Blossom Street vol. 2: un po’ delusa

Dopo circa due mesi, rieccomi con il secondo volume di una saga leggera, che intreccia vicende dei personaggi con la trama della maglia. Esatto, sto parlando di Blossom Street di Debbie Macomber. Il secondo volume di cui vi parlo oggi si intitola Diritto e Rovescio.

Prima di tutto vorrei specificare un paio di cose: 1. Ho notato che ogni volume può essere letto senza necessariamente seguire l’ordine cronologico; certo, la protagonista è sempre la stessa e il racconto della sua vita parte da dove era rimasto il libro precedente. Ma sovente l’autrice riassume le vicende pregresse e, inoltre, la nuova storia si incentra intorno a nuovi personaggi che frequentano il negozio. 2. La lettura e recensione di questa saga è un progetto che sto conseguendo in collaborazione con il negozio Filati Romance, con il quale collaboro da più di un anno e mezzo. Se oltre a leggere, vi piace anche sferruzzare, vi consiglio di farvi un giro perché oltre a vendere fantastici gomitoli, è sempre pieno di nuove iniziative coinvolgenti!

Detto ciò, iniziamo a presentare la trama. Come già accennato, la protagonista è sempre Lydia, proprietaria del negozio di lane L’Intreccio che attualmente gestisce con la sorella Margaret (se vi siete persi il volume 1, vi lascio il link per recuperare la mia recensione 🙂 Il Negozio di Blossom Street ). Ad uno dei tanti corsi di maglia che organizza, si presentano tre donne diversissime: Courtney, adolescente infelice per aver perso da poco la madre e con un padre impegnato in Sudamerica per lavoro, si ritrova a vivere temporaneamente dalla nonna Vera; Bethanne, super insicura, fresca di divorzio e con due adolescenti da gestire da sola, senza soldi e senza un’idea su come tirare avanti in autonomia; Elise, bibliotecaria in pensione, costretta a vivere con la figlia dopo aver perso i soldi a causa di un’impresa edilizia truffaldina. Come sempre, seguiamo le loro vicende alternando i diversi punti di vista che, in qualche modo, rendono dinamica la narrazione cercando di non stancare troppo il lettore. Le protagoniste crescono, cambiano, fanno amicizie e prendono letteralmente in mano la propria vita per stravolgerla. Ciò che le unisce è proprio la maglia, con la quale intrecciano non solo i fili, ma anche solidi legami di amicizia.

Dunque, per chi ha letto la precedente recensione, si sarà reso conto che la modalità di narrazione non è molto cambiata, anche se qui a volte mi è sembrata un po’ troppo ripetitiva. Sarà che avevo già letto il primo volume e il background di Lydia, ormai, lo sapevo a memoria. Tuttavia, ho notato che anche con gli altri personaggi i concetti sono stati ripetuti fino all’esasperazione, perciò a parer mio, qui la storia è narrata in maniera poco avvincente. Per non parlare del fatto che Carol, considerata grandissima amica del primo volume, qui quasi sparisce del tutto con la scusa che ha un bambino piccolo. Nessuno la coinvolge più praticamente, dato che è diventata madre. Ad un certo punto, poi, ho cominciato a storcere il naso anche riguardo a determinati eventi. Cerco di essere breve nella spiegazione.

