Magari domani…non lo leggo!

Avete presente quando trovate lo stand con i mega sconti sui libri, ma ci sono tanti titoli e non sapete quale scegliere? E nello stesso tempo avete fretta perché il marito o i figli all’improvviso si rendono conto di essere studi, perciò iniziano a mettere ansia? Ecco, in queste circostanze si afferrano un paio di libri al volo leggendo velocemente la trama e facendosi catturare dalla copertina. In un’occasione del genere ho preso Magari Domani Resto di Lorenzo Marone.

Luce di Notte è una giovane donna che vive a Napoli, precisamente nei Quartieri Spagnoli, un vulcano sempre in eruzione che sembra avercela con il modo intero, forse un po’ perché ha una famiglia disastrata e un po’ perché nonostante sia un avvocato laureato a pieni voti, il massimo che ottiene come lavoro è di smistare scartoffie. Un giorno le viene affidata la causa per l’affidamento di un minore che forse, si rivelerà l’occasione per sciogliere i nodi del suo passato e fare un po’ d’ordine nella propria vita.

Diciamo che ho scoperto l’autore attraverso questo romanzo e purtroppo ho toppato alla grande, dato che non è nemmeno il più riuscito. E menomale, dico io! Perché nonostante il web pulluli di elogi per la storia di Luce, io l’ho trovata così noiosa che ho fatto davvero fatica a finire di leggerla. Prima di tutto partiamo dalla scrittura, appesantita da parecchie frasi dialettali, presentate anche quando non servono, e riflessioni filosofiche sulla vita degne dei Baci perugina. Per non parlare della volgarità della protagonista, perché una tosta dice una parolaccia ogni tre e attacca la gente prima ancora di capire il significato di ciò che le viene detto. A tutto questo si aggiunge la fiera delle banalità con tutti gli stereotipi che vi vengono in mente su Napoli e una protagonista che in quanto amore ispira ben poco. Voto 2/5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Insomma io a questa Luce non riesco proprio a farmela piacere, una donna che vuole fare la dura a tutti i costi, ma diventa solo cafona e alla fine si scopre che anche lei ha un cuore grande accussì. Diciamo che è piacevole l’evoluzione del personaggio che alla fine impara ad apprezzare ciò che la vita ha da darle, senza cercare continuamente un capro espiatorio su cui scaricare le proprie frustrazioni. Buona anche la descrizione della città in sé perché ti coinvolge in quei quartieri che profumano di fritto (esatto, per me è un profumo!) e di mare. Per il resto, come accennato prima, irritante la continua ricerca di trarre perle di saggezza da ogni dialogo, fra l’altro alcune illogiche e di una banalità sconcertante. Ognuno è saggio sulla vita altrui, ma son tutti falliti, mistero! I personaggi surreali non aiutano in questa epopea di dialoghi impossibili, a metà fra il terra- terra e l’università della vita: non c’è né uno che esce fuori dalla figura che rappresenta, come la madre bigotta, il fratello scapestrato, gli anziani sempre saggi e buoni, la bella ignorante, un bambino prodigio…Il finale conserva questa coerenza: happy ending inverosimile ed affrettato, con un boss mafioso che diventa bravo perché restituisce il figlio alla madre e una famiglia “speciale” che festeggia non si sa cosa alla “vissero tutti felici e contenti”.

Questa volta mi è andata male con Marone, ma sarei curiosa di leggere il suo romanzo di esordio La Tentazione di Essere Felici, apprezzato molto di più di questo.

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Che buffa la vita, ti impegni con tutta te stessa a sembrare diversa da tua madre, anno dopo anno, e poi, ad un certo punto, una mattina qualsiasi, ti guardi allo specchio e rivedi il suo volto, le sue stesse rughe e gli stessi occhi stanchi.” Magari Domani Resto, L.Marone

3096 giorni: prigionia ancora avvolta nel mistero

A mio parere, le letture che più colpiscono le persone sono quelle che riguardano racconti in prima persona dell’autore stesso. Si dice spesso che solo chi ha indossato gli stessi panni, può capire davvero cosa provi o abbia provato una determinata persona e sinceramente, penso che la maggior parte delle volte sia davvero così.

La storia di cui parlo è di Natascha Kampusch che il 2 marzo del 1998 diventa protagonista di una terribile vicenda che si è protratta per troppi anni, esattamente 3096 Giorni. Natascha ha solo 10 anni, è una bambina introversa che si sente un po’ trascurata e per questo si ritrova spesso a riempirsi di cibo, come fosse una consolazione. Un giorno, mentre si sta recando a scuola a piedi, vede per strada un uomo che la squadra dalla testa ai piedi con aria nervosa, accanto ad un furgoncino bianco. Dentro di lei sente il forte presentimento che forse è meglio cambiare strada, ma Natascha è decisa a non farsi prendere dalla paura, perciò cammina spedita nella sua direzione. Non appena gli passa accanto, viene subito afferrata e chiusa nel minivan. Nonostante le assidue ricerche, la bambina non si trova, costringendola a passare anni di inferno con Wolfgang Priklopil, un criminale pedofilo. Solo 8 anni e mezzo dopo, approfittando di un momento di distrazione del suo aguzzino, Natascha riuscirà a scappare dal cancelletto aperto della sua abitazione.

Questo è stato uno dei libri che più mi ha segnata. Sarà perché si tratta di una storia vera, sarà per la stima nei confronti di una donna che ha avuto un coraggio e una determinazione sorprendenti, per riuscire a scappare da un tale incubo. Natascha racconta con dettagli la sua prigionia, descrivendo le torture fisiche e psicologiche alle quali era sottoposta, per far sì che venisse annientata anche da dentro e non avesse il coraggio di scappare, nonostante ne avesse già avuto l’occasione altre volte. Si sofferma anche sulle indagini da parte della polizia, che fin dall’inizio hanno fatto acqua senza portare ad una soluzione. Si chiede, per esempio, perché nessuno abbia voluto perquisire la casa di Wolfgang nonostante, dato il furgone bianco parcheggiato fuori casa, corrispondesse alla descrizione del sospettato? Alcuni misteri sono rimasti irrisolti anche dopo il suicidio dello stesso aguzzino, che non ha accettato l’idea della sua fuga e il probabile successivo arresto, come il coinvolgimento o meno di altri complici o il motivo per cui abbia scelto proprio lei.

