Sam, l’adolescente “normale”

Ogni tanto capita, mentre siamo presi dal lavoro o faccende domestiche, che torni alla nostra memoria un libro letto parecchi anni prima, come un flash improvviso. A me è successo proprio oggi e così mi è venuto in mente di parlarvene.

Ero al secondo anno di liceo, quando la nostra prof. ci aveva assegnato un paio di titoli da scegliere, per leggerli e poi farne il riassunto o la scheda (ora non ricordo bene). Probabilmente la mia amica I. che ogni tanto dà una sbirciata al mio blog, si ricorderà meglio di me. Comunque, i libri in questione erano: Un Ragazzo e Tutto per una Ragazza, entrambi di Nick Hornby. Del primo vidi il film diretto dai f.lli Weitz quando ero una bambina e ci misi anni a collegare le due trame: 1. perché il libro non l’avevo mai letto e 2. si intitolava About a Boy. Sì, lo so, vogliono dire la stessa cosa. Non ero molto sveglia, eh…E mi sono sentita pure un genio quando finalmente ho capito che la trama era uguale per entrambi!

Insomma, scelsi il secondo. Sam è un sedicenne molto immaturo che vive in una famiglia sgangherata: i suoi sono separati, ma il padre non paga gli alimenti e la giovanissima madre dall’aspetto avvenente fa cadere la mascella anche agli amici del figlio. Sam ha una grande passione: lo skateboard e il suo idolo è Tony Hawk, perciò tutto quello che non c’entra con queste due cose, fatica a comprenderlo. Quando conosce la coetanea Alicia, si innamora perdutamente nell’arco di un battito di ciglia e, dopo pomeriggi romantici passati in cameretta, quando ormai il rapporto si stava già rompendo, lei scopre di essere incinta.

Sicuramente non il più riuscito fra i suoi romanzi, chissà perché. Qui i problemi di un adolescente incasinato si dispiegano in una trama a tratti surreale nel vero senso del termine, ma non dico altro per non togliervi il piacere di conoscere di persona il giovane protagonista. Per carità, non credo che questo romanzo abbia chissà che pretese. Dal web si dice che Hornby abbia voluto rappresentare un sedicenne diverso dallo stereotipato ribelle o estremamente maturo, descrivendolo come “normale”. Ah però Nick, che grande stima nei confronti dei giovani! Il romanzo non l’avevo molto compreso a quei tempi e pure adesso non saprei dare maggiore significato, soprattutto per in finale che secondo me è inconcludente. Se sono riuscita a finirlo è perché bene o male scorre, oppure speri che Sam prima o poi maturi qualcosa. O magari era solo per obbligo nei confronti della mia prof. che assegnava spesso e volentieri titoli di dubbio gusto.

La personalità di questo ragazzo, che all’inizio mi strappava qualche sorriso, ad un certo punto ha iniziato ad irritarmi. Non solo per il fatto che non ha imparato niente dagli errori degli altri, trovandosi a commettere lo stesso identico pasticcio dei suoi genitori, ma il suo modo di fare che sembra sempre fuori posto in qualunque situazione, della serie “ma che ci faccio qui?”, ti fa venir voglia di tirargli il classico ceffone per risvegliarlo dal coma di stupidità nella quale è intrappolato. Manco i super poteri di Hawk gna’ fanno… E’ proprio Sam che è così tonto. Ma poi per carità, che nome orribile Rufus, abbreviato Ufo!

Sicuramente avrò scelto il titolo sbagliato…Voto 2.5/5

“Ci sono molte differenze tra un figlio e un iPod. Una delle più grosse è che di solito non ti aggrediscono per portarti via tuo figlio.” Tutto per una Ragazza, N. Hornby

Il paradosso di Nihil

Il motivo per cui ho deciso di aprire questo blog, è proprio per parlare soprattutto di libri sfuggiti alla vista della maggior parte delle persone, e per questo i più indicati per tale proposito sono proprio i romanzi d’esordio di autori sconosciuti. In questo articolo vi voglio parlare di Niente di nuovo sotto il sole di Paolo Gullì.

Paolo è nato nel 1987, fa l’infermiere, è fotografo e ama strimpellare con la chitarra. Il suo primo breve romanzo racconta di Nihil, un ragazzo che conduce una vita mediocre come tanti: lavoro monotono, appartamento spoglio, perenne senso di insoddisfazione. Un giorno, però, dopo una serie di avvenimenti inquietanti, è costretto a scoprire una verità a dir poco scioccante.

Frequentando gruppi di lettori online, leggo spesso pareri piuttosto negativi nei confronti di autori emergenti, giudicati a prescindere e inseriti all’interno di uno stesso calderone dove navigano da tempo anche persone che poco si distinguono dagli analfabeti. Ma io direi che in questo caso si tratta di una piacevole scoperta, poiché il romanzo, che ha uno stile ironico e volutamente politically uncorrect, scorre veloce pagina dopo pagina senza tediare il lettore. La storia, seppur corta rispetto alla media, non risulta banale e anzi, si ha come l’impressione che si estenda all’infinito, come le rette rappresentate su un piano geometrico che vedi un istante mentre spariscono, non solo attraverso le profonde riflessioni che ne suscita, ma anche utilizzando in maniera singolare le stesse pagine che paiono prendere vita. Non mancano riferimenti a personaggi celebri come Pirandello o Nietzsche che complicano il quadro e rendono il tutto più surreale. Voto 3.5/5.

