero! Secondo me sono innamorata…In tutto questo Olive, che per la prima parte del romanzo ha la personalità profonda come una pozzanghera, ad un certo punto e giustamente, prende in mano la sua vita e sposa l’uomo che ama. Il dialogo migliore? quando inveisce contro la sorella perché è stanca di vivere alla sua ombra!

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro, se ci riuscite! 😀

“Sarai anche mia sorella, ma non hai idea di cosa voglio io dalla vita. Non passi nemmeno cinque minuti a parlare con me, altrimenti sapresti che sono innamorata di Jack. Detesto vivere qui come una povera orfanella imparentata con gli Stock, passando il tempo a dipingere bei quadri per te, che ti sei sposata al meglio e ti aspetti la mia eterna riconoscenza!” La Figlia del Mercante di Tè, J. M. Trotter

L’orrore nascosto per 10 anni

Questo mese, nella sezione Il Libro Ritrovato, vi presento un altro thriller ansiogeno che tiene incollati fino all’ultima pagina. Un’altra storia di cronaca nera alla ricerca di oscuri segreti per svelare verità tenute nascoste per troppo tempo. Sto parlando de Il Bambino Silenzioso di Sarah A. Denzil, un best seller in Uk, USA e Australia.

Il piccolo Aiden sparisce da scuola durante un’alluvione, cade nel fiume e annega; poco tempo dopo, durante la disperata ricerca del corpo, viene ritrovato solo il suo cappotto rosso mentre fluttuava lungo il fiume Ouse. Si comincia a pensare alla sparizione, ma dopo continue ricerche a vuoto, viene dichiarato morto. Emma, la madre, dopo dieci anni sembra finalmente riuscita a riacquistare un po’ di serenità: è sposata, incinta e le sembra di aver preso finalmente il controllo della sua vita, quando…Aiden ritorna! Il ragazzo è traumatizzato e non parla con nessuno, anzi, sembra del tutto indifferente a ciò che lo circonda. Ma ciò che non esprime a voce, lo rivela il suo corpo, martoriato dalle violenze subite, ci fa comprendere che non è mai annegato, ma è stato prigioniero in tutti quegli anni. Ci si chiede chi possa aver commesso un crimine tanto orrendo in una cittadina così piccola.

Già dalla trama è una storia che colpisce e vi garantisco che i colpi di scena non mancano, anche se per una certa parte del romanzo il ritmo è piatto, seppur leggero in termini di scrittura, e alcune cose mi hanno fatto storcere un po’ il naso per la loro mancanza di logica. Un altro punto a sfavore e questa è una cosa molto personale, non amo leggere le parolacce nei libri e questo penso ne sia fin troppo pieno. Del resto, per gli amanti del genere, è sicuramente un romanzo apprezzabile. Voto 3,5 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Ho citato dei punti che mi hanno fatto storcere il naso e vorrei entrare un po’ più nel merito. Prima di tutto devo dire che già prima della metà del libro sospettavo che Jake nascondesse qualcosa di losco dietro la sua facciata da perfettino, perché la sua ossessione per l’ordine nella sua vita era fin troppo maniacale, come costruita e questo quantomeno insospettiva. Tuttavia, apprezzo il fatto che l’autrice abbia messo praticamente due assassini con un duplice colpo di scena: l’intenzione di Jake era proprio quella di uccidere Aiden spingendolo nel fiume, mentre il rapitore ha approfittato della situazione senza nemmeno essersi messo d’accordo con lui. E chi è il depravato? Hugh, l’amico! Ecco una delle cose che mi ha fatto storcere il naso, cioè questo va in giro per il mondo, intanto viene interrogato il pianeta terra, ma nessuno si prende la briga di chiamarlo o richiedere la sua presenza al commissariato. In fin dei conti era un amico di famiglia, quindi sospettabile anche lui e se avessero provato a telefonargli, già le mancanze di risposte avrebbero dovuto far insospettire. Altra questione, Jake aveva un box poco fuori città in una zona di spacciatori e questo non ha mai insospettito nessuno? A Emma è venuto in mente di controllare se davvero lavorava a York e non alla polizia? E il bunker dove stava Aiden? All’inizio ci fa capire che si tratta di un posto sperduto e lontano nei boschi, poiché nonostante sia stato setacciato da cima a fondo, non è stato trovato nulla di sospetto. Alla fine del romanzo, in qualche minuto viene raggiunto a piedi da Emma in travaglio (!!!) e Aiden, in una radura. Sul finale poi, invece di incastrare anche quella pazza di Amy che è stata complice del maniaco, magari semplicemente registrandola mentre confessa candidamente, le dice semplicemente di andarsene. Bho…In conclusione, c’è da dire che non è facile narrare una storia così complessa, senza che ci siano dei punti che stonano e, inoltre, persino nella realtà nelle indagini vengono commessi degli errori grossolani che non permettono di trovare i colpevoli per anni, se non per sempre.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Una reazione tipica dell’opinione pubblica inglese, pensai. Pretendono gratitudine in cambio della loro attenzione. Un ragazzino è stato rapito e torturato per un decennio e si sentono tristi per questo. Buon per loro. Così dopo aver provato tutta questa tristezza vedono il ragazzo in questione insieme alla madre e sentono il bisogno di sottolineare l’ovvio: si sentono tristi. Non è orribile, ti dicono? Sì, sì, è molto triste e davvero orribile, grazie per come vi sentite. Ma se non li plachi, allora vai a quel paese te e il tuo bambino.” Il Bambino Silenzioso, S.A. Denzil

