Una ricca americana, un’adolescente polacca e una giovane dottoressa tedesca: destini incrociati nella Seconda Guerra Mondiale

Concludiamo il mese di ottobre con una lettura un po’ impegnativa, un romanzo d’esordio basato sulla storia vera di un’eroina della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta de Le Ragazze senza Nome di Martha Hall Kelly.

Le protagoniste sono tre. La prima è l’americana Caroline Ferriday, realmente esistita e dalla quale è partita l’idea del libro, una donna ricca che lavora al consolato francese che conduce una vita apparentemente perfetta con un amore all’orizzonte e una carriera in ascesa. La seconda è Kasia Kuzmerick, un’adolescente polacca che rischia la vita proprio mentre cerca di eseguire missioni segrete per il movimento di resistenza, durante l’occupazione tedesca. Infine, Herta Oberheuser, una giovane e ambiziosa dottoressa tedesca che fatica a trovare un posto nella società ed uscire dalla desolazione in cui si trova. Quando riceve un annuncio per una posizione di medico al servizio del governo, decide di accettare, ma una volta assunta, si trova intrappolata in un giro di segreti e potere, dominato dagli uomini al servizio del Reich. Apparentemente queste tre donne non hanno assolutamente nulla in comune, ma i loro destini si incrociano quando Kasia viene deportata a Ravensbruck, il famigerato campo di concentramento nazista per sole donne.

Di questo romanzo ho apprezzato moltissimo il duro lavoro di ricerca che c’è stato come background prima della stesura. La scrittrice, come dichiara lei stessa alla fine del manoscritto, si è recata nei luoghi interessati dalla storia, si è documentata sulle vite dei personaggi leggendo persino la corrispondenza privata, ha ascoltato numerose testimonianze dell’epoca, ha letto diversi articoli, ecc…mettendo insieme i dati ricavati ha voluto romanzare una parte di quell’oscuro capitolo della storia del XX secolo dando voce a delle donne che per anni hanno vissuto nell’indifferenza, rendendo anche omaggio ad un’eroina che negli anni ha impegnato tutta sé stessa nell’aiuto verso le meno fortunate. Inoltre, è la prima volta che mi capita di leggere dell’Olocausto dal punto di vista di una nazista, cercando di entrare nella sua psiche e di rendere un po’ più umano un personaggio che per quanto ne sappiamo, accostarlo a qualcosa di bestiale sarebbe un complimento. In tutto ciò, per quanto nel complesso abbia apprezzato l’opera, alcune note le ho trovate stonate, alcune della quali tratterò nel prossimo paragrafo. Comunque ci tengo a precisare che, secondo me, sul finale la storia diventa fin troppo prolissa: sembra che, volendo raccontare in maniera esaustiva ciò che di straordinario ha fatto Caroline, le vicende di Kasia siano state tirate molto per i capelli. Le ultime 100 pagine almeno, potevano essere riassunte in un paio di capitoli, come per dire “Ecco che fine hanno fatto queste persone”. Voto 3.5 su 5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Come ho già accennato, per quanto sia un libro che vale la pena leggere, ci sono delle parti che ho apprezzato meno. Prima di tutto mi è sembrata piuttosto evidente la discrepanza fra le storie reali e quelle inventate, dal momento che queste ultime contenevano a volte dei buchi di trama, rendendo alcuni aspetti delle storie davvero poco chiari. Faccio degli esempi, per capirci meglio. Quando entra nel campo di concentramento, Herta sembra così sconvolta nell’apprendere ciò che succede che decide di partire il giorno dopo, ma alla fine rimane. Successivamente diventa una persona ambigua, a tratti ancora più egoista, fredda e calcolatrice e nello stesso tempo quasi buona nei confronti di Halina, come se stessimo descrivendo due personaggi diversi. Perché? Il libro giustifica il cambiamento dicendo che le serviva lo stipendio per mantenere le cure della madre; inoltre, ad un certo punto si sente tradita dalla sua stessa brillante infermiera. Non mi ha convinto sinceramente. Altra questione, non ha molto senso il modo in cui Caroline decide di scaricare Paul senza ascoltare minimamente ciò che ha da dirle, non si concede nemmeno il beneficio del dubbio, anche quando capisce che la moglie Reena ormai l’ha lasciato. Anche qui, non ha nessun senso a parer mio e difatti è una parte aggiunta dalla scrittrice. Poi, la personalità di Kasia che anche a quasi quarant’anni sembra comportarsi come un’adolescente arrabbiata, apparendo persino ridicola e irritante, ben diversa da quella che era nel campo di concentramento. Possibile che dopo quella esperienza sia tornata esattamente com’era prima di partire? Difatti anche il suo personaggio, per quanto sia ispirato ad una deportata reale, comunque è inventato. Infine, discrepanze a parte, vorrei far luce su un filo conduttore molto sottile, fra i tanti, che vuole affrontare anche un tema molto delicato per una donna, anche se non sono sicura che sia voluto dalla stessa autrice. Più volte viene affrontato il discorso della maternità in chiavi diverse, come sentirsi realizzate, senso del dovere, portatrice di speranza, ma in ogni caso la morale è sempre la stessa: non basta mettere al mondo un figlio per risolvere i propri problemi e sentirsi felici, come fosse una toppa sulla propria insoddisfazione. Deve essere uno dei traguardi al limite, non un mezzo per raggiungerli.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Ben presto imparammo che a Ravensbruck la sopravvivenza ruotava intorno alla gavetta di stagno, alla tazza e al cucchiaio, nonché all’abilità di tenerli al sicuro. Se li si perdeva di vista anche solo per un istante rischiavano di sparire per sempre. Perciò li tenevamo sempre dentro l’uniforme, oppure appesi alla vita, se si aveva la fortuna di trovare un pezzo di corda o di spago da trasformare in una cintura.” Le Ragazze senza Nome, M. H. Kelly