Per la prima volta mi devo soffermare sul lavoro svolto dalla casa editrice, che al contrario trovo a dir poco vergognoso. Far pagare un libro sconosciuto al pari di un bestseller con almeno il triplo delle pagine, significa che quando mi arriva deve essere impeccabile. Invece mi ritrovo errori di stampa (angolo tagliato male, codice ISBN visibile per metà) e numerosi refusi nel testo che rendono la lettura pesante e poco godibile. Sembra che il correttore di bozze sia andato in ferie in questo testo. Peccato perché questo genere di cose non rendono giustizia ad autori che sacrificano molto del loro tempo per mettere su carta una storia originale, come in questo caso…

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Dopotutto, le parole raramente sono attendibili perché, se ne viene espressa una, in realtà molte di più in quel momento vengono pensate; l’unica che viene pronunciata non è sufficiente per definire nel mondo scibile ciò che viene inteso, ma le altre non dette evadono comunque, di forza, attraversando e deformando il nostro viso.” Niente di nuovo sotto il sole, P. Gullì

Lettura leggera con un pizzico di gnorri

Dopo qualche libro impegnativo, leggere qualcosa che abbia poche pretese, penso che sia la cosa migliore. Perciò non potevo fare altro che tornare dalle mie amatissime storie sul tè in tutte le salse! Questa volta ho preso un volume che stuzzicava un po’ la curiosità a giudicare dal titolo: La Sorella Perduta di Dinah Jefferies, la stessa autrice de Il Profumo delle foglie tè. Non lo sapevo, ma a quanto pare ne ha scritti almeno 7 appartenenti allo stesso ciclo letterario.

Comunque, passiamo alla trama. Siamo negli anni ’30 del secolo scorso, Belle Hatton è una giovanissima cantante che si trasferisce in Birmania dopo aver accettato di lavorare nel lussuoso hotel Strand. La meta non è stata scelta a caso: difatti, appena dopo la morte del padre, ha scoperto che venticinque anni prima i genitori erano fuggiti proprio da Rangoon, dopo aver perso la loro bambina Elvira. Belle desidera scoprire cosa sia successo realmente alla sorella che non sapeva di avere, ma quando inizia a fare domande, la vicenda sembra avvolta nel mistero. In tutto ciò conosce Oliver, un giornalista americano, che decide di aiutarla. Ma qualcuno la avverte di non fidarsi di lui…

Devo ammettere che le promesse le ho trovate accattivanti: il mistero che avvolge la scomparsa di una neonata di tre settimane e la gente del posto che sembra abbia paura a parlarne. Nel romanzo si alterna il narratore in prima persona di Diana Hatton, la madre della protagonista, e la storia principale di Belle. Il ritmo è scorrevole anche se si arresta in alcuni punti, ma dura poco. Tutto sommato non è stato così terribile, anche se ho trovato un enorme scivolone da parte dell’autrice che mi ha fatto storcere parecchio il naso. Il finale è scontato e prevedibile. Voto 3/5

ATTENZIONE SPOILER!! Ad un certo punto della storia si apprende che Diana ha sofferto di una forte depressione, risalente alla gravidanza della prima figlia, quando viene a scoprire del tradimento del marito. Da lì c’è stata una lenta discesa verso il baratro che l’ha portata ad un allontanamento coatto da casa sua, facendo perdere ogni sua traccia. Già qua mi dà i nervi, tuttavia bisogna contestualizzare la vicenda al periodo storico di cui si parla. Già è tanto che non l’abbiano rinchiusa in un manicomio, ma il marito che la “ama tanto”, vedendo la sua salute mentale tanto instabile, per altro iniziata per colpa sua, prima ci fa un’altra figlia e poi le dice “Senti bella fuori dai piedi che non ti sopporto più…ah, devo proteggere la nostra bambina.” Peccato che quando poi questa porella migliora, decide comunque di tenerla a debita distanza. Ma che marito amorevole! Da qui mi aggancio ad un altro punto: la protagonista schifa con orrore le amiche di Gloria in quanto le considera bigotte dal pensiero medioevale, dopo che le fanno pesare che è in età da marito e figli. E okay, non fosse che ad un certo punto viene espresso questo pensiero riguardo alla madre: “Né riusciva a capire perché non fosse bastata la sua nascita a ristabilire un equilibrio, o se non altro ad attenuare almeno in parte il dolore causato dalla perdita di Elvira.” E questo non sarebbe un pensiero ignorante? Quindi secondo la protagonista, la madre figliando avrebbe dovuto risolvere la sua depressione, riportare un certo equilibrio in casa e sostituire il dolore con l’amore per la nuova figlia. Ma che razza di pensiero è? Se una ha gravi disturbi psicologici (Diana aveva persino delle allucinazioni uditive!!) non risolve niente mettendo al mondo figli, anzi, potrebbe persino peggiorare, cosa di fatto successa. Poi, da quando i figli si sostituiscono fra loro? Una madre con 2 figli dovrebbe soffrire di meno per la perdita di uno rispetto ad un’altra con un figlio solo, perché avrebbe il piano B? Senza parole…