La speranza di una madre

Non so se sia capitato anche a voi, ma era tempo che in libreria continuavano a catturare la mia attenzione diversi volumi della stessa autrice. Le copertine, che riportavano donne riprese di spalle in luoghi principeschi, hanno sempre stuzzicato la mia attenzione, ma non sapevo quale scegliere. Alla fine ho optato per Il Profumo della Rosa di Mezzanotte, autore Lucinda Riley, che presento in questo articolo.

Il libro inizialmente tratta parallelamente di due mondi che ad un certo punto si uniscono. Da una parte abbiamo l’India, dove l’anziana Anahita Chavan compie cento anni e, sebbene stia festeggiando con la sua numerosa famiglia, non può fare a meno di pensare al figlio che tutti credono sia defunto da piccolo. Lei è sicura che non sia così, dunque decide di affidare a suo nipote Ari il manoscritto dove ha annotato la storia della sua vita, nella speranza che il giovane possa scoprire cosa sia realmente accaduto. Intanto in un altro continente, più precisamente nel Dartmoor in Inghilterra, la bella e famosa attrice americana Rebecca Bradley si trova nella tenuta Astbury Hall per girare un film ambientato negli anni ’20. A causa del trucco che la fa assomigliare ad un’antenata del padrone di casa, diventa oggetto delle sue attenzioni a tratti inquietanti.

Devo dire che questo bel mattone di ben 611 pagine di storia è un percorso fatto di salti continui fra presente e passato e, anche se per certi versi può sembrare che l’autrice allunghi fin troppo il brodo in alcuni punti, devo dire che comunque la lettura scorre abbastanza velocemente. La descrizione dei paesaggi è ricca di dettagli e coinvolgente, soprattutto quella che riguarda i palazzi indiani o la tenuta nel Dartmoor. Ho apprezzato anche la maturazione e la mancanza di banalità dei protagonisti, che cambiano persino modo di ragionare nel corso degli eventi: non so se sia una “genialata” o un errore dovuto alla lungaggine del romanzo. Finale decisamente avvincente, un po’ thriller, anche se prevedibile in molti aspetti come nel resto del libro, ma tutto sommato l’ho trovato apprezzabile con un voto di 3 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Secondo me lo svantaggio nello scrivere questa storia è che fin dall’inizio c’è poco spazio all’immaginazione: si intuisce che Anahita abbia avuto una tresca amorosa con qualcuno che fa proprio parte della nobiltà inglese, altrimenti non si spiega tanta segretezza, anche se eccessiva a mio avviso, così come la prevedibilissima storia d’amore che nasce fra Rebecca e Ari sul finale; sappiamo anche che suo figlio è sopravvissuto tanti anni, così come il giorno in cui è morto perché la madre l’ha sentito grazie al suo “dono”. Insomma, uno si fionda nella lettura per capire che colpi di scena avrà messo in atto l’autrice, perché alla fine 600 pagine servono per dire cosa? Che il figlio che ha avuto, effettivamente era vivo ed è cresciuto in orfanotrofio (ma non mi dire!), tuttavia rimaniamo sbalorditi nell’apprendere che nella sua vita e senza saperlo, ha collaborato con la stessa madre per la fondazione di una clinica in India, in quanto diventato medico; oppure la storia d’amore fra il nonno di Anthony e Anahita, o l’amicizia eterna fra quest’ultima e Indira, ecc… A parte lo shock nello scoprire la schizofrenia di Lord Astbury che, diciamocelo, non è che fosse tanto registrato fin da subito, nella storia non ci sono chissà quanti colpi di scena, quelli che ti fanno esclamare un sonoro “NOOOOO”. Molte parti riportate sono prevedibili e, se non fosse per l’abilità della scrittrice nel tenerti incollato fino all’ultima pagina con una scrittura leggera e facendoti sperare in un evento sconvolgente, penso che a fatica si arriverebbe alla fine. Spero non sia lo stesso stile adottato per tutti gli altri romanzi, ma solo con la lettura si può scoprire.