Come dichiara la stessa protagonista, più volte è stata accusata di aver sviluppato la Sindrome di Stoccolma a causa del legame che si era instaurato con il suo rapitore e per come l’ha descritto, ma lei smentisce giustificandosi con il fatto che per ben 8 anni e mezzo lui ha costituito l’unico individuo con il quale poteva avere rapporti sociali. Wolfgang aveva torturato a tal punto la sua anima, da aver fatto in modo di creare con lei un legame malato e strettamente dipendente, tanto che la stessa Natascha ad un certo punto dirà: “Solo uno di noi può sopravvivere“. E così è stato.

Con grande forza d’animo, Natasha ha ripreso in mano la sua vita, nonostante le conseguenze del trauma, trovando il coraggio di raccontare la sua orribile esperienza non solo attraverso questo libro, ma anche sul grande schermo con un film uscito nelle sale tedesche e austriache nel 2013. Circa 4 anni fa pubblica un secondo manoscritto intitolato “Jahre Freiheit“. Stando alle ultime notizie, pare che la giovane donna abbia deciso di vivere nella stessa villa dove ha trascorso la sua prigionia, passata a lei insieme a tutti i beni di Priklopil dopo l’udienza del giudice. Di questa storia, nonostante la preziosa testimonianza, rimarranno ancora troppi misteri…

Grazie per la lettura 🙂

Julia Volta

Fellside: thriller paranormale

Buonasera! Termino il mese di aprile parlando di un thriller che sfocia nel paranormale. Esatto, niente risoluzione di enigmi con ragioni mediche o scientifiche, ma pura fantascienza soprattutto per chi non crede nell’esistenza dei fantasmi. Sto parlando di Fellside: La Prigioniera di M.R.Carey.

La trama è la seguente. Jess Moulson, una tossicodipendente, viene accusata di omicidio colposo ai danni di Alex Beech, un bambino di 10 anni con il quale aveva stretto amicizia negli ultimi tempi, morto da solo nel suo letto, dopo aver inalato il fumo tossico proveniente dall’incendio nell’appartamento della protagonista. L’aggravante è la testimonianza del compagno John Street, uscito dalla situazione con delle ustioni di secondo e terzo grado alle mani, che la accusa di aver appiccato apposta l’incendio per ucciderlo. Durante il processo, il senso di colpa di Jess la spinge ad accettare la condanna senza opporre resistenza e, successivamente, a tentare il suicidio morendo di inedia. Certi della sua imminente morte, si decide per il suo trasferimento presso la prigione femminile di Fellside, della quale una parte sotto il controllo di una certa Grace, che gestisce, con la complicità della guardia Devlin, il traffico della droga. Grace ha due guardaspalle, Lizzie e Big Carol, con le quali è meglio non avere a che fare. Ma c’è di più: con il favore delle tenebre a Jess appare il fantasma del bambino morto nell’incendio. Le dice che ha bisogno del suo aiuto e che non accetterà un no come risposta…

Diciamo che le premesse, per quanto fossero leggermente inquietanti, le ho trovate originali, forse perché non ho letto molti thriller, a maggior ragione paranormali. Il fatto che Jess veda e dialoghi con un fantasma, non dà un tono horror alla storia perché fra i due si sviluppa un tenero rapporto di amicizia e complicità. Ciò che fa più paura è tutto l’ambiente che fa da contorno, con i soliti cliché di tutti le storie ambientate nel carcere, dove non è possibile guardare storto senza essere picchiati selvaggiamente. La lettura risulta scorrevole a tratti, con alcuni episodi che ho considerato inutili. Ciò che più mi ha disturbato è il linguaggio: personalmente l’ho trovato troppo volgare, anche perché non amo i libri pieni di parolacce. Sì okay, ci troviamo in una prigione e vogliamo calarci nella parte, ma manco Dante è arrivato a tanto e parlava dell’Inferno! Voto 3/5.

ATTENZIONE: SPOILER NEL PARAGRAFO!!!! Entrando nel merito della storia, per gran parte si focalizza sul rapporto fra Jess e Alex che fanno amicizia e il bambino diventa il suo centro del mondo. La protagonista ha letteralmente la testa fra le nuvole, sempre concentrata a proteggere qualcuno che praticamente avrebbe già ucciso; e qui, scatta il primo controsenso che dà vita ad una serie di situazioni che fanno passare Jess per una stordita patentata. Ovvero, mancanza di furbizia, evasione dal proprio corpo per vagare nell’Altro Posto proprio quando la sua stessa vita si trova in pericolo, tendenza a cacciarsi nei guai senza dar peso alle conseguenze, ecc…Verso la fine, si rende conto che per tutto quel tempo quel ragazzino era Naz, l’amante defunta di Lizzie. Senz’altro un bel colpo di scena, ma non mi ha molto convinta, forse perché tutta la questione riguardante l’Altro Mondo, l’autore non l’ha descritta in maniera molto chiara, fantasma compreso. Quindi non mi è sembrato molto palese il motivo per il quale lei non avesse capito prima chi fosse: se si trattava di una proiezione del suo senso di colpa, come mai le altre lo vedevano nella medesima forma nei propri sogni? Insomma, tutti gli episodi e le descrizioni che hanno avuto luogo in questa specie di “mondo di mezzo”, le ho trovate confusionarie e incomprensibili. Facevo veramente fatica ad immaginarmi la scena! Per concludere, aggiungo un piccolo accenno per quanto riguarda i personaggi in generale: numerosi all’inizio, presentati in successione con nomi, cognomi, soprannomi, nomignoli e quant’altro che creano solo caos. La maggioranza fa parte dei soliti cliché degni di un qualunque film ambientato in carcere, mentre altri finiscono nel dimenticatoio.