Non un’altra fanciulla repressa

Torniamo un attimo sul discorso del té questo mese, per dare uno sguardo ad un libro che secondo me ha fatto un pochino la differenza, anche se ancora non è chiaro se in positivo o negativo. Non la solita storia della fanciulla ingenua, che reprime ogni sofferenza per fare un favore agli altri, ma una madre che lotta per riprendere le sue figlie. Si tratta del romanzo La Separazione di Dinah Jefferies.

Ci troviamo in Malesia, nel 1955 e la famiglia Cartwright sta facendo le valige per partire da Malacca. Emma, che all’epoca ha 11 anni, e la sorellina Fleur, chiedono al padre come mai non stiano aspettando il ritorno a casa della madre, ma lui non risponde e in maniera brusca e frettolosa, le invita ad obbedire. Quando la moglie Lydia torna da una visita all’amica malata, non trova nessuna traccia delle figlie, del marito o della servitù. Sulla base di qualche informazione che riesce a ricavare, parte per un lungo viaggio pericoloso all’interno di un Paese dilaniato dalle guerre civili e lotte intestine, per scoprire dove sia finita la sua famiglia.

Tutto sommato si tratta di un romanzo piacevole, anche se a tratti parecchio irritante, a causa delle dinamiche assurde che si creano nel corso della storia. Finale, quasi scontato ma non del tutto perché anche quello ci riserva un colpo di scena, eppure rimane nello stesso tempo un po’ sospeso, ma non dico di più. La scrittura è scorrevole, quindi è difficile metterlo da parte. Coinvolgenti le descrizioni della Malesia, messa a confronto con l’Inghilterra. Per me voto 3.5 su 5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Ciò che ho apprezzato in questo romanzo è il fatto che la scrittrice non ci costringe a vedere la protagonista, per forza, come un’anima buona e pia, come ho notato in tanti altri dello stesso genere. Qualunque cosa facessero quelle ragazze, se ne uscivano da vittime, donne infelici che tenevano dentro sofferenze indicibili senza parlarne con nessuno, quando magari avevano fatto tutto da sole. Spesso non si facevano nemmeno rispettare, pur di non perdere l’integrità di questa assurda facciata. Qui abbiamo una madre che ha tutte le ragioni del mondo per essere disperata: non trova le sue figlie, comincia a detestare il marito e per gran parte della storia ha ragione di credere che siano addirittura morti. Ma per quanto la vita sia stata dura con lei, scopriamo che non è la solita stigmatizzata, anche lei ha i suoi scheletri nell’armadio. Insomma non è una persona perfetta, anzi, a tratti risulta perfino detestabile: una donna ha appena scoperto che le figlie le sono morte e si comporta da adolescente innamorata a casa dell’amante, diventando persino gelosa per gli oggetti femminili che trova nel suo rifugio (What??). Tutto ciò senza sentirsi comunque privata del diritto di presentarsi davanti al marito spiattellando il frutto del suo tradimento con una donna del luogo, in pratica due pessimi partner, complimentoni! Ben più tragica è stata la sorte di Emma, che ha dovuto fare i conti con un padre assente e una matrigna assurdamente ingenua, subendo degli abusi. Ma quale genitore lascia una bambina nelle mani di un perfetto sconosciuto, che per altro mostra un inquietante interesse nei confronti di tua figlia? Mah…

” «Emma, Fleur», chiamò.
«La mamma è a casa».
Lydia si affrettò a entrare per ripararsi dalla pioggia.
«Alec?», chiamò di nuovo.
«Sono tornata».
Non ci fu alcuna risposta.” La Separazione, D. Jefferies

Gli irritanti cliché del tè

Non so voi, ma di libri che riguardano il tè in tutte le salse, ne ho visti parecchi. E non sto parlando di guide pratiche su come preparare il Breakfast tea inglese, ma di romanzi che ruotano intorno al mondo della lavorazione di queste foglie dall’aroma intenso. Uno di questi si intitola La Figlia del Mercante di Tè, di Janet Macleod Trotter.

Come tutti i libri sul tè, non può non avere un’ambientazione esotica, in posti che la maggior parte di noi non ha mai visto, in epoche non molto recenti. Qui siamo nell’India dei primi del ‘900, in una tenuta di famiglia dove si lavorano le foglie in maniera artigianale, con metodi antiquati, mentre intorno il progresso diventa soffocante. Il proprietario, pieno di debiti e di dolore per la perdita della moglie, si consola con fiumi di alcool, mentre le figlie si disperano. Un giovane imprenditore, tal Wesley Robson, si offre un aiuto economico in cambio della mano della maggiore, Clarissa, ma viene respinto in malo modo da padre e figlia. Alla fine l’anziano proprietario muore e le ragazze vengono spedite in Inghilterra a fare da serve nella locanda dei cugini, dove vengono trattate con cattiveria e disprezzo. Clarissa ottiene finalmente lavoro come governante del gentile avvocato Herbert Stock e, una volta rimasto vedovo, le chiede di sposarlo. Per lei questa è anche l’occasione di realizzare il suo sogno, ovvero aprire una sala da tè, che effettivamente riesce a realizzare, ma non ha vita facile, soprattutto quando Wesley Robson torna improvvisamente nella sua vita.