Grazie per aver letto l’articolo,

Julia Volta

“Che il mondo potesse racchiudere una tale straordinaria bellezza, e al contempo così tanta violenza, le risultava incomprensibile, ma sapeva che avrebbe dovuto trovare un modo per capire e accettare quei due estremi.” La sorella perduta, D. Jefferies

Il Truman Show del 2020

E’ da un po’ che avevo in programma di recensire questo libro, ma fra una cosa e l’altra non sono riuscita a dedicare del tempo al mio blog. Negli ultimi anni, nella sezione dei libri fantascientifici ambientati in futuri distopici, troviamo dei celebri titoli che parlano di reality show cruenti, dove gli spettatori si divertono a vedere persone brutalmente uccise o torturate in arene giganti. C’è un titolo che lessi più di 10 anni fa, quando ancora non si parlava di Hunger Games, che mi ha colpita parecchio: Acido Solforico di Amélie Nothomb.

Rispetto agli altri dello stesso genere, non è famosissimo, ma per la satira tagliente presente nella storia, vale la pena di leggerlo. Ci troviamo in un periodo storico imprecisato, dove la gente impazzisce per un reality show dal nome controverso: Concentramento, proprio in ricordo della Shoah avvenuta durante la Seconda Guerra mondiale. Per le strade di Parigi, una troupe televisiva carica su camion piombati diversi concorrenti, che vengono poi deportati nel campo dove altri interpretano il ruolo di kapò. La vita di tutti si svolge sotto l’occhio vigile delle telecamere e il momento di massima audience arriva quando i telespettatori decidono l’eliminazione-esecuzione dallo show di un concorrente attraverso il televoto.

Il romanzo che consta di sole 136 pagine (quindi godibile in un pomeriggio), accosta un’aspra critica sociale ad una forma di scrittura scarna e schietta. La situazione è ridotta ad un estremo, ma ciò che vuole fare l’autrice è proprio colpire, spingere a riflettere su quanto ci sia di disgustoso nel mondo dei mass media, dove le sofferenze delle persone vengono strumentalizzate più per diletto che per protesta sociale. Pensate che sia qualcosa di esagerato? Io non credo. Quanti video esistono su YouTube, senza perdersi nell’antro del terribile Deep Web, dove alcune clip diventano virtuali nel momento in cui qualcuno dall’altra parte viene filmato mentre vive situazioni angoscianti: dalla gente picchiata, ad animali torturati. Non tutti quelli che guardano lo fanno per godere delle sofferenze altrui, ma c’è anche la curiosità a spingerle. Sarebbe giusto uguale? Che sia per semplice curiosità, o per appagamento di desideri psicotici, non si fa altro che dar credito a questo sistema malato. Dopotutto, sono le views che interessano, l’audience di un programma…a chi importa la ragione per la quale ti sei collegato a quel canale?

Per non parlare poi del fatto che quando si vede una scena shoccante, la prima cosa che viene in mente è quella di tirare fuori il cellulare e fare un filmato. C’è un tizio che si sta gettando sotto il treno? Facciamo un video. Un povero cagnolino viene torturato? Facciamo un video. Una donna viene violentata? Facciamo un video. Sembra che la gente sia convinta di vivere dentro al mondo di Truman: tutto ciò che accade non è reale, ma ciò che è importante è ottenere audience, la fama. Peccato che appena Truman ha scoperto di essere un oggetto di culto se n’è fregato della gente disagiata che lo venerava e ha deciso di vivere una vita più umana.

Pensate ancora che Concentramento sia tanto lontano dalla nostra realtà? Io no…

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Non si diventa innocenti per il semplice fatto di lavarsi le mani di una situazione.” Acido Solforico, A. Nothomb

Stella, la predatrice

Mi sarebbe piaciuto pubblicare un articolo prima, ma fra compleanni e il raffreddore, il manoscritto che volevo recensire, il massimo che ha fatto, è stato traslare dal comodino della camera alla scrivania. Il titolo di oggi è Stella di Takis Wurger, molto famoso in Germania, ma non conosciutissimo in Italia.

Il romanzo è ambientato nella Seconda Guerra Mondiale ed è ispirato ad una storia vera. Il protagonista è Friedrich, un giovanotto svizzero che ha una madre alcolizzata e un padre sempre assente per le trasferte. Un giorno prende la decisione di partire per la Germania, un po’ per seguire le sue ambizioni artistiche, un po’ per capire se è vero ciò che dice la gente a proposito delle deportazioni. Lì conoscerà Kristin, una ragazza bellissima e sicura di sé, che lo porta in giro nelle sue feste con personaggi altolocati o in club privati nascosti fra i vicoli berlinesi. Quando una mattina si presenta alla sua porta piena di lividi, gli confessa di non aver detto tutta la verità.

Quando il libro uscì in Germania, spaccò letteralmente la critica, ma per quale motivo? Dunque, la storia vera a cui si ispira non è quella di Friedrich, ma di Stella Goldschlag, conosciuta nel 1942 come “Veleno” riferendosi al suo modus operandi. Non ha senso, secondo me, parlare di spoiler quando fatti del genere appartengono alle pagine della cronaca nera del XX secolo.