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Ma i dubbi la assalivano solo quando Alex non era con lei. Quando invece c’era, nient’altro aveva importanza. Fellside era l’illusione, e Alex la realtà, il suo centro. E che motivo c’era di preoccuparsi della purezza delle motivazioni che la spingevano? In fin dei conti, non c’era mai stato nulla di puro in lei.” Fellside: La Prigioniera, M.R.Carey

Vaccini al microscopio elettronico

E’ da circa un mese che non pubblico un articolo e devo dire che un po’ mi dispiace. A causa di diversi impegni, ho dovuto sacrificare un po’ del tempo dedicato alle mie passioni, come la lettura. Ultimamente mi sono interessata a un volume che tenevo in libreria da un bel po’, una lettura che definisco “attenta”, perché non tratta di un romanzo, ma contiene argomenti di carattere scientifico.

Il libro si intitola “Vaccini Sì o No?“, scritto da Stefano Montanari e Antonietta M. Gatti, rispettivamente laureato in Farmacia e ricercatrice, nonché marito e moglie che collaborano insieme ormai dal 1979. Prima di tutto, perché proprio questo libro? Da quando hanno inserito nelle scuole l’obbligo di vaccinarsi per poterle frequentare si è alzato un polverone che ha spaccato la popolazione a metà: chi accoglie con piacere questa presa di posizione da parte dello Stato e chi grida al complotto, accusando Big Pharma di voler guadagnare sulla salute dei cittadini. In tutto questo, quello che cerco io, come in quasi tutti gli argomenti che fanno largamente discutere, è di analizzare dati e opinioni da entrambe le parti, con relative fonti, per poterne trarre delle conclusioni. Ebbene, quando ho trovato questo libricino ho pensato “Beh, un’analisi al microscopio non può non essere super partes! I dati parlano chiaro!”. Mmmh….diciamo ni.

Ho apprezzato la volontà degli autori di fare qualcosa di innovativo, ovvero prendere 28 vaccini fra quelli messi in commercio, analizzarli al microscopio elettronico e rilevare la presenza di eventuali particelle estranee non specificate nei bugiardini. SPOILER: tutti i vaccini esaminati, esclusi quelli dei gatti, contengono tracce di metalli quali ferro, alluminio, nichel, ecc…nonché altre sostanze, la cui presenza è altrettanto inspiegabile, come zolfo, cloro, calcio…

Tutto il manoscritto è scritto in maniera semplice, scorrevole e per certi versi, si possono ricavare ed estrapolare delle teorie interessanti. Per esempio, gli autori fanno notare, riprendendo dalle banche dati immagini statistiche a prova di quanto affermano, che in molti casi la diminuzione della mortalità infantile era iniziata già prima dell’introduzione di alcuni vaccini su larga scala, come quello per la pertosse e il tetano. Quindi si pongono la domanda: la scomparsa della malattia è avvenuta grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie oppure per la presenza del vaccino? Senza contare che attraverso le loro ricerche cercano, in qualche modo, di spostare l’attenzione sulla Nanopatologia, ovvero la scienza che studia le malattie indotte dalle microparticelle di una sostanza che, visto quanto riportato dai risultati sull’osservazione al microscopio dei 28 vaccini, risulta quantomeno degna di essere presa in considerazione.

Tuttavia, nel complesso sono rimasta comunque delusa per diverse ragioni. Prima di tutto, con grande dispiacere, ho trovato una presa di posizione netta, invece che una sorta di neutralità decantata fin dal titolo stesso, fra l’altro portata avanti attraverso credenze che, a mio avviso, mi sembrano un po’ luoghi comuni. Si dice, per esempio, che le persone si recano in Pronto Soccorso accettando qualunque diagnosi gli venga rifilata dal medico senza porsi delle domande. A dirla tutta, mai come ora il parere del medico è forse l’unico fra i professionisti che più viene messo in discussione, soprattutto fra persone che pensano di avere lo stesso livello di cultura dopo aver letto qualche articolo su internet, fra l’altro prendendo fonti di dubbia provenienza. Gli autori accusano anche di disonestà il sistema che sottende la somministrazione dei vaccini: non viene detto al paziente che immunizza solo per alcuni ceppi e nemmeno al 100%, oltre al fatto che la protezione, ammesso che ci sia, sarebbe solo temporanea. Le persone non possono fare domande, altrimenti vengono aggredite. Non so chi abbiano conosciuto lor signori, probabilmente medici che di per sé erano persone poco educate, ma vi posso garantire che persino nei corsi di aggiornamento per infermieri viene ribadito quanto il dialogo con il paziente, ricco di spiegazioni e sempre disponibile per chiarire eventuali dubbi, sia fondamentale. Inoltre, i bugiardini di tutti i vaccini, nonché l’intero elenco di quelli in commercio, possono essere visionati su internet attraverso il portale del Sistema Sanitario Nazionale. Non ho trovato traccia di dati positivi riguardo l’introduzione di vaccini, ma solamente critiche e perplessità. Anzi, esistono studi che affermano la loro utilità, ma è tutto vanificato dal capitolo finale che sostiene, citando diversi scienziati, che almeno la metà di quanto pubblicato nelle banche dati, siano studi con risultati falsificati ad hoc.

Quindi, ricapitolando: la Medicina non è una scienza; da scienziati è importante mantenersi rigorosamente neutrali, analizzando solo i dati sperimentali, ma gli unici considerati validi sono quelli di Montanari e Gatti e tutti quelli a sostegno dei no-vax, perché per gli altri ci lasciamo il beneficio del dubbio (ricordiamoci dei risultati falsificati apposta dalle grandi imprese farmaceutiche); la specializzazione, nonché l’approfondita preparazione dei medici contemporanei rispetto a quella di almeno 40 anni fa, risulta deleteria ai fini dell’elaborazione di una diagnosi; l’autismo può essere diagnosticato da chiunque; è inutile somministrare vaccini a bambini del Terzo Mondo immunodepressi a causa della malnutrizione (ma non sarebbe peggio per loro il dover affrontare la malattia stessa?); non sappiamo se la presenza di queste nanoparticelle dentro ai vaccini possano causare dei danni agli organi, però vogliamo comunque mettere la pulce nell’orecchio; le nostri fonti risalgono a studi anche di 30 anni fa…ecc..