Il libro è carino, non così avvincente da ritenerlo uno dei migliori letti perché non è così. Purtroppo questi tipi di romanzi hanno dei cliché che si ripetono: tenute di coloni inglesi, ragazze strappate alla loro bella vita che ricordano con nostalgia, storie d’amore al limite dell’assurdo, protagoniste a tratti così ingenue da sembrare stupide…Insomma piacevoli da leggere, per carità, ma se posso scegliere altri titoli, lo faccio. Darei un buono, 3 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Entrando nel merito, sarò un po’ troppo cinica, ma trovo estremamente irritanti come si comportano talvolta le protagoniste di questi romanzi. Allora, partiamo dal fatto che Clarissa in tutto il romanzo si cerca sempre di dipingerla come la santa e già questo di per sé rende fastidioso il personaggio. Non mi è ancora chiaro il motivo che la spinge ad odiare tanto Robson, che dal canto suo le è stata fin troppo dietro risolvendo tutti i suoi casini, aspettandola con pazienza e amore. Sì, perché lui alla fine era davvero innamorato, ma nessuno gli ha dato modo di dimostrarlo. La “dolce” Clarissa accetta di sposare l’avvocato solo per il tornaconto personale, quindi fammi capire: all’inizio della storia era una questione d’onore e ci sta, anche a costo di perdere tutto; adesso, siccome vuoi a tutti i costi la tua sala da té, allora cambiamo le carte in tavola? Sto poverino fra l’altro, consapevole di non essere ricambiato allo stesso modo, per paura che rimanga incinta e muoia come la prima moglie, manco la tocca. Non entro nel merito, ma già detta così è assurda la questione. Infine, quando Clarissa non ha più un tubero fritto e si rende conto di essere sola, si accorge di cosa? Toh guarda, c’è quello scapolo di Wesley ancora libero! Secondo me sono innamorata…In tutto questo Olive, che per la prima parte del romanzo ha la personalità profonda come una pozzanghera, ad un certo punto e giustamente, prende in mano la sua vita e sposa l’uomo che ama. Il dialogo migliore? quando inveisce contro la sorella perché è stanca di vivere alla sua ombra!

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro, se ci riuscite! 😀

“Sarai anche mia sorella, ma non hai idea di cosa voglio io dalla vita. Non passi nemmeno cinque minuti a parlare con me, altrimenti sapresti che sono innamorata di Jack. Detesto vivere qui come una povera orfanella imparentata con gli Stock, passando il tempo a dipingere bei quadri per te, che ti sei sposata al meglio e ti aspetti la mia eterna riconoscenza!” La Figlia del Mercante di Tè, J. M. Trotter

L’orrore nascosto per 10 anni

Questo mese, nella sezione Il Libro Ritrovato, vi presento un altro thriller ansiogeno che tiene incollati fino all’ultima pagina. Un’altra storia di cronaca nera alla ricerca di oscuri segreti per svelare verità tenute nascoste per troppo tempo. Sto parlando de Il Bambino Silenzioso di Sarah A. Denzil, un best seller in Uk, USA e Australia.

Il piccolo Aiden sparisce da scuola durante un’alluvione, cade nel fiume e annega; poco tempo dopo, durante la disperata ricerca del corpo, viene ritrovato solo il suo cappotto rosso mentre fluttuava lungo il fiume Ouse. Si comincia a pensare alla sparizione, ma dopo continue ricerche a vuoto, viene dichiarato morto. Emma, la madre, dopo dieci anni sembra finalmente riuscita a riacquistare un po’ di serenità: è sposata, incinta e le sembra di aver preso finalmente il controllo della sua vita, quando…Aiden ritorna! Il ragazzo è traumatizzato e non parla con nessuno, anzi, sembra del tutto indifferente a ciò che lo circonda. Ma ciò che non esprime a voce, lo rivela il suo corpo, martoriato dalle violenze subite, ci fa comprendere che non è mai annegato, ma è stato prigioniero in tutti quegli anni. Ci si chiede chi possa aver commesso un crimine tanto orrendo in una cittadina così piccola.