Come tutti sappiamo, a causa delle ideologie naziste, la situazione era terribile: le persone venivano deportate in massa in un clima di terrore, che spingeva la popolazione a denunciare persino gli stessi congiunti, pur di sfuggirne. Chi procurava nomi, oltre che ricevere un premio in denaro, poteva avere salva la propria vita e per questo motivo non era insolito che fra le spie ci fossero gli stessi Ebrei. E’ proprio qui che ritroviamo la figura controversa di Stella, un’ebrea che aveva dalla sua la tipica bellezza ariana, capelli chiari e occhi cerulei; una donna talentuosa e dal fascino irresistibile che si è servita della propria sensualità per entrare nelle grazie della Gestapo, in cambio della liberazione dei suoi genitori.

Stella conosceva tutti i nascondigli e i luoghi segreti dove si rifugiavano i suoi connazionali. Con fare predatorio era solita guadagnare la fiducia delle sue vittime, per poi denunciarne a frotte, arrivando a far catturare dalle 600 alle 3000 vittime. Nonostante la sua dedizione, i suoi genitori non furono mai liberati e morirono in campo di concentramento. Ciò non bastò a fermarla, poiché proseguì nella sua spietata ricerca senza mai pentirsi a guerra conclusa.

Cosa si racconta, perciò, nel libro? La trama sulla quarta pagina parla di un “amore impossibile” e secondo me l’espressione non è corretta. Si parla di un gioco di seduzione, dove abbiamo da una parte un ragazzo ingenuo che fa Ponzio Pilato una volta scoperta la verità sulle deportazioni (non per merito della sua ricerca eh, perché era troppo occupato a fare il cagnolino), dall’altra una femme fatale che semplicemente si diverte. Una storia che ridicolizza, a parer mio, il terribile contesto storico in cui si trova. Cioè, se fossi una giornalista alla quale è data la possibilità di dare uno sguardo sul periodo storico di mio interesse, l’ultima cosa che mi interesserebbe vedere è la passione amorosa di due tizi che vivono come se il resto del mondo non esistesse più.

E per concludere, vorrei sollevare un interessante quesito basandomi sulla figura di Stella: fino a che punto è lecito spingersi per salvare coloro che amiamo? Voto 2/5.

“Ero un giovane con tanti soldi e un passaporto svizzero, che aveva pensato di poter vivere in questa guerra senza aver nulla a che fare con essa.” Stella, T. Wurger

Chi rode di più: Attilio o gli oggetti dei falò?

Capitano anche a voi quei periodi in cui le letture che scegliete non vi piacciono per niente? Il mio è uno di quelli, purtroppo. Con gli ultimi libri scelti credo di aver fatto un buco nell’acqua e comincio a chiedermi se non sia giunto il momento di fare un passo indietro e fiondarmi per un po’ nei grandi classici. L’ultima delusione ieri sera: tentativo fallito di dar credito ad un romanzo di un autore emergente. Scritto benissimo, ma dalla trama ripetitiva e assurda. Colpa mia che ho comprato l’ebook senza leggermi bene la trama prima o un estratto gratuito. Ma in questo articolo vorrei parlare di un testo facente parte delle opere del famoso giornalista Michele Serra, ovvero Le Cose che Bruciano.

Il protagonista è Attilio Campi, ex politico che decide di ritirarsi a vita privata in campagna a Roccapane, dopo le aspre critiche ricevute a seguito della sua proposta di legge che prevedeva l’introduzione delle uniformi nelle scuole di ogni ordine e grado. Attilio cerca di seguire un percorso tutto suo per raggiungere l’umiltà che non ha mai avuto, lottando con il fantasma del passato del suo acerrimo rivale politico, tale Ettore Mirabolani, e lavorando come bracciante di Severino. Il culmine della sua espiazione, secondo lui, è un falò con tutti gli oggetti ereditati dalla madre e zia Vanda defunte, nonché le scartoffie burocratiche che risalgono ormai a diversi anni addietro.

Dunque, nulla da dire sulla scrittura, a parte qualche parolaccia di troppo che, come ho già detto, non trovo piacevole da leggere. Ma del resto, come stile scorre abbastanza, anche nei momenti in cui vengono descritti i ragionamenti contorti del protagonista. Il problema per me è stata la storia, come per il libro dell’esordiente che vi accennavo sopra: la diversità è che qui è proprio noiosa! Arrivata a metà volevo mollarlo, ma ormai mi ero imposta di finirlo e ho sperato in un colpo di scena, in un qualche stravolgimento della trama. Quando poi finalmente è arrivato, mi è parso messo lì così tanto per rendere il ritmo meno monotono. Voto 2.5/5.