Mi sarebbe piaciuto un maggior approfondimento sui campioni raccolti: provenienza, numero di lotto, maggior spiegazione dei risultati. Cosa provoca sicuramente la presenza di queste particelle nel nostro organismo? Inoltre, trovare anche qualcosa di positivo scaturito dalla presenza dei vaccini, avrebbe reso davvero neutrale la loro posizione permettendo al lettore di analizzare davvero pro e contro della questione. Valutazione? 2.5/5.

Vi ringrazio per la lettura dell’articolo, vi auguro una buona lettura del libro, che comunque consiglio per quanto ho trovato di interessante… 🙂

“E’ un dato di fatto che l’introduzione di un determinato vaccino possa coincidere con l’aumento di casi di altre malattie o anche della malattia stessa.” Vaccini Sì o No, S. Montanari e A. M. Gatti

Fra il cruento e l'”americanata”

Il libro che vi presento in questo articolo, faceva polvere nella mia libreria da mesi. Comprato qualche mese fa insieme a Una Lunga Notte, che già ho recensito, poiché trovato in offerta insieme ad altri volumi thriller, ho aspettato mesi prima di decidermi a leggerlo, dando spazio ad altri generi, per non appesantirmi la lettura. Si perché appartengo a quella categoria “superiore” di persone che vanno in ansia per tutto, pure per i libri! Sto parlando di Morte sospetta di Tim Weaver, scritto in caratteri minuscoli sulla copertina dell’edizione che avevo io, per ragioni che ora mi sfuggono.

Dunque, un anno fa viene rinvenuto in un incidente a Bristol il cadavere bruciato di Alex Towne, un ragazzo scappato di casa ormai da diversi anni. Un mese fa, la madre è sicura di averlo visto per strada e decide di chiedere aiuto al giornalista vedovo David Raker, facendo leva sul suo dolore ancora vivo e lacerante per la morte dell’amata moglie Derryn, strappata alla vita da un cancro. Raker accetta l’incarico con una buona dose di scetticismo (e chi non lo avrebbe avuto in quella situazione?), ma è solo e disperato, perciò inizia le indagini. Ben presto scopre un labirinto intricato e oscuro che si nasconde ai margini di un’Inghilterra contemporanea.

Quando finisco di leggere un libro, di solito mi piace guardare le recensioni in giro, per capire se mi sia sfuggito qualcosa e ho scoperto così che si tratta di un prequel di una storia che l’autore ha già pubblicato. Ahimé, questa non ha riscosso lo stesso successo dell’altra: considerato troppo cruento e ai limiti dell’assurdo, perciò tanti hanno persino saltato interi capitoli pur di finirlo. Io dico sinceramente che è uno dei pochi libri che mi ha attirato fin dalle prime pagine: la scrittura è lineare, non pesante e scorre con continui colpi di scena attraverso una trama molto movimentata. E’ vero, non posso nascondere che contiene descrizioni minuziose di ferite, anche molto pesanti, perciò se siete troppo sensibili evitate la lettura. Tuttavia, se non fosse stato anche per una parte verso la fine, che spiegherò nel prossimo paragrafo, che mi ha fatto cadere parecchio le braccia, il libro merita, secondo me, con un voto pari a 4/5. Finale che fa perdonare tutti gli strafalcioni del libro.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!!!!!!!!!!!!!! Dunque, prima ho parlato di un punto in cui ho storto il naso e stavo davvero pensando di saltare pagine, per il tentativo palese dello scrittore di dilungarsi verso il finale. Partiamo dicendo che in diversi episodi ricorda molto i film di azione che definiamo “americanate” perché la gente si salva in maniera assurda e compie gesti disumani. Ecco, qui possiamo fare lo stesso discorso con David Raker. Con la schiena scorticata, mani bucate da chiodi, piedi pieni di tagli, volto tumefatto e diversi altri traumi qui e là nel corpo, riesce a muoversi come una gazzella nella savana mentre scappa dai leoni. Sembra che la coerenza, in certi punti, vada proprio a farsi friggere: un momento prima non riusciva manco a reggersi in piedi, un momento dopo fa acrobazie a destra e sinistra. Poi, non bisogna essere un medico per capire che se ti prendono a bastonate tutte quelle volte, è difficile che ti rialzi in piedi e tu sia addirittura in grado di difenderti. Ma c’è di più, perché la mancanza di logica la vediamo anche in tante piccolezze che ti riempiono la testa di domande. Per esempio, arrivi in una fattoria dove potenzialmente ci sono psicopatici che ti ammazzano a vista e tu lasci i proiettili in macchina, prendendoti solo la pistola e il bussolotto fortunello del papi defunto. Molto furbo, direi. Senza contare che, nonostante avesse più volte la possibilità di prendere altri tipi di armi per difendersi, o usare la stessa che aveva in mano, si fa sempre beccare e massacrare come un allocco. E come non citare, ciliegina sulla torta, la classica scena da film del buono che punta l’arma verso il peggior nemico che, per inciso, ha intenzione di squartarlo, ma invece di usarla, si perde in sproloqui inutili perdendo tempo e facendosi catturare e menare di nuovo. A sto punto vi chiederete il motivo di una valutazione personale così alta…Beh, nonostante tutto, proprio non ce la fai a schiodarti dalle pagine per capire come cippa va a finire!

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Però, da qualche parte dentro di me, ci sarebbe un dubbio che prima non c’era, la sensazione opprimente che, se mi avvicinassi troppo o ti dimostrassi troppo affetto, una mattina potresti alzarti e andartene via. Non voglio sentirmi di nuovo come se fossi uno sbaglio.” Morte Sospetta, T. Weaver

Riflessioni sull’umanità attraverso la fantascienza

E’ da un bel po’ che non posto una recensione, un po’ per il periodo festivo, un po’ perché il mio piccolo esperimento non è andato molto bene. Mi spiego meglio: il mese scorso ho deciso di puntare su un nuovo genere, il fantascientifico, cercando libri non troppo famosi da recensire. Arrivata in libreria chiedo direttamente al commesso che, dapprima mi espone titoli di autori molto famosi come Asimov e Bradbury (ehmm…no, non ci siamo), poi raccoglie un volume di Ted Chiang, dal titolo Respiro, secondo lui destinato a diventare un best seller. Perfetto, mi dico, lo prendo!