ATTENZIONE SPOILER NEL PARAGRAFO! Prima di tutto, il personaggio di Bethanne è veramente irritante, oserei dire patetica. Proprio per questo, ho apprezzato tantissimo la sua evoluzione nella parte finale, anche se ancora non ho capito il motivo per il quale abbia respinto Paul: non devono dipendere l’uno dall’altra, ma “trovati una donna che sia il tuo tutto”. Ah okay, chiaro. Per quanto riguarda Elise, più che una donna di una certa età con la sua relativa maturità, mi sembra un’altra adolescente con occhi a cuoricino. A dir poco surreale la tresca fra lei e Maverick, rimasto scapolo decenni perché ancora innamorato di lei. Molto realistico…Fra l’altro, proprio con Maverick si minimizza una questione molto grave, ovvero il vizio del gioco, che ha portato intere famiglie in rovina. Qui non si capisce da che parte si schieri l’autrice: lui sembra che abbia distrutto il matrimonio proprio perché si giocava qualsiasi cosa, ma decenni dopo, quando va dalla figlia, è considerato un giocatore professionista, quindi in realtà non ci sarebbe niente di male. Tutto è giustificato perché sta morendo. Ragazzi, il vizio del gioco è una malattia e non si guarisce perché ci amiamo tanto tanto e l’amore guarisce ogni cosa, pucci pucci. Oltretutto, nessuno si rende conto che si ricorda di essere innamorato della moglie solo quando scopre di dover morire. Ciliegina sulla torta, diventa Babbo Natale e regala soldi a destra e a manca. Inoltre, vorrei spendere due parole su Courtney, che secondo me trasmette un messaggio sbagliato: quando dimagrisce (a dei ritmi così frettolosi che sembra sia diventata una malattia, ma va beh siccome è bella nessuno se ne accorge), giustamente si rende conto che non le basta per essere felice. Però, c’è un grosso però, non si perde occasione per sottolineare quanto il suo problema iniziale fosse il sovrappeso. Dunque??!? Concludo dicendo che, come nel volume precedente, gli uomini o sono tutti assolutamente perfetti, o dei falliti. Vie di mezzo non ne conosce Debbie…

Spero che con il terzo volume ci sia una svolta positiva…Intanto, voto 2.5/5.

Julia Volta

“Stava rileggendo Emma di Jane Austen, cosa che faceva più o meno ogni decennio. C’era libri così: i veri classici a cui tornava con piacere più e più volte. La Austen, le sorelle Bronte, Flaubert e la sua preferita, George Eliot. Questi scrittori descrivevano la vita e le emozioni delle donne in modi ancora attuali oltre un secolo dopo.” Diritto e Rovescio, D. Macomber

Omicidio in un borgo sperduto

Penso che il miglior modo per scovare delle esclusive letterarie, sia cercare proprio tra le file dei numerosi romanzi di autori esordienti. Certo, non sempre questa caccia al tesoro porta a dei risultati sperati, costringendo ad abbandonare senza nemmeno finire l’estratto (eh già, mi è successo anche questo…), ma a volte si può scovare una lettura piacevole.

Il romanzo di cui vi parlo oggi è di Marco Fedele, classe 1968, laureato in chimica, che attualmente vive e lavora a Milano. Ho scoperto dei suoi libri, proprio perché gentilmente è stato lui stesso a consigliarmeli. Nonostante non sia una grande amante dei gialli, ho comunque voluto spulciare le trame dei titoli. Fra questi, ho scelto di leggere Il Bar. Di cosa parla? Il libro si divide in tre parti, apparentemente sconnesse fra loro. Ciò che intriga è scoprire il legame tra la ‘ndrangheta milanese e l’omicidio della cameriera Suzana Obradovic, trasferitasi da poco nel borgo sperduto di Fainazza, in provincia di Gorizia. Ad indagare sulla vicenda, c’è il commissario Fabbri che solo dalla descrizione fornita dall’autore, lo prendi in simpatia come fosse una macchietta. In maniera del tutto insolita, decide di interrogare i sospettati del paese (quattro gatti abitanti del borgo), chiudendoli nell’unico bar del posto, dove per altro è stato commesso il delitto.

Devo ammettere che quando ho iniziato il romanzo, la presenza di numerosi nomi e soprannomi mi ha messa in crisi costringendomi a prendere carta e penna per segnarmeli tutti. Il peggio arriva durante gli scontri a fuoco che coinvolgono più persone, perché fra appellativi vari, si fa fatica ad avere un quadro ben chiaro di chi stia facendo cosa. Figurarsi che ho scoperto dopo diverse pagine della morte di qualcuno. Ma questo può tranquillamente essere dovuto alla mia pessima memoria…

A parte questo piccolo intoppo, lo stile di scrittura l’ho trovato piacevole e scorrevole: scritto bene, senza inutili pesantezze. La storia si fa via via sempre più interessante e le ultime pagine volano letteralmente, anche perché mi è piaciuto di più dalla seconda parte. I personaggi sono ben caratterizzati, soprattutto quelli del borgo di Fainazza che parlano un po’ in dialetto un po’ in italiano (non vi preoccupate, perché ci sono note a piè pagina :P), mischiando l’ansia dello svelamento del mistero, al sorriso suscitato dalle congetture dei compaesani che iniziano ad accusarsi a vicenda. Insomma una lettura consigliata sicuramente.