ATTENZIONE: SPOILER NEL PARAGRAFO!! Mi sono stupita nel leggere tante recensioni super positive sul web, ma poi ho ipotizzato che a garantire il successo di un romanzo, tante volte è la fama che precede l’autore. Michele Serra è molto apprezzato come giornalista e lavora nel campo da molti anni, probabilmente questo gioca a suo favore quando in mezzo a diversi romanzi pubblicati, ce ne sono uno o due che non corrispondono alla media. Ma queste sono considerazioni personali. Se devo giudicare solo la storia, posso dire che non mi è piaciuta per niente. Attilio è il classico personaggio antipatico, spocchioso e arrogante. Di fatto rimane un uomo fallito dall’inizio alla fine, ma il suo percorso è volto per lo più a cercare di non ammetterlo a se stesso. Meglio riversare la propria frustrazione sul rivale politico che ha saputo raggiungere il successo, su un Testimone di Geova che ha conosciuto per mezz’ora e se n’è andato senza troppo insistere sulla sua conversione, sulla sorella Lucrezia che ha trovato un modo tutto suo di vivere appieno la vita, sui giovani nipoti che considera viziati e drogati senza averli mai visti. Nonostante il falò mi rimane l’impressione che Attilio non impari niente. Ore di lettura per scoprire che è figlio di un altro uomo, in una confessione buttata lì a casaccio da Lucrezia e che non dà nulla di fatto al resto della storia. Nel finale l’autore lascia intendere che Attilio ha fatto il primo passo verso l’umiltà, conservando il ricordo del predicatore defunto…Convinto lui…

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Il passato che ci imprigiona è solo in piccola misura il nostro. Si tratta del passato degli altri che si traveste, pur di sopravvivere, da nostra memoria.” Le Cose Che Bruciano, M. Serra

Magari domani…non lo leggo!

Avete presente quando trovate lo stand con i mega sconti sui libri, ma ci sono tanti titoli e non sapete quale scegliere? E nello stesso tempo avete fretta perché il marito o i figli all’improvviso si rendono conto di essere studi, perciò iniziano a mettere ansia? Ecco, in queste circostanze si afferrano un paio di libri al volo leggendo velocemente la trama e facendosi catturare dalla copertina. In un’occasione del genere ho preso Magari Domani Resto di Lorenzo Marone.

Luce di Notte è una giovane donna che vive a Napoli, precisamente nei Quartieri Spagnoli, un vulcano sempre in eruzione che sembra avercela con il modo intero, forse un po’ perché ha una famiglia disastrata e un po’ perché nonostante sia un avvocato laureato a pieni voti, il massimo che ottiene come lavoro è di smistare scartoffie. Un giorno le viene affidata la causa per l’affidamento di un minore che forse, si rivelerà l’occasione per sciogliere i nodi del suo passato e fare un po’ d’ordine nella propria vita.

Diciamo che ho scoperto l’autore attraverso questo romanzo e purtroppo ho toppato alla grande, dato che non è nemmeno il più riuscito. E menomale, dico io! Perché nonostante il web pulluli di elogi per la storia di Luce, io l’ho trovata così noiosa che ho fatto davvero fatica a finire di leggerla. Prima di tutto partiamo dalla scrittura, appesantita da parecchie frasi dialettali, presentate anche quando non servono, e riflessioni filosofiche sulla vita degne dei Baci perugina. Per non parlare della volgarità della protagonista, perché una tosta dice una parolaccia ogni tre e attacca la gente prima ancora di capire il significato di ciò che le viene detto. A tutto questo si aggiunge la fiera delle banalità con tutti gli stereotipi che vi vengono in mente su Napoli e una protagonista che in quanto amore ispira ben poco. Voto 2/5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Insomma io a questa Luce non riesco proprio a farmela piacere, una donna che vuole fare la dura a tutti i costi, ma diventa solo cafona e alla fine si scopre che anche lei ha un cuore grande accussì. Diciamo che è piacevole l’evoluzione del personaggio che alla fine impara ad apprezzare ciò che la vita ha da darle, senza cercare continuamente un capro espiatorio su cui scaricare le proprie frustrazioni. Buona anche la descrizione della città in sé perché ti coinvolge in quei quartieri che profumano di fritto (esatto, per me è un profumo!) e di mare. Per il resto, come accennato prima, irritante la continua ricerca di trarre perle di saggezza da ogni dialogo, fra l’altro alcune illogiche e di una banalità sconcertante. Ognuno è saggio sulla vita altrui, ma son tutti falliti, mistero! I personaggi surreali non aiutano in questa epopea di dialoghi impossibili, a metà fra il terra- terra e l’università della vita: non c’è né uno che esce fuori dalla figura che rappresenta, come la madre bigotta, il fratello scapestrato, gli anziani sempre saggi e buoni, la bella ignorante, un bambino prodigio…Il finale conserva questa coerenza: happy ending inverosimile ed affrettato, con un boss mafioso che diventa bravo perché restituisce il figlio alla madre e una famiglia “speciale” che festeggia non si sa cosa alla “vissero tutti felici e contenti”.

Questa volta mi è andata male con Marone, ma sarei curiosa di leggere il suo romanzo di esordio La Tentazione di Essere Felici, apprezzato molto di più di questo.