Per chi non lo sapesse, questo autore ha pubblicato anche la raccolta Storie della Tua Vita, dal quale è tratto il film Arrival, diretto da Denis Villeneuve, dove abbiamo dei misteriosi extraterrestri che comunicano con un linguaggio complesso dai segni circolari. Avevo visto il film prima di conoscere l’autore e devo dire che mi è piaciuto, anche se parecchio contorto, perciò ero partita con aspettative abbastanza alte. La raccolta Respiro, invece, tratta diverse storie di carattere fantascientifico, ma senza la presenza di alieni. Si parla di presunti futuri che riguardano l’umanità o civiltà di universi paralleli che, in linea generale, affrontano attraverso le loro esperienze temi molto profondi che riguardano l’essere umano, come il valore della vita, l’ineluttabilità, la paura e il dolore della morte, la necessità della memoria, la ricchezza salvifica del sapere e volere, comunicare. Insomma un calderone di riflessioni devo dire, che ho sì e no apprezzato, perché alcuni racconti non mi sono piaciuti per nulla ed è anche questo il motivo per cui il mio esperimento è mezzo fallito. Ci ho messo parecchio tempio a finirlo, a differenza di altre letture.

In questo caso il mio voto rispecchia parecchio i miei gusti personali in fatto di generi, in quanto non essendo abituata a questo tipo di storie, alcuni punti li ho trovati persino estremamente noiosi. La scrittura comunque è semplice e veloce; nonostante i temi profondi che l’autore vuole affrontare, di rado si perde in monologhi prolissi e pesanti. Direi che un 3.5 su 5 ci sta tutto.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!!!!!! La lettura di questo libro è stata una specie di climax ascendente di apprezzamento, perciò non ho condiviso molto la scelta del titolo prendendo uno dei racconti che mi sono meno piaciuti, per quanto siano profonde le tematiche affrontate in Respiro. La mia impressione è stata che il meglio si è concentrato verso la fine, con le ultime storie, in particolare con Il Grande Silenzio e L’Angoscia e la Vertigine della Libertà, dove nel primo viene esposto il paradosso della ricerca umana che desidera andare oltre il cielo e le stelle in cerca di nuove forme di vita per comunicare, quando per assurdo non sa ancora apprezzare la ricchezza che ha sulla Terra, mentre nell’altro una serie di universi paralleli accessibile tramite dispositivi chiamati “prisma” mettono in crisi le persone di fronte alle proprie scelte di vita. Veramente interessanti e a me, personalmente, hanno spinto a farmi delle domande. Se avessi un prisma, lo vorrei usare per vedere cosa avrei fatto in universi paralleli? Non credo, lo troverei inutile e controproducente. Nel racconto molte persone hanno perso la ragione, spesso perché i propri parasé avevano una vita migliore partendo dalle stesse risorse e ciò che mandava in crisi era il fatto che il loro successo era dovuto a variabili casuali. Un altro racconto interessante è stato La Verità del Fatto e La Verità della Sensazione, dove il protagonista si interrogava sulla perdita del valore dei propri ricordi una volta che le persone avrebbero fatto ricorso ai loglife, ovvero video della propria vita, mostrandosi, in un certo senso, contro ai progressi di questa nuova tecnologia. Ma, paradossalmente, è stato proprio grazie al loglife di sua figlia Nicole che si è reso conto di non essere stato un buon padre, dopo aver rivisto un litigio del passato ed aver appurato che era stato lui a dire delle frasi offensive che aveva attribuito a lei per molti anni. Lui stesso all’inizio aveva ipotizzato che questa tecnologia, usata dalle persone anche per farsi ragione durante i conflitti, poteva peggiorare i rapporti, eppure per lui è stato il contrario. Un video perenne della propria esistenza potrebbe peggiorare o migliorare la vita e i rapporti con gli altri? Da una parte sarebbe bello poter rivivere dei momenti ormai passati, magari con parenti defunti o figli cresciuti, ma dall’altra ci sono parti della nostra vita che vorremmo poter cancellare, quindi un loglife che va a pescare video secondo criteri di ricerca pronunciati durante un dialogo, stile Google, sarebbe anche fastidioso e inquietante. Troverei inutile anche questo.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

PS: per chi fosse interessato, il telefilm Arrival è disponibile su Netflix!

“Ognuno di noi, oggi, rispecchia una cultura orale privata. Riscriviamo il nostro passato in modo che assecondi le nostre esigenze e avvalori la storia che raccontiamo di noi stessi. Con i nostri ricordi siamo tutti colpevoli di un’interpretazione progressista delle nostre storie personali, perché vediamo i noi stessi del passato come i gradini che ci hanno portato a essere gli splendidi noi del presente.” Respiro, T. Chiang

Sheila: vittima o carnefice?

In questo articolo vi propongo un altro romanzo di una delle mie scrittrici preferite, nonché una pedagogista famosissima conosciuta come Torey Hayden, del quale ho già esposto un romanzo in precedenza. Questa volta parlo di Una Bambina, una delle storie più famose fra quelle da lei raccontate, ma non molto diffuso in Italia.

Torey Hayden conosce Sheila mentre cura una classe di “bambini speciali”, vittime di abusi fisici e sessuali, oppure con ritardi neurologici o determinate patologie psichiatriche. A metà anno scolastico, quando fra loro si è già instaurato un meccanismo di discreto miglioramento, entra in classe Sheila, in stallo temporaneo, in attesa che si liberi un posto nell’ospedale statale al quale è destinata. La bambina è accusata di aver legato a un palo e dato fuoco ad un bambino, perciò è sotto processo. Nonostante un inizio altalenante, Torey la prende a cuore scoprendo delle doti matematiche e dialettiche sorprendenti, con un quoziente intellettivo superiore alla norma, nonostante si tratti di una bambina trascurata fin dalla tenera infanzia. Difatti è figlia di una quattordicenne che, dopo quattro anni, decide di abbandonarla sul ciglio della strada portandosi via il fratello minore. Al tempo delle vicende vive in una baracca con un padre perennemente ubriaco, che l’accusa continuamente della fuga della moglie.