Per chi fosse interessato, il romanzo è attualmente disponibile su Kindle, dove per altro è possibile scaricarne l’estratto.

Voto 3.5/5.

Julia Volta

“Se la mafia ha avuto così successo da queste parti, è perché la gente o ha preferito guardare altrove o ha scelto di accondiscendere i criminali.” Il Bar, M. Fedele

Per chi ama leggere e sferruzzare: lettura leggera

Nei gruppi di lettura ultimamente si è scatenato un acceso dibattito per quanto riguarda le cosiddette “letture leggere“. Per alcuni si tratta di libri con storie scontante, pieni di cliché, trame trite e ritrite, la cui lettura comunque ci permette di passare un pomeriggio senza troppi cavigli per la testa. Per altri, è definibile come “leggero” un romanzo piacevole, intrigante, appassionante, possibilmente appartenente ad autori celebri e acclamati dalla letteratura. Per quanto mi riguarda, la mia opinione sta nel mezzo. Ho trovato leggeri alcuni autori classici, che mi hanno portata al finale fin troppo velocemente, così come ho letto bestseller prolissi e impegnativi.

Ma dopo tutta sta manfrina sulle letture leggere, vi introduco il libro di cui vi voglio parlare: il Negozio di Blossom Street di Debbie Macomber. La trama intreccia le vicende di quattro donne diversissime fra loro: Lydia, giovane sopravvissuta al cancro, che decide di aprire un negozio di filati e organizzare un corso base di maglia al quale partecipano le altre tre protagoniste; Alix, una ventenne ribelle in libertà vigilata, che si iscrive per impiegare le ore di servizio pubblico imposte dal giudice; Jacqueline, borghese di mezza età, sta per diventare nonna, ma non sopporta che il figlio si sia sposato con una campagnola; Carol, dolce giovane donna, ossessionata dal desiderio di avere un bambino che tarda ad arrivare.

Si tratta del primo di una serie di sei volumi appartenenti alla saga di Blossom Street, che ruota tutta intorno al negozio di filati di Lydia. Sono stata spinta alla lettura principalmente per una collaborazione con il negozio di gomitoli per cui lavoro, Filati Romance, e devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa, perché tutto sommato mi ha tenuta incollata alle pagine fino alla fine senza troppi problemi. Sarà anche stato per la modalità di scrittura, che scorre veloce, non si perde in inutili descrizioni e risulta poco impegnativa. Alla fine del romanzo è anche presente una chicca che fa sicuramente piacere alle amanti del mestiere.

Per quanto riguarda gli aspetti negativi, non posso non parlare dei luoghi comuni che a volte compaiono, manco stessimo parlando dell’universo della Mulino Bianco: mariti perfetti, sempre comprensivi, donne dolcissime, anche nel profondo del cuore (l’unica che ce l’aveva col mondo intero, pare debba essere ricoverata), bambini bellissimi e amabili. Insomma, se avete bisogno di qualcosa che vi trasmetta positività, della serie “ogni cosa è possibile” anche in maniera del tutto surreale, allora è il libro giusto.

Voto 3/5

Julia Volta

“Dovevo cercare la mia felicità e smetterla di aspettare che lei trovasse me.” Il Negozio di Blossom Street, D. Macomber

Sam, l’adolescente “normale”

Ogni tanto capita, mentre siamo presi dal lavoro o faccende domestiche, che torni alla nostra memoria un libro letto parecchi anni prima, come un flash improvviso. A me è successo proprio oggi e così mi è venuto in mente di parlarvene.

Ero al secondo anno di liceo, quando la nostra prof. ci aveva assegnato un paio di titoli da scegliere, per leggerli e poi farne il riassunto o la scheda (ora non ricordo bene). Probabilmente la mia amica I. che ogni tanto dà una sbirciata al mio blog, si ricorderà meglio di me. Comunque, i libri in questione erano: Un Ragazzo e Tutto per una Ragazza, entrambi di Nick Hornby. Del primo vidi il film diretto dai f.lli Weitz quando ero una bambina e ci misi anni a collegare le due trame: 1. perché il libro non l’avevo mai letto e 2. si intitolava About a Boy. Sì, lo so, vogliono dire la stessa cosa. Non ero molto sveglia, eh…E mi sono sentita pure un genio quando finalmente ho capito che la trama era uguale per entrambi!