Già dalla trama è una storia che colpisce e vi garantisco che i colpi di scena non mancano, anche se per una certa parte del romanzo il ritmo è piatto, seppur leggero in termini di scrittura, e alcune cose mi hanno fatto storcere un po’ il naso per la loro mancanza di logica. Un altro punto a sfavore e questa è una cosa molto personale, non amo leggere le parolacce nei libri e questo penso ne sia fin troppo pieno. Del resto, per gli amanti del genere, è sicuramente un romanzo apprezzabile. Voto 3,5 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Ho citato dei punti che mi hanno fatto storcere il naso e vorrei entrare un po’ più nel merito. Prima di tutto devo dire che già prima della metà del libro sospettavo che Jake nascondesse qualcosa di losco dietro la sua facciata da perfettino, perché la sua ossessione per l’ordine nella sua vita era fin troppo maniacale, come costruita e questo quantomeno insospettiva. Tuttavia, apprezzo il fatto che l’autrice abbia messo praticamente due assassini con un duplice colpo di scena: l’intenzione di Jake era proprio quella di uccidere Aiden spingendolo nel fiume, mentre il rapitore ha approfittato della situazione senza nemmeno essersi messo d’accordo con lui. E chi è il depravato? Hugh, l’amico! Ecco una delle cose che mi ha fatto storcere il naso, cioè questo va in giro per il mondo, intanto viene interrogato il pianeta terra, ma nessuno si prende la briga di chiamarlo o richiedere la sua presenza al commissariato. In fin dei conti era un amico di famiglia, quindi sospettabile anche lui e se avessero provato a telefonargli, già le mancanze di risposte avrebbero dovuto far insospettire. Altra questione, Jake aveva un box poco fuori città in una zona di spacciatori e questo non ha mai insospettito nessuno? A Emma è venuto in mente di controllare se davvero lavorava a York e non alla polizia? E il bunker dove stava Aiden? All’inizio ci fa capire che si tratta di un posto sperduto e lontano nei boschi, poiché nonostante sia stato setacciato da cima a fondo, non è stato trovato nulla di sospetto. Alla fine del romanzo, in qualche minuto viene raggiunto a piedi da Emma in travaglio (!!!) e Aiden, in una radura. Sul finale poi, invece di incastrare anche quella pazza di Amy che è stata complice del maniaco, magari semplicemente registrandola mentre confessa candidamente, le dice semplicemente di andarsene. Bho…In conclusione, c’è da dire che non è facile narrare una storia così complessa, senza che ci siano dei punti che stonano e, inoltre, persino nella realtà nelle indagini vengono commessi degli errori grossolani che non permettono di trovare i colpevoli per anni, se non per sempre.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Una reazione tipica dell’opinione pubblica inglese, pensai. Pretendono gratitudine in cambio della loro attenzione. Un ragazzino è stato rapito e torturato per un decennio e si sentono tristi per questo. Buon per loro. Così dopo aver provato tutta questa tristezza vedono il ragazzo in questione insieme alla madre e sentono il bisogno di sottolineare l’ovvio: si sentono tristi. Non è orribile, ti dicono? Sì, sì, è molto triste e davvero orribile, grazie per come vi sentite. Ma se non li plachi, allora vai a quel paese te e il tuo bambino.” Il Bambino Silenzioso, S.A. Denzil

La speranza di una madre

Non so se sia capitato anche a voi, ma era tempo che in libreria continuavano a catturare la mia attenzione diversi volumi della stessa autrice. Le copertine, che riportavano donne riprese di spalle in luoghi principeschi, hanno sempre stuzzicato la mia attenzione, ma non sapevo quale scegliere. Alla fine ho optato per Il Profumo della Rosa di Mezzanotte, autore Lucinda Riley, che presento in questo articolo.

Il libro inizialmente tratta parallelamente di due mondi che ad un certo punto si uniscono. Da una parte abbiamo l’India, dove l’anziana Anahita Chavan compie cento anni e, sebbene stia festeggiando con la sua numerosa famiglia, non può fare a meno di pensare al figlio che tutti credono sia defunto da piccolo. Lei è sicura che non sia così, dunque decide di affidare a suo nipote Ari il manoscritto dove ha annotato la storia della sua vita, nella speranza che il giovane possa scoprire cosa sia realmente accaduto. Intanto in un altro continente, più precisamente nel Dartmoor in Inghilterra, la bella e famosa attrice americana Rebecca Bradley si trova nella tenuta Astbury Hall per girare un film ambientato negli anni ’20. A causa del trucco che la fa assomigliare ad un’antenata del padrone di casa, diventa oggetto delle sue attenzioni a tratti inquietanti.

Devo dire che questo bel mattone di ben 611 pagine di storia è un percorso fatto di salti continui fra presente e passato e, anche se per certi versi può sembrare che l’autrice allunghi fin troppo il brodo in alcuni punti, devo dire che comunque la lettura scorre abbastanza velocemente. La descrizione dei paesaggi è ricca di dettagli e coinvolgente, soprattutto quella che riguarda i palazzi indiani o la tenuta nel Dartmoor. Ho apprezzato anche la maturazione e la mancanza di banalità dei protagonisti, che cambiano persino modo di ragionare nel corso degli eventi: non so se sia una “genialata” o un errore dovuto alla lungaggine del romanzo. Finale decisamente avvincente, un po’ thriller, anche se prevedibile in molti aspetti come nel resto del libro, ma tutto sommato l’ho trovato apprezzabile con un voto di 3 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Secondo me lo svantaggio nello scrivere questa storia è che fin dall’inizio c’è poco spazio all’immaginazione: si intuisce che Anahita abbia avuto una tresca amorosa con qualcuno che fa proprio parte della nobiltà inglese, altrimenti non si spiega tanta segretezza, anche se eccessiva a mio avviso, così come la prevedibilissima storia d’amore che nasce fra Rebecca e Ari sul finale; sappiamo anche che suo figlio è sopravvissuto tanti anni, così come il giorno in cui è morto perché la madre l’ha sentito grazie al suo “dono”. Insomma, uno si fionda nella lettura per capire che colpi di scena avrà messo in atto l’autrice, perché alla fine 600 pagine servono per dire cosa? Che il figlio che ha avuto, effettivamente era vivo ed è cresciuto in orfanotrofio (ma non mi dire!), tuttavia rimaniamo sbalorditi nell’apprendere che nella sua vita e senza saperlo, ha collaborato con la stessa madre per la fondazione di una clinica in India, in quanto diventato medico; oppure la storia d’amore fra il nonno di Anthony e Anahita, o l’amicizia eterna fra quest’ultima e Indira, ecc… A parte lo shock nello scoprire la schizofrenia di Lord Astbury che, diciamocelo, non è che fosse tanto registrato fin da subito, nella storia non ci sono chissà quanti colpi di scena, quelli che ti fanno esclamare un sonoro “NOOOOO”. Molte parti riportate sono prevedibili e, se non fosse per l’abilità della scrittrice nel tenerti incollato fino all’ultima pagina con una scrittura leggera e facendoti sperare in un evento sconvolgente, penso che a fatica si arriverebbe alla fine. Spero non sia lo stesso stile adottato per tutti gli altri romanzi, ma solo con la lettura si può scoprire.