Come sempre parliamo di storie forti, raccontate in maniera lineare, chiara e coinvolgente. Uno stile tipico della Hayden che apprezzo tantissimo, che ci fa conoscere i casi difficili che ha dovuto affrontare, non con l’occhio asettico di chi descrive una situazione clinica complicata solo dal punto di vista scientifico, ma con la passione profonda per il suo mestiere, che numerose volte l’ha portata a guardare ben oltre le apparenze, consentendole di dare una speranza in situazioni nelle quali ormai nessuno se l’aspettava. Per me voto massimo. E’ stato il primo libro che ho letto dell’autrice, assegnato dalla mia professoressa alle superiori. Da questo, gli altri li ho cercati in successione.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!!! Per quanto Torey ce l’abbia messa tutta per aiutare la povera Sheila, purtroppo i risvolti delle vicende non sono stati così rosei come ci si aspettava. Proprio quando la piccola stava facendo enormi progressi e sembrava stesse ritrovando una sorta di tenue serenità, subisce violenze sessuali dallo zio appena uscito di prigione. Uno strazio e l’ennesima ingiustizia nei confronti di una bambina già vittima di abusi a causa della negligenza paterna. Alla fine del romanzo viene affidata alle cure di assistenti sociali, se non ricordo male. La scrittrice ha raccontato il seguito della sua storia, riprendendo contatti con lei diversi anni dopo e scoprendo che il suo destino le ha serbato altre batoste. Già da adolescente, comunque, si intravede l’indole forte di Sheila, decisa a prendere in mano le redini della sua vita e fare tutto ciò che desidera, senza assecondare le aspettative degli altri, nemmeno dell’amata Torey che, considerata la sua straordinaria intelligenza, in lei aveva riposto aspettative molto più elevate. Comunque alla fine del libro non si può non rimanere sconcertati di fronte ai numerosi strafalcioni di diversi personaggi, le cui conseguenze si sono riversate su una bambina di 6 anni, vista come un mostro, quando in realtà era il prodotto della mancanza più totale di amore.

Dal sito ufficiale dell’autrice, si apprende il destino dei protagonisti di questo libro, Sheila compresa, che attualmente vive con gli amati cani e gatti, lavorando in un ristorante e dedicandosi alle cause sui diritti degli animali.

Per chi volesse conoscere il seguito di questo libro, consiglio la lettura de La Figlia della Tigre.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura dei libri 🙂

“In questi bambini c’è di più. C’è il coraggio. Mentre la sera siamo davanti al telegiornale, a sentire di nuove, emozionanti conquiste in qualche terra lontana, perdiamo i veri drammi che si vivono intorno a noi. È un peccato, perché lì c’è più coraggio che da ogni altra parte. Alcuni di quei bambini vivono con tali incubi e tali ossessioni, nella loro testa, che ogni movimento si carica di straordinario terrore. Alcuni vivono a contatto con una violenza e una perversione che le parole non possono descrivere. Ad alcuni non viene nemmeno concessa la dignità che si concede agli animali. Alcuni vivono senza speranza. Eppure resistono. Quasi tutti accettano la loro vita, non conoscendo altro modo di vivere. Questo libro racconta di una sola bambina. Non è stato scritto per evocare pietà. Ne per elogiare un’insegnante. E neppure per deprimere quelli che hanno trovato pace nel non sapere. Questo libro è una risposta a chi mi chiede se non è frustrante lavorare con i malati di mente. È un’ode all’animo umano, perché questa ragazzina è come tutti i miei bambini. Come tutti noi. È una sopravvissuta.” Una bambina, T. Hayden

Una mente, una è morta

Un altro thriller questo mese, un romanzo di esordio scritto da una giornalista inglese, venduto nelle librerie italiane in uno di quegli scaffali dove mettono una serie di titoli misconosciuti a pochissimo prezzo. Ed è un vero peccato, perché questo libro sa il fatto suo. Si tratta de Le Sorelle di Claire Douglas.

La storia parla di Abi, una ragazza che ha perso da poco più di un anno la sorella gemella Lucy e le sembra di vederla ovunque. Nella speranza di mitigare il suo dolore, ha tagliato i ponti con amici e famiglia, trasferendosi in una nuova città, ma la cosa non ha funzionato e passa le sue giornate come uno zombie. Un giorno incontra per strada una ragazza che distribuisce volantini, identica a Lucy, di nome Beatrice che, comprendendo il suo dolore, essendo a sua volta gemella, decide di accoglierla in casa. Non appena Abi conosce suo fratello Ben, si innamora, ma qualcosa non va perché qualcuno sembra minacciarla facendo sparire i suoi oggetti dalla camera e strappando le sue foto. Forse qualcuno è geloso o ha scoperto il suo segreto?

Devo ammettere che è stato uno dei pochi romanzi che mi ha tenuta incollata fin dalle prime pagine. Si capisce fin dall’inizio che qualcosa non va: sembra tutto fin troppo bello e costruito a partire dall’incontro con Beatrice. I colpi di scena avvengono uno dietro l’altro e quando si pensa di aver capito la situazione, in realtà succede qualcosa che ribalta tutto. Fino alla fine si dubita persino della stessa protagonista, chiedendosi da quale parte sia giusto schierarsi, poiché la scrittrice alterna il punto di vista di Abi a quello di Beatrice, pur presentando quest’ultimo in terza persona. Ho trovato la scrittrice un po’ mancante nella caratterizzazione dei personaggi, dal momento che sembrano quasi tutti uguali, ma ci si passa sopra vista la storia. Consigliato con un 4 su 5!