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Che buffa la vita, ti impegni con tutta te stessa a sembrare diversa da tua madre, anno dopo anno, e poi, ad un certo punto, una mattina qualsiasi, ti guardi allo specchio e rivedi il suo volto, le sue stesse rughe e gli stessi occhi stanchi.” Magari Domani Resto, L.Marone

3096 giorni: prigionia ancora avvolta nel mistero

A mio parere, le letture che più colpiscono le persone sono quelle che riguardano racconti in prima persona dell’autore stesso. Si dice spesso che solo chi ha indossato gli stessi panni, può capire davvero cosa provi o abbia provato una determinata persona e sinceramente, penso che la maggior parte delle volte sia davvero così.

La storia di cui parlo è di Natascha Kampusch che il 2 marzo del 1998 diventa protagonista di una terribile vicenda che si è protratta per troppi anni, esattamente 3096 Giorni. Natascha ha solo 10 anni, è una bambina introversa che si sente un po’ trascurata e per questo si ritrova spesso a riempirsi di cibo, come fosse una consolazione. Un giorno, mentre si sta recando a scuola a piedi, vede per strada un uomo che la squadra dalla testa ai piedi con aria nervosa, accanto ad un furgoncino bianco. Dentro di lei sente il forte presentimento che forse è meglio cambiare strada, ma Natascha è decisa a non farsi prendere dalla paura, perciò cammina spedita nella sua direzione. Non appena gli passa accanto, viene subito afferrata e chiusa nel minivan. Nonostante le assidue ricerche, la bambina non si trova, costringendola a passare anni di inferno con Wolfgang Priklopil, un criminale pedofilo. Solo 8 anni e mezzo dopo, approfittando di un momento di distrazione del suo aguzzino, Natascha riuscirà a scappare dal cancelletto aperto della sua abitazione.

Questo è stato uno dei libri che più mi ha segnata. Sarà perché si tratta di una storia vera, sarà per la stima nei confronti di una donna che ha avuto un coraggio e una determinazione sorprendenti, per riuscire a scappare da un tale incubo. Natascha racconta con dettagli la sua prigionia, descrivendo le torture fisiche e psicologiche alle quali era sottoposta, per far sì che venisse annientata anche da dentro e non avesse il coraggio di scappare, nonostante ne avesse già avuto l’occasione altre volte. Si sofferma anche sulle indagini da parte della polizia, che fin dall’inizio hanno fatto acqua senza portare ad una soluzione. Si chiede, per esempio, perché nessuno abbia voluto perquisire la casa di Wolfgang nonostante, dato il furgone bianco parcheggiato fuori casa, corrispondesse alla descrizione del sospettato? Alcuni misteri sono rimasti irrisolti anche dopo il suicidio dello stesso aguzzino, che non ha accettato l’idea della sua fuga e il probabile successivo arresto, come il coinvolgimento o meno di altri complici o il motivo per cui abbia scelto proprio lei.

Come dichiara la stessa protagonista, più volte è stata accusata di aver sviluppato la Sindrome di Stoccolma a causa del legame che si era instaurato con il suo rapitore e per come l’ha descritto, ma lei smentisce giustificandosi con il fatto che per ben 8 anni e mezzo lui ha costituito l’unico individuo con il quale poteva avere rapporti sociali. Wolfgang aveva torturato a tal punto la sua anima, da aver fatto in modo di creare con lei un legame malato e strettamente dipendente, tanto che la stessa Natascha ad un certo punto dirà: “Solo uno di noi può sopravvivere“. E così è stato.

Con grande forza d’animo, Natasha ha ripreso in mano la sua vita, nonostante le conseguenze del trauma, trovando il coraggio di raccontare la sua orribile esperienza non solo attraverso questo libro, ma anche sul grande schermo con un film uscito nelle sale tedesche e austriache nel 2013. Circa 4 anni fa pubblica un secondo manoscritto intitolato “Jahre Freiheit“. Stando alle ultime notizie, pare che la giovane donna abbia deciso di vivere nella stessa villa dove ha trascorso la sua prigionia, passata a lei insieme a tutti i beni di Priklopil dopo l’udienza del giudice. Di questa storia, nonostante la preziosa testimonianza, rimarranno ancora troppi misteri…

Grazie per la lettura 🙂

Julia Volta

Fellside: thriller paranormale

Buonasera! Termino il mese di aprile parlando di un thriller che sfocia nel paranormale. Esatto, niente risoluzione di enigmi con ragioni mediche o scientifiche, ma pura fantascienza soprattutto per chi non crede nell’esistenza dei fantasmi. Sto parlando di Fellside: La Prigioniera di M.R.Carey.

La trama è la seguente. Jess Moulson, una tossicodipendente, viene accusata di omicidio colposo ai danni di Alex Beech, un bambino di 10 anni con il quale aveva stretto amicizia negli ultimi tempi, morto da solo nel suo letto, dopo aver inalato il fumo tossico proveniente dall’incendio nell’appartamento della protagonista. L’aggravante è la testimonianza del compagno John Street, uscito dalla situazione con delle ustioni di secondo e terzo grado alle mani, che la accusa di aver appiccato apposta l’incendio per ucciderlo. Durante il processo, il senso di colpa di Jess la spinge ad accettare la condanna senza opporre resistenza e, successivamente, a tentare il suicidio morendo di inedia. Certi della sua imminente morte, si decide per il suo trasferimento presso la prigione femminile di Fellside, della quale una parte sotto il controllo di una certa Grace, che gestisce, con la complicità della guardia Devlin, il traffico della droga. Grace ha due guardaspalle, Lizzie e Big Carol, con le quali è meglio non avere a che fare. Ma c’è di più: con il favore delle tenebre a Jess appare il fantasma del bambino morto nell’incendio. Le dice che ha bisogno del suo aiuto e che non accetterà un no come risposta…