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Come tuo padre, odi l’ingiustizia e ami la lealtà. Ma sii prudente, mia Anni, perché gli esseri umani sono creature complesse e le loro anime sono spesso grige, quasi mai bianche o nere. Dove pensi di trovare il bene, potresti scoprire la malvagità. E dove pensi ci sia soltanto il male, potresti restare sorpresa trovando anche il bene.” Il Profumo della Rosa di Mezzanotte, L. Riley

Una testimonianza diversa

In questo articolo torniamo sul tema della psichiatria, affrontandolo stavolta da un punto di vista meno poetico (vedi articolo su A. Merini), più semplice e spartano. Si tratta sempre di una storia vera racchiusa nel libro dal titolo Mi si è Fermato il Cuore di Chamed.

Chamed è una donna che fin dall’infanzia ha dovuto fare i conti con una serie di eventi negativi che le hanno stravolto la vita per sempre, a partire dalla poliomielite che le diagnosticano in tenera età, curata anche grazie all’amore e alla determinazione del padre che non si arrese di fronte alla malattia aiutandola ad affrontarla per poter camminare di nuovo. Successivamente, a soli 14 anni, i genitori muoiono in un incidente d’auto e lei viene affidata ad una zia crudele, che non fa che disprezzarla poiché frutto di un amore che a lei è stato negato. Dopo gli abusi subiti dal padre della sua amica, Chamed tenta il suicidio e subito dopo viene internata in manicomio. Siccome ancora non è entrata in vigore la legge Basaglia, oltre alle orribili violenze, subisce anche l’elettroshock. Grazie all’affetto di un medico illuminato che decide di adottarla, finalmente la ragazza potrà tornare a vivere.

Devo dire che questo romanzo l’ho letto al liceo, quando ci era stato assegnato dalla nostra insegnante come compito estivo e, lì per lì, non mi ero resa conto di un paio di lacune che ho riscontrato leggendo vari commenti su diversi siti dove veniva sponsorizzato il libro. La storia è davvero toccante, triste perché reale, ma narrata con un linguaggio davvero troppo infantile e pieno di errori grammaticali. Non mi ero resa conto di questo da ragazzina, fin quando non sono andata a rileggere alcune parti, che effettivamente sembrano narrate da una bambina, quando in realtà si tratta di una storia raccontata molto a posteriori. E’ anche vero che ciò che conta è la sostanza, per quanto non sia trasmessa in maniera impeccabile come Merini, merita comunque il suo spazio all’interno di testimonianze basate sulle atrocità e ingiustizie vissute in manicomio. Io darei un 3.5 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!!!! Un’altra critica mossa dai lettori è che i fatti raccontati appaiono inverosimili: molti non hanno creduto a tutte le vicende pensando fossero una trovata mediatica. E’ vero che in alcuni frangenti sembra fin troppo forzata l’ingenuità di questa ragazza che si lascia sballottare a destra e sinistra fra le cattiverie delle persone che la circondano, dalla zia che le fascia il seno con la calce e il padre dell’amica che evidentemente prova un interesse tutt’altro che paterno nei suoi confronti. L’autrice giustifica il tutto dicendo che i suoi genitori l’hanno sempre trattata come una bambina e fino a 14 anni non sapeva nemmeno come si facevano i figli. Io, comunque, come le mie compagne di classe, ho avuto modo di incontrare questa donna di persona e non me la sento di dire che ciò che ha scritto sia inventato. La sua emozione nel rivivere queste vicende, faceva trapelare il dolore delle ferite che portava dentro. Nel libro dice che per poter fuggire dal manicomio ha dovuto cambiare il suo nome in quello di una paziente di nome Sara di 10 anni più grande, deceduta proprio lì dentro, facendo credere che fosse lei quella morta. Le abbiamo chiesto come mai poi, non avesse raccontato la verità a quella che era la sua unica amica e lei ha risposto che non se l’è mai sentita, dato che questa l’ha pianta al suo funerale. Fra le altre cose ha raccontato di aver avuto un figlio anni dopo che ha chiamato Giulio, in ricordo del suo primo e unico amore deceduto in un incidente in moto con lei, e di essere impegnata attivamente per aiutare tutte le donne che subiscono violenze. “Se avete bisogno chiamatemi! Venite a stare da me!” Queste frasi, dette con la stessa cadenza di una bambina, un invito sincero e dolce, non mi fanno credere che ciò che ha passato sia inventato. Per me, tanta stima nei confronti di una donna che nonostante tutto l’orrore subìto, trova il coraggio di sorridere con occhi pieni di speranza.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Sono passata attraverso il tunnel di un dolore che scava dentro e mi porto dietro cicatrici indelebili. Penso che l’uomo non sia nato per soffrire, ma per la felicità.” Mi si è Fermato il Cuore, Chamed