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Il tema principale di tutto il libro è senz’altro il rapporto speciale che lega i gemelli, a tratti considerato inquietante e incomprensibile. Viene presentato sia in versione “socialmente accettabile” che in versione patologica, come un’analisi psicologica messa a confronto. Inoltre, ho trovato questo libro interessante anche perché offre un ottimo spunto di riflessione dando al lettore una fine, che non è il classico happy ending che una persona potrebbe aspettarsi. Fra l’altro prima di raggiungere una sorta di epilogo, cominciamo a non capire più chi sia sociopatico e chi sia sincero. Colpo di scena, quello che sembrava più mite di tutti, alla fine era l’artefice di tanto caos! L’amaro in bocca che lascia il finale, comunque, rispecchia tristemente la realtà di oggi. Per quanto sia disgustoso e inconsueto che Beatrice abbia accettato di fare da amante al suo gemello Ben, al di là del loro legame parentale, si nota ancora una volta una donna che nonostante le violenze subite, tanto che sarebbe morta se Abi non l’avesse trovata incosciente, decide di perdonare “perché lo amo, perché è stressato, perché è colpa mia”. Una sorte, ahimé, ancora comune per tantissime che si lasciano trascinare nell’abisso dell’annullamento personale in favore di una mente contorta e malata, che manipola ogni aspetto della propria vita, togliendo il respiro. Ad un certo punto sembra quasi che Beatrice sia giustificata nel suo atteggiamento quando salvata da quella violenza, si rifugia dai genitori di Abi, ma decide non solo di non denunciare, in più la mattina dopo corre da lui come un cane bastonato, in nome di un amore che nessuno può capire. No, mi dispiace, non si può capire perché non è amore. Quindi, da una parte una donna sconfitta da sé stessa e dall’altra una Abi che trova una forza che non sapeva di avere, probabilmente ereditata dalla sorella defunta, e lascia questo tragico episodio alle sue spalle per riprendere la sua vita, da dove l’aveva lasciata. Quello che non ho capito è perché non abbia denunciato lei, invece.

Concludo dicendo che in questo libro ci sono fin troppe biondine con caschetto, magre e bellissime (Lucy, Abi, Beatrice e Ingrid) e ragazzi alti, palestrati e bellocci che rispondono alla stessa descrizione (Ben, Luke e Callum). Quando si dice la fantasia…

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Odio il modo in cui mi guardano, con un misto di pietà e imbarazzo, preoccupati che io possa scoppiare a piangere da un momento all’altro. Di solito segue un istante di silenzio, poi abbassano gli occhi e si guardano le scarpe o le mani, qualsiasi cosa pur di non dover guardare me. Bofonchiano qualcosa sul fatto che gli dispiace tanto e poi cambiano argomento, lasciandomi col dubbio di aver commesso un enorme passo falso a parlare della morte di mia sorella. ” Le Sorelle, C. Douglas

Una ricca americana, un’adolescente polacca e una giovane dottoressa tedesca: destini incrociati nella Seconda Guerra Mondiale

Concludiamo il mese di ottobre con una lettura un po’ impegnativa, un romanzo d’esordio basato sulla storia vera di un’eroina della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta de Le Ragazze senza Nome di Martha Hall Kelly.

Le protagoniste sono tre. La prima è l’americana Caroline Ferriday, realmente esistita e dalla quale è partita l’idea del libro, una donna ricca che lavora al consolato francese che conduce una vita apparentemente perfetta con un amore all’orizzonte e una carriera in ascesa. La seconda è Kasia Kuzmerick, un’adolescente polacca che rischia la vita proprio mentre cerca di eseguire missioni segrete per il movimento di resistenza, durante l’occupazione tedesca. Infine, Herta Oberheuser, una giovane e ambiziosa dottoressa tedesca che fatica a trovare un posto nella società ed uscire dalla desolazione in cui si trova. Quando riceve un annuncio per una posizione di medico al servizio del governo, decide di accettare, ma una volta assunta, si trova intrappolata in un giro di segreti e potere, dominato dagli uomini al servizio del Reich. Apparentemente queste tre donne non hanno assolutamente nulla in comune, ma i loro destini si incrociano quando Kasia viene deportata a Ravensbruck, il famigerato campo di concentramento nazista per sole donne.