Diciamo che le premesse, per quanto fossero leggermente inquietanti, le ho trovate originali, forse perché non ho letto molti thriller, a maggior ragione paranormali. Il fatto che Jess veda e dialoghi con un fantasma, non dà un tono horror alla storia perché fra i due si sviluppa un tenero rapporto di amicizia e complicità. Ciò che fa più paura è tutto l’ambiente che fa da contorno, con i soliti cliché di tutti le storie ambientate nel carcere, dove non è possibile guardare storto senza essere picchiati selvaggiamente. La lettura risulta scorrevole a tratti, con alcuni episodi che ho considerato inutili. Ciò che più mi ha disturbato è il linguaggio: personalmente l’ho trovato troppo volgare, anche perché non amo i libri pieni di parolacce. Sì okay, ci troviamo in una prigione e vogliamo calarci nella parte, ma manco Dante è arrivato a tanto e parlava dell’Inferno! Voto 3/5.

ATTENZIONE: SPOILER NEL PARAGRAFO!!!! Entrando nel merito della storia, per gran parte si focalizza sul rapporto fra Jess e Alex che fanno amicizia e il bambino diventa il suo centro del mondo. La protagonista ha letteralmente la testa fra le nuvole, sempre concentrata a proteggere qualcuno che praticamente avrebbe già ucciso; e qui, scatta il primo controsenso che dà vita ad una serie di situazioni che fanno passare Jess per una stordita patentata. Ovvero, mancanza di furbizia, evasione dal proprio corpo per vagare nell’Altro Posto proprio quando la sua stessa vita si trova in pericolo, tendenza a cacciarsi nei guai senza dar peso alle conseguenze, ecc…Verso la fine, si rende conto che per tutto quel tempo quel ragazzino era Naz, l’amante defunta di Lizzie. Senz’altro un bel colpo di scena, ma non mi ha molto convinta, forse perché tutta la questione riguardante l’Altro Mondo, l’autore non l’ha descritta in maniera molto chiara, fantasma compreso. Quindi non mi è sembrato molto palese il motivo per il quale lei non avesse capito prima chi fosse: se si trattava di una proiezione del suo senso di colpa, come mai le altre lo vedevano nella medesima forma nei propri sogni? Insomma, tutti gli episodi e le descrizioni che hanno avuto luogo in questa specie di “mondo di mezzo”, le ho trovate confusionarie e incomprensibili. Facevo veramente fatica ad immaginarmi la scena! Per concludere, aggiungo un piccolo accenno per quanto riguarda i personaggi in generale: numerosi all’inizio, presentati in successione con nomi, cognomi, soprannomi, nomignoli e quant’altro che creano solo caos. La maggioranza fa parte dei soliti cliché degni di un qualunque film ambientato in carcere, mentre altri finiscono nel dimenticatoio.

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Ma i dubbi la assalivano solo quando Alex non era con lei. Quando invece c’era, nient’altro aveva importanza. Fellside era l’illusione, e Alex la realtà, il suo centro. E che motivo c’era di preoccuparsi della purezza delle motivazioni che la spingevano? In fin dei conti, non c’era mai stato nulla di puro in lei.” Fellside: La Prigioniera, M.R.Carey

Vaccini al microscopio elettronico

E’ da circa un mese che non pubblico un articolo e devo dire che un po’ mi dispiace. A causa di diversi impegni, ho dovuto sacrificare un po’ del tempo dedicato alle mie passioni, come la lettura. Ultimamente mi sono interessata a un volume che tenevo in libreria da un bel po’, una lettura che definisco “attenta”, perché non tratta di un romanzo, ma contiene argomenti di carattere scientifico.

Il libro si intitola “Vaccini Sì o No?“, scritto da Stefano Montanari e Antonietta M. Gatti, rispettivamente laureato in Farmacia e ricercatrice, nonché marito e moglie che collaborano insieme ormai dal 1979. Prima di tutto, perché proprio questo libro? Da quando hanno inserito nelle scuole l’obbligo di vaccinarsi per poterle frequentare si è alzato un polverone che ha spaccato la popolazione a metà: chi accoglie con piacere questa presa di posizione da parte dello Stato e chi grida al complotto, accusando Big Pharma di voler guadagnare sulla salute dei cittadini. In tutto questo, quello che cerco io, come in quasi tutti gli argomenti che fanno largamente discutere, è di analizzare dati e opinioni da entrambe le parti, con relative fonti, per poterne trarre delle conclusioni. Ebbene, quando ho trovato questo libricino ho pensato “Beh, un’analisi al microscopio non può non essere super partes! I dati parlano chiaro!”. Mmmh….diciamo ni.