Oltre le apparenze

Mai come oggi la questione dell’immigrazione fa parlare di sé in ogni canale di comunicazione, a scuola se ne parla di continuo, i politici ne discutono nei vari talk show e ogni tanto capita un servizio al telegiornale con movimenti di protesta, spaccando in due la popolazione, ancora una volta due poli estremi. In mezzo a tanta confusione spiccano accuse verso chi lucra a spese di altri e storie struggenti, come quella che vi propongo in questo articolo: Stanotte Guardiamo le Stelle di Alì Ehsani.

Ci troviamo in Afghanistan negli anni novanta e Alì è un bambino come tanti, che vive in una Kabul devastata dalla guerra, ma non ancora sotto il regime dei talebani. Passa le giornate a giocare con il suo amico Ahmed e le cose più spaventose che conosce sono i rimproveri del maestro o della madre. Un giorno tornando da scuola, trova al posto di casa propria un mucchio di macerie e si siede sul muretto ad aspettare che qualcuno lo venga a prendere, convinto di aver sbagliato strada. Lo raggiunge il fratello maggiore Mohammed che gli spiega che i genitori sono morti uccisi da un razzo, che non hanno più niente in quel Paese e se ne devono andare. Inizia un lungo viaggio durato ben 5 anni per poter raggiungere la tanto desiderata Europa, che altro non è che l’Italia, luogo dove ripongono le proprie speranze. Una storia vera che consiglio a tutti di leggere, perché ti fa riflettere. Dedicato a chi se vede qualcuno sporco o trasandato, ha un po’ di pregiudizio, per chi dice che sono tutti criminali, che rovinano il nostro Paese, che li sprofonderebbe in mare…Dedicato a tutti coloro che odiano senza conoscere, ma anche ai finti perbuonisti che parlano di aiuti, ma la loro disorganizzazione e sete di soldi, va a discapito di chi non c’entra niente. In un sistema dove la parola d’ordine è “accogliamo e poi si vedrà” chi ne fa le spese sono spesso gli immigrati che da una parte si ritrovano atteggiamenti razzisti e dall’altra promesse non mantenute, fungendo da capro espiatorio. In mezzo a questi magari ci sono anche criminali, ma ci vanno di mezzo tutti.

Nel libro sappiamo già come va a finire, Ali ci arriva da solo a Roma, attraverso un viaggio tragico, nel quale ciò che dà forza di proseguire non è la disperazione, come dice lui, ma la speranza, quella di avere una dignità come persona, poter decidere come costruirsi un futuro e non accontentarsi di sopravvivere. Grazie a questo romanzo ho potuto riflettere su degli atteggiamenti negativi che spesso adottiamo, etichettando la gente senza conoscere il loro passato: dietro a quei vestiti sporchi c’è povertà, dietro a quegli occhi lucidi una richiesta di aiuto. Dire che tutti gli immigrati sono criminali è come dire che tutti gli italiani sono imbroglioni, come sarebbe assurdo dire che sono tutte brave persone bisognose. Lo stesso Alì racconta di chi, preso dal desiderio di fuggire, era dedito rubare anche ai propri compaesani. Nonostante sia grato a tutti coloro che in un modo o in un altro gli hanno regalato un tassello verso la meta, con gran lucidità descrive anche il paradosso di un sistema creato per aiutare i rifugiati di guerra, che invece si rivela una facciata da esibire a giornalisti curiosi.

ALLERTA SPOILER!! La parte più tragica rimane senz’altro la morte del fratello, straziante, un incubo che sicuramente hanno vissuto altri prima di lui, partiti con sorriso e gioia perché sicuri di raggiungere l’altra sponda della vita, quella dove risiedono speranza e un futuro migliore, invece ci si è persi per strada. Nessuno si metterebbe su un gommone da 50 dollari, per affrontare un viaggio in mare aperto senza saper nuotare, al buio…già da questo si dovrebbe capire il coraggio e la determinazione che spinge queste persone a gesti estremi che, spesso, costano la vita. Più che un romanzo, una lezione di vita direi…ovviamente voto 5 su 5.

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“<<[…]Ascolta quello che la gente dice. Poi magari parli tu. Ma pensa prima a quello che devi dire. Non comportarti da stupido.>> <<Perché?>> <<Perché è pieno di persone che credono di sapere tutto e proprio per questo non imparano mai niente.>>” Stanotte Guardiamo le Stelle, A. Ehsani

Tra l’amore e il senso del dovere

Ciò che apprezzo nei romanzi storici, se fatti bene, è la capacità degli autori di riportare eventi realmente accaduti con una propria interpretazione, permettendoci di entrare nella vita di personaggi che hanno fatto la differenza, conoscendoli come fossimo presenti anche noi in quel tempo. Fra questi c’è il titolo di cui vi parlo ora, ovvero La Principessa Indiana di Indu Sundaresan.