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Come tuo padre, odi l’ingiustizia e ami la lealtà. Ma sii prudente, mia Anni, perché gli esseri umani sono creature complesse e le loro anime sono spesso grige, quasi mai bianche o nere. Dove pensi di trovare il bene, potresti scoprire la malvagità. E dove pensi ci sia soltanto il male, potresti restare sorpresa trovando anche il bene.” Il Profumo della Rosa di Mezzanotte, L. Riley

Una testimonianza diversa

In questo articolo torniamo sul tema della psichiatria, affrontandolo stavolta da un punto di vista meno poetico (vedi articolo su A. Merini), più semplice e spartano. Si tratta sempre di una storia vera racchiusa nel libro dal titolo Mi si è Fermato il Cuore di Chamed.

Chamed è una donna che fin dall’infanzia ha dovuto fare i conti con una serie di eventi negativi che le hanno stravolto la vita per sempre, a partire dalla poliomielite che le diagnosticano in tenera età, curata anche grazie all’amore e alla determinazione del padre che non si arrese di fronte alla malattia aiutandola ad affrontarla per poter camminare di nuovo. Successivamente, a soli 14 anni, i genitori muoiono in un incidente d’auto e lei viene affidata ad una zia crudele, che non fa che disprezzarla poiché frutto di un amore che a lei è stato negato. Dopo gli abusi subiti dal padre della sua amica, Chamed tenta il suicidio e subito dopo viene internata in manicomio. Siccome ancora non è entrata in vigore la legge Basaglia, oltre alle orribili violenze, subisce anche l’elettroshock. Grazie all’affetto di un medico illuminato che decide di adottarla, finalmente la ragazza potrà tornare a vivere.

Devo dire che questo romanzo l’ho letto al liceo, quando ci era stato assegnato dalla nostra insegnante come compito estivo e, lì per lì, non mi ero resa conto di un paio di lacune che ho riscontrato leggendo vari commenti su diversi siti dove veniva sponsorizzato il libro. La storia è davvero toccante, triste perché reale, ma narrata con un linguaggio davvero troppo infantile e pieno di errori grammaticali. Non mi ero resa conto di questo da ragazzina, fin quando non sono andata a rileggere alcune parti, che effettivamente sembrano narrate da una bambina, quando in realtà si tratta di una storia raccontata molto a posteriori. E’ anche vero che ciò che conta è la sostanza, per quanto non sia trasmessa in maniera impeccabile come Merini, merita comunque il suo spazio all’interno di testimonianze basate sulle atrocità e ingiustizie vissute in manicomio. Io darei un 3.5 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!!!! Un’altra critica mossa dai lettori è che i fatti raccontati appaiono inverosimili: molti non hanno creduto a tutte le vicende pensando fossero una trovata mediatica. E’ vero che in alcuni frangenti sembra fin troppo forzata l’ingenuità di questa ragazza che si lascia sballottare a destra e sinistra fra le cattiverie delle persone che la circondano, dalla zia che le fascia il seno con la calce e il padre dell’amica che evidentemente prova un interesse tutt’altro che paterno nei suoi confronti. L’autrice giustifica il tutto dicendo che i suoi genitori l’hanno sempre trattata come una bambina e fino a 14 anni non sapeva nemmeno come si facevano i figli. Io, comunque, come le mie compagne di classe, ho avuto modo di incontrare questa donna di persona e non me la sento di dire che ciò che ha scritto sia inventato. La sua emozione nel rivivere queste vicende, faceva trapelare il dolore delle ferite che portava dentro. Nel libro dice che per poter fuggire dal manicomio ha dovuto cambiare il suo nome in quello di una paziente di nome Sara di 10 anni più grande, deceduta proprio lì dentro, facendo credere che fosse lei quella morta. Le abbiamo chiesto come mai poi, non avesse raccontato la verità a quella che era la sua unica amica e lei ha risposto che non se l’è mai sentita, dato che questa l’ha pianta al suo funerale. Fra le altre cose ha raccontato di aver avuto un figlio anni dopo che ha chiamato Giulio, in ricordo del suo primo e unico amore deceduto in un incidente in moto con lei, e di essere impegnata attivamente per aiutare tutte le donne che subiscono violenze. “Se avete bisogno chiamatemi! Venite a stare da me!” Queste frasi, dette con la stessa cadenza di una bambina, un invito sincero e dolce, non mi fanno credere che ciò che ha passato sia inventato. Per me, tanta stima nei confronti di una donna che nonostante tutto l’orrore subìto, trova il coraggio di sorridere con occhi pieni di speranza.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Sono passata attraverso il tunnel di un dolore che scava dentro e mi porto dietro cicatrici indelebili. Penso che l’uomo non sia nato per soffrire, ma per la felicità.” Mi si è Fermato il Cuore, Chamed