Ho apprezzato la volontà degli autori di fare qualcosa di innovativo, ovvero prendere 28 vaccini fra quelli messi in commercio, analizzarli al microscopio elettronico e rilevare la presenza di eventuali particelle estranee non specificate nei bugiardini. SPOILER: tutti i vaccini esaminati, esclusi quelli dei gatti, contengono tracce di metalli quali ferro, alluminio, nichel, ecc…nonché altre sostanze, la cui presenza è altrettanto inspiegabile, come zolfo, cloro, calcio…

Tutto il manoscritto è scritto in maniera semplice, scorrevole e per certi versi, si possono ricavare ed estrapolare delle teorie interessanti. Per esempio, gli autori fanno notare, riprendendo dalle banche dati immagini statistiche a prova di quanto affermano, che in molti casi la diminuzione della mortalità infantile era iniziata già prima dell’introduzione di alcuni vaccini su larga scala, come quello per la pertosse e il tetano. Quindi si pongono la domanda: la scomparsa della malattia è avvenuta grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie oppure per la presenza del vaccino? Senza contare che attraverso le loro ricerche cercano, in qualche modo, di spostare l’attenzione sulla Nanopatologia, ovvero la scienza che studia le malattie indotte dalle microparticelle di una sostanza che, visto quanto riportato dai risultati sull’osservazione al microscopio dei 28 vaccini, risulta quantomeno degna di essere presa in considerazione.

Tuttavia, nel complesso sono rimasta comunque delusa per diverse ragioni. Prima di tutto, con grande dispiacere, ho trovato una presa di posizione netta, invece che una sorta di neutralità decantata fin dal titolo stesso, fra l’altro portata avanti attraverso credenze che, a mio avviso, mi sembrano un po’ luoghi comuni. Si dice, per esempio, che le persone si recano in Pronto Soccorso accettando qualunque diagnosi gli venga rifilata dal medico senza porsi delle domande. A dirla tutta, mai come ora il parere del medico è forse l’unico fra i professionisti che più viene messo in discussione, soprattutto fra persone che pensano di avere lo stesso livello di cultura dopo aver letto qualche articolo su internet, fra l’altro prendendo fonti di dubbia provenienza. Gli autori accusano anche di disonestà il sistema che sottende la somministrazione dei vaccini: non viene detto al paziente che immunizza solo per alcuni ceppi e nemmeno al 100%, oltre al fatto che la protezione, ammesso che ci sia, sarebbe solo temporanea. Le persone non possono fare domande, altrimenti vengono aggredite. Non so chi abbiano conosciuto lor signori, probabilmente medici che di per sé erano persone poco educate, ma vi posso garantire che persino nei corsi di aggiornamento per infermieri viene ribadito quanto il dialogo con il paziente, ricco di spiegazioni e sempre disponibile per chiarire eventuali dubbi, sia fondamentale. Inoltre, i bugiardini di tutti i vaccini, nonché l’intero elenco di quelli in commercio, possono essere visionati su internet attraverso il portale del Sistema Sanitario Nazionale. Non ho trovato traccia di dati positivi riguardo l’introduzione di vaccini, ma solamente critiche e perplessità. Anzi, esistono studi che affermano la loro utilità, ma è tutto vanificato dal capitolo finale che sostiene, citando diversi scienziati, che almeno la metà di quanto pubblicato nelle banche dati, siano studi con risultati falsificati ad hoc.

Quindi, ricapitolando: la Medicina non è una scienza; da scienziati è importante mantenersi rigorosamente neutrali, analizzando solo i dati sperimentali, ma gli unici considerati validi sono quelli di Montanari e Gatti e tutti quelli a sostegno dei no-vax, perché per gli altri ci lasciamo il beneficio del dubbio (ricordiamoci dei risultati falsificati apposta dalle grandi imprese farmaceutiche); la specializzazione, nonché l’approfondita preparazione dei medici contemporanei rispetto a quella di almeno 40 anni fa, risulta deleteria ai fini dell’elaborazione di una diagnosi; l’autismo può essere diagnosticato da chiunque; è inutile somministrare vaccini a bambini del Terzo Mondo immunodepressi a causa della malnutrizione (ma non sarebbe peggio per loro il dover affrontare la malattia stessa?); non sappiamo se la presenza di queste nanoparticelle dentro ai vaccini possano causare dei danni agli organi, però vogliamo comunque mettere la pulce nell’orecchio; le nostri fonti risalgono a studi anche di 30 anni fa…ecc..

Mi sarebbe piaciuto un maggior approfondimento sui campioni raccolti: provenienza, numero di lotto, maggior spiegazione dei risultati. Cosa provoca sicuramente la presenza di queste particelle nel nostro organismo? Inoltre, trovare anche qualcosa di positivo scaturito dalla presenza dei vaccini, avrebbe reso davvero neutrale la loro posizione permettendo al lettore di analizzare davvero pro e contro della questione. Valutazione? 2.5/5.

Vi ringrazio per la lettura dell’articolo, vi auguro una buona lettura del libro, che comunque consiglio per quanto ho trovato di interessante… 🙂

“E’ un dato di fatto che l’introduzione di un determinato vaccino possa coincidere con l’aumento di casi di altre malattie o anche della malattia stessa.” Vaccini Sì o No, S. Montanari e A. M. Gatti