Ci troviamo nell’India del 1631, quando l’imperatore Shah Jahan, rimasto vedovo dopo la morte dell’amatissima moglie, decide di costruire in memoria di lei un mausoleo che verrà annoverato fra le meraviglie del mondo: il Taj Mahal. Fra i suoi numerosi figli, spicca senz’altro la personalità della sua primogenita Jahanara, donna tanto bella quanto intelligente, che tenta di salvare le sorti del regno a fianco di un padre che a poco a poco si lascia andare al dolore per la perdita della donna della sua vita, contro i fratelli che lottano tra loro per ottenere l’eredità. Al tempo stesso cerca di celare al mondo la sua passione per un uomo inadatto al suo rango, pur di restare fedele al suo ruolo. Come ho accennato prima, fra le cose che più mi sono piaciute del romanzo, è il fatto che si percepisce nel corso della lettura, il lavoro di ricerca storica svolto dall’autrice, per altro riportato da lei stessa nella parte finale attraverso la bibliografia. Dove ci sono stati dei “buchi” informativi nella documentazione, sono stati sapientemente riempiti in maniera romanzata. Ne esce una storia che parla sì della costruzione di uno dei monumenti più spettacolari del mondo, descrivendone sia la costruzione, sia i materiali che la compongono e la loro disposizione, ma anche la vita e la crescita di una principessa in gamba, la cui saggezza ha preservato fino all’ultimo le sorti del regno, nonostante il suo pensiero fosse occupato anche dal dolore di non poter vivere serenamente la sua storia d’amore e nonostante in quel tempo, come ben sappiamo, la donna non contasse gran che. Per me è un 5 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!!! Quando il libro inizia vediamo la madre di Jahanara che muore di parto e lascia la gestione del palazzo alla figlia maggiore e termina quando la donna, rassegnata ormai all’inevitabile vittoria del fratello minore Aurangzeb e morte del padre, accetta di far parte del nuovo regno. Come spiega l’autrice, non si è mai capito per quale motivo Aurangzeb cercasse tanto l’approvazione della sorella, probabilmente perché è l’unica che mantiene una certa dignità fino all’ultimo. Tuttavia, ho notato che fra tutti i personaggi, quella che davvero sembra la sola dotata di saggezza sembra proprio la protagonista, soprattutto se contrapposta alla figura d’ombra della sorella Roshanara che dimostra un’indole subdola e sciocca, che tenta in ogni maniera di imitarla ma senza riuscirci. Per non parlare dei fratelli che si contendono il trono: l’unico che alla fine usurpa il potere con lo stesso modus operandi dei suoi antenati, viene visto come il “terribile”, quando invece a me sembrava semplicemente un principe che si è sentito messo da parte e per questo ha cercato in tutti i modi di dimostrare quanto fosse più valoroso dei suoi fratelli maggiori, facendo persino degenerare la situazione. Quello che cerco di dire è che, in tutta questa faida familiare, mi sembra un po’ forzato il fatto che l’unico personaggio a 360° sia solo quello di Jahanara, mentre gli altri diventano stereotipi di contorno. Probabilmente questo è un limite, purtroppo, presente in romanzi storici che, per mancanza di fonti, non può approfondire ogni singolo carattere senza scadere troppo nella fantasia. Peccato…

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Nessuna donna si affaccerà al jharoka fintanto che Bapa è imperatore. Credi che gli amir rispettassero Nur Jahan per le sue azioni? Ridevano di lei. Il posto per una donna, il nostro posto Roshan, è dietro il velo, dietro le mura dello zenana, e se vuoi fare qualcosa, qualsiasi cosa, devi farla da qui, in questo spazio.” La Principessa Indiana, I. Sundaresan

Un crimine senza traccia

Le offerte dove prendi 2 o 3 libri pagando meno di 10 euro, sono sempre le migliori per riempire la libreria di casa. Certo, la scelta è limitata, ma a volte si possono scoprire dei titoli o, addirittura, dei generi letterali che prima non avevamo preso in considerazione. In questa occasione ho acquistato qualche thriller, uno dei quali esporrò in questo articolo, ovvero La Lunga Notte di Linda Castillo.

Già il titolo di per sé lo trovo intrigante, anche se la copertina in brossura lascia a desiderare. Apre la storia il brutale sterminio dei Plank, una delle famiglie della comunità amish di Painters Mill, Ohio. Si tratta di un padre, una madre e 5 figli che fino ad allora avevano vissuto concentrati routinariamente nella fede e nel lavoro, poi in una notte capita l’impensabile: qualcuno entra nella fattoria e fa un massacro, torturando e uccidendo anche le ragazze Mary e Annie. Kate Burkholder, capo della polizia della contea, viene chiamata a dirigere le indagini, ma non ci sono sospettati, nessuna traccia, nessun movente. Kate in passato è stata un’amish, sa che non possono esserci ombre nella vita delle vittime: eppure nel passato di Mary Plank cominciano ad emergere oscuri segreti. Fin dalle prime righe si capisce che c’è qualcosa di inquietante in questa vicenda dove si frappongono un mondo paradisiaco e una realtà orribile che si presenta senza alcuna apparente spiegazione. Le indagini proseguono con continue scoperte e colpi di scena, perciò le pagine scorrono veloci con un’ansia pazzesca fino alla fine. Quello che emerge, senza sbilanciarmi troppo, è che non è oro tutto ciò che luccica, e che persino in una comunità del genere può insinuarsi qualcosa di oscuro. Finale per niente prevedibile, anche se mi ha lasciata un pochino perplessa su certi aspetti, voto 4 su 5.