Di questo romanzo ho apprezzato moltissimo il duro lavoro di ricerca che c’è stato come background prima della stesura. La scrittrice, come dichiara lei stessa alla fine del manoscritto, si è recata nei luoghi interessati dalla storia, si è documentata sulle vite dei personaggi leggendo persino la corrispondenza privata, ha ascoltato numerose testimonianze dell’epoca, ha letto diversi articoli, ecc…mettendo insieme i dati ricavati ha voluto romanzare una parte di quell’oscuro capitolo della storia del XX secolo dando voce a delle donne che per anni hanno vissuto nell’indifferenza, rendendo anche omaggio ad un’eroina che negli anni ha impegnato tutta sé stessa nell’aiuto verso le meno fortunate. Inoltre, è la prima volta che mi capita di leggere dell’Olocausto dal punto di vista di una nazista, cercando di entrare nella sua psiche e di rendere un po’ più umano un personaggio che per quanto ne sappiamo, accostarlo a qualcosa di bestiale sarebbe un complimento. In tutto ciò, per quanto nel complesso abbia apprezzato l’opera, alcune note le ho trovate stonate, alcune della quali tratterò nel prossimo paragrafo. Comunque ci tengo a precisare che, secondo me, sul finale la storia diventa fin troppo prolissa: sembra che, volendo raccontare in maniera esaustiva ciò che di straordinario ha fatto Caroline, le vicende di Kasia siano state tirate molto per i capelli. Le ultime 100 pagine almeno, potevano essere riassunte in un paio di capitoli, come per dire “Ecco che fine hanno fatto queste persone”. Voto 3.5 su 5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Come ho già accennato, per quanto sia un libro che vale la pena leggere, ci sono delle parti che ho apprezzato meno. Prima di tutto mi è sembrata piuttosto evidente la discrepanza fra le storie reali e quelle inventate, dal momento che queste ultime contenevano a volte dei buchi di trama, rendendo alcuni aspetti delle storie davvero poco chiari. Faccio degli esempi, per capirci meglio. Quando entra nel campo di concentramento, Herta sembra così sconvolta nell’apprendere ciò che succede che decide di partire il giorno dopo, ma alla fine rimane. Successivamente diventa una persona ambigua, a tratti ancora più egoista, fredda e calcolatrice e nello stesso tempo quasi buona nei confronti di Halina, come se stessimo descrivendo due personaggi diversi. Perché? Il libro giustifica il cambiamento dicendo che le serviva lo stipendio per mantenere le cure della madre; inoltre, ad un certo punto si sente tradita dalla sua stessa brillante infermiera. Non mi ha convinto sinceramente. Altra questione, non ha molto senso il modo in cui Caroline decide di scaricare Paul senza ascoltare minimamente ciò che ha da dirle, non si concede nemmeno il beneficio del dubbio, anche quando capisce che la moglie Reena ormai l’ha lasciato. Anche qui, non ha nessun senso a parer mio e difatti è una parte aggiunta dalla scrittrice. Poi, la personalità di Kasia che anche a quasi quarant’anni sembra comportarsi come un’adolescente arrabbiata, apparendo persino ridicola e irritante, ben diversa da quella che era nel campo di concentramento. Possibile che dopo quella esperienza sia tornata esattamente com’era prima di partire? Difatti anche il suo personaggio, per quanto sia ispirato ad una deportata reale, comunque è inventato. Infine, discrepanze a parte, vorrei far luce su un filo conduttore molto sottile, fra i tanti, che vuole affrontare anche un tema molto delicato per una donna, anche se non sono sicura che sia voluto dalla stessa autrice. Più volte viene affrontato il discorso della maternità in chiavi diverse, come sentirsi realizzate, senso del dovere, portatrice di speranza, ma in ogni caso la morale è sempre la stessa: non basta mettere al mondo un figlio per risolvere i propri problemi e sentirsi felici, come fosse una toppa sulla propria insoddisfazione. Deve essere uno dei traguardi al limite, non un mezzo per raggiungerli.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Ben presto imparammo che a Ravensbruck la sopravvivenza ruotava intorno alla gavetta di stagno, alla tazza e al cucchiaio, nonché all’abilità di tenerli al sicuro. Se li si perdeva di vista anche solo per un istante rischiavano di sparire per sempre. Perciò li tenevamo sempre dentro l’uniforme, oppure appesi alla vita, se si aveva la fortuna di trovare un pezzo di corda o di spago da trasformare in una cintura.” Le Ragazze senza Nome, M. H. Kelly

Non un’altra fanciulla repressa

Torniamo un attimo sul discorso del té questo mese, per dare uno sguardo ad un libro che secondo me ha fatto un pochino la differenza, anche se ancora non è chiaro se in positivo o negativo. Non la solita storia della fanciulla ingenua, che reprime ogni sofferenza per fare un favore agli altri, ma una madre che lotta per riprendere le sue figlie. Si tratta del romanzo La Separazione di Dinah Jefferies.

Ci troviamo in Malesia, nel 1955 e la famiglia Cartwright sta facendo le valige per partire da Malacca. Emma, che all’epoca ha 11 anni, e la sorellina Fleur, chiedono al padre come mai non stiano aspettando il ritorno a casa della madre, ma lui non risponde e in maniera brusca e frettolosa, le invita ad obbedire. Quando la moglie Lydia torna da una visita all’amica malata, non trova nessuna traccia delle figlie, del marito o della servitù. Sulla base di qualche informazione che riesce a ricavare, parte per un lungo viaggio pericoloso all’interno di un Paese dilaniato dalle guerre civili e lotte intestine, per scoprire dove sia finita la sua famiglia.

Tutto sommato si tratta di un romanzo piacevole, anche se a tratti parecchio irritante, a causa delle dinamiche assurde che si creano nel corso della storia. Finale, quasi scontato ma non del tutto perché anche quello ci riserva un colpo di scena, eppure rimane nello stesso tempo un po’ sospeso, ma non dico di più. La scrittura è scorrevole, quindi è difficile metterlo da parte. Coinvolgenti le descrizioni della Malesia, messa a confronto con l’Inghilterra. Per me voto 3.5 su 5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Ciò che ho apprezzato in questo romanzo è il fatto che la scrittrice non ci costringe a vedere la protagonista, per forza, come un’anima buona e pia, come ho notato in tanti altri dello stesso genere. Qualunque cosa facessero quelle ragazze, se ne uscivano da vittime, donne infelici che tenevano dentro sofferenze indicibili senza parlarne con nessuno, quando magari avevano fatto tutto da sole. Spesso non si facevano nemmeno rispettare, pur di non perdere l’integrità di questa assurda facciata. Qui abbiamo una madre che ha tutte le ragioni del mondo per essere disperata: non trova le sue figlie, comincia a detestare il marito e per gran parte della storia ha ragione di credere che siano addirittura morti. Ma per quanto la vita sia stata dura con lei, scopriamo che non è la solita stigmatizzata, anche lei ha i suoi scheletri nell’armadio. Insomma non è una persona perfetta, anzi, a tratti risulta perfino detestabile: una donna ha appena scoperto che le figlie le sono morte e si comporta da adolescente innamorata a casa dell’amante, diventando persino gelosa per gli oggetti femminili che trova nel suo rifugio (What??). Tutto ciò senza sentirsi comunque privata del diritto di presentarsi davanti al marito spiattellando il frutto del suo tradimento con una donna del luogo, in pratica due pessimi partner, complimentoni! Ben più tragica è stata la sorte di Emma, che ha dovuto fare i conti con un padre assente e una matrigna assurdamente ingenua, subendo degli abusi. Ma quale genitore lascia una bambina nelle mani di un perfetto sconosciuto, che per altro mostra un inquietante interesse nei confronti di tua figlia? Mah…

” «Emma, Fleur», chiamò.
«La mamma è a casa».
Lydia si affrettò a entrare per ripararsi dalla pioggia.
«Alec?», chiamò di nuovo.
«Sono tornata».
Non ci fu alcuna risposta.” La Separazione, D. Jefferies