ATTENZIONE SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!!!! Un’altra questione su cui vorrei far luce è come sia nata tutta la vicenda: abbiamo una ragazza amish estremamente ingenua che si innamora di uno sconosciuto e ad un certo punto è portata a fare cose per le quali si vergogna terribilmente. Il punto è, si può seguire una religione vivendo come se il resto del mondo non esistesse? Mi spiego meglio, non voglio giudicare chi abbraccia una fede perché andrei contro i miei interessi, ma il fatto di doverla seguire in questo caso, che potrebbe rispecchiare molte realtà, soffoca a tal punto chi ne fa parte che ci troviamo, per esempio, una ragazza credulona che sbaglia e ha persino paura a parlarne con la sua famiglia. Io penso che questa sia un’altra critica sottesa presente nel libro che in parte condivido, perché ognuno ha il diritto di scegliere ciò in cui credere, ma gli estremismi portano a delle conseguenze disastrose. Con ciò non significa giustificare il killer pazzoide, ma dire che forse si poteva evitare, banalmente parlandone e rivolgendosi alle autorità competenti. Se Mary fosse stata informata prima su ciò che poteva trovare fuori dalla sua comunità, sarebbe stata più attenta? Forse. Altra questione, compiere un massacro per poi filmarlo e metterlo sul web e farci dei soldi. Cioè qui i criminali erano a centinaia, non solo chi ha compiuto tali schifezze per un profitto personale, ma anche coloro che fanno parte del giro di compravendita di tali video, giusto per far capire fino a che punto riprovevole è giunta la società contemporanea. Non mi ricordo se nel libro poi la polizia abbia cercato di indagare anche sui siti dove giravano questi materiali, ma anche se si fermasse il Jack o lo Scott di turno, sarebbero solo delle pedine di un sistema malato che andrebbe posto all’attenzione di autorità superiori e specializzate. Alla fine, per quanto sia positivo che il caso sia stato risolto, resta sempre l’amaro in bocca per quanto accaduto che ormai non si può cambiare.

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“E’ la solitudine più profonda del mondo desiderare l’amore e il sostegno dei propri genitori, e sentire di non meritarlo.” La Lunga Notte, L. Castillo

Prima della legge Basaglia

Il 13 maggio del 1978 la Legge Basaglia segnava l’inizio della svolta per quanto riguarda gli “Accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori” determinando la chiusura definitiva dei manicomi in Italia. Tali strutture, create al fine di istituzionalizzare il problema dei “malati di mente”, ormai sono comunemente considerate luoghi di sofferenza più che di recupero. E a raccontarcelo non sono solo gli strumenti di vera e propria tortura utilizzati sul posto, ma anche le stesse persone che hanno dovuto subire tali trattamenti.

Fra questi spicca senz’altro la celeberrima poetessa italiana Alda Merini, nata a Milano nel 1931, talentuosa fin dalla giovane età, ma vittima di un destino infausto che l’ha trascinata nell’orrore del manicomio per ben 10 anni fra ricoveri volontari e forzati. Nel libro L’Altra Verità, uno dei tanti scritti dove è possibile rileggere il suo dolore, Alda ripercorre la sua esperienza a tratti considerando in maniera oggettiva la sua reale patologia psichiatrica, a tratti criticando un’istituzione che ha contribuito ad aggravare i suoi problemi. Benché buona parte del testo sia scritto in prosa, si tratta per lo più di un diario dove la scrittrice riporta i suoi pensieri, considerazioni, ricordi spesso sconnessi e poesie. La parte finale contiene un’interessante considerazione filosofica sul cosiddetto malato psichiatrico, oltre che le lettere scritte al suo amato Pierre.

Inutile ovviamente dedicare un paragrafo agli spoiler, dal momento che si tratta di un’opera biografica conosciuta ai più. Ormai tutti sanno che nei manicomi la vita era un inferno, ma vederlo attraverso gli occhi di chi l’ha vissuto sulla propria pelle fa ancora più male. Viene da chiedersi come si poteva pensare che trattare le persone in questa maniera, potesse in qualche modo farle guarire. Oltre all’incomprensibile elettroshock, ci sono tante altre forme di velata violenza, come se i malati fossero bestie senza anima: denudati senza dignità per essere lavati con la stessa pezza cenciosa, disposti su panchine in silenzio e ignorati come ombre sulla vita. E nonostante tutto questo Alda afferma che il vero inferno è fuori da quelle mura, una volta dimesso, perché tutti ti trattano come un criminale e ti ripagano con diffidenza, lasciandoti ancora più solo di prima. Tutto ciò che si cercava era solo amore e comprensione, niente di più. Voto finale 5 su 5, non tanto per lo stile di scrittura che non si addice ai miei gusti personali, ma perché vale davvero la pena ascoltare chi per tanto tempo è stato costretto al silenzio.

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Si parla spesso di solitudine, fuori, perché si conosce solo un nostro tipo di solitudine. Ma nulla è così feroce come la solitudine del manicomio. In quella spietata repulsione da parte di tutto si introducono i serpenti della tua fantasia, i morsi del dolore fisico, l’acquiescenza di un pagliericcio su cui sbava l’altra malta vicina, che sta più su. Una solitudine da dimenticati, da colpevoli. E la tua vestaglia ti diventa insostituibile, e così gli stracci che hai addosso perché loro solo conoscono la tua vera esistenza, il tuo vero modo di vivere.” L’Altra Verità, A. Merini