Insomma, scelsi il secondo. Sam è un sedicenne molto immaturo che vive in una famiglia sgangherata: i suoi sono separati, ma il padre non paga gli alimenti e la giovanissima madre dall’aspetto avvenente fa cadere la mascella anche agli amici del figlio. Sam ha una grande passione: lo skateboard e il suo idolo è Tony Hawk, perciò tutto quello che non c’entra con queste due cose, fatica a comprenderlo. Quando conosce la coetanea Alicia, si innamora perdutamente nell’arco di un battito di ciglia e, dopo pomeriggi romantici passati in cameretta, quando ormai il rapporto si stava già rompendo, lei scopre di essere incinta.

Sicuramente non il più riuscito fra i suoi romanzi, chissà perché. Qui i problemi di un adolescente incasinato si dispiegano in una trama a tratti surreale nel vero senso del termine, ma non dico altro per non togliervi il piacere di conoscere di persona il giovane protagonista. Per carità, non credo che questo romanzo abbia chissà che pretese. Dal web si dice che Hornby abbia voluto rappresentare un sedicenne diverso dallo stereotipato ribelle o estremamente maturo, descrivendolo come “normale”. Ah però Nick, che grande stima nei confronti dei giovani! Il romanzo non l’avevo molto compreso a quei tempi e pure adesso non saprei dare maggiore significato, soprattutto per in finale che secondo me è inconcludente. Se sono riuscita a finirlo è perché bene o male scorre, oppure speri che Sam prima o poi maturi qualcosa. O magari era solo per obbligo nei confronti della mia prof. che assegnava spesso e volentieri titoli di dubbio gusto.

La personalità di questo ragazzo, che all’inizio mi strappava qualche sorriso, ad un certo punto ha iniziato ad irritarmi. Non solo per il fatto che non ha imparato niente dagli errori degli altri, trovandosi a commettere lo stesso identico pasticcio dei suoi genitori, ma il suo modo di fare che sembra sempre fuori posto in qualunque situazione, della serie “ma che ci faccio qui?”, ti fa venir voglia di tirargli il classico ceffone per risvegliarlo dal coma di stupidità nella quale è intrappolato. Manco i super poteri di Hawk gna’ fanno… E’ proprio Sam che è così tonto. Ma poi per carità, che nome orribile Rufus, abbreviato Ufo!

Sicuramente avrò scelto il titolo sbagliato…Voto 2.5/5

“Ci sono molte differenze tra un figlio e un iPod. Una delle più grosse è che di solito non ti aggrediscono per portarti via tuo figlio.” Tutto per una Ragazza, N. Hornby

Il paradosso di Nihil

Il motivo per cui ho deciso di aprire questo blog, è proprio per parlare soprattutto di libri sfuggiti alla vista della maggior parte delle persone, e per questo i più indicati per tale proposito sono proprio i romanzi d’esordio di autori sconosciuti. In questo articolo vi voglio parlare di Niente di nuovo sotto il sole di Paolo Gullì.

Paolo è nato nel 1987, fa l’infermiere, è fotografo e ama strimpellare con la chitarra. Il suo primo breve romanzo racconta di Nihil, un ragazzo che conduce una vita mediocre come tanti: lavoro monotono, appartamento spoglio, perenne senso di insoddisfazione. Un giorno, però, dopo una serie di avvenimenti inquietanti, è costretto a scoprire una verità a dir poco scioccante.

Frequentando gruppi di lettori online, leggo spesso pareri piuttosto negativi nei confronti di autori emergenti, giudicati a prescindere e inseriti all’interno di uno stesso calderone dove navigano da tempo anche persone che poco si distinguono dagli analfabeti. Ma io direi che in questo caso si tratta di una piacevole scoperta, poiché il romanzo, che ha uno stile ironico e volutamente politically uncorrect, scorre veloce pagina dopo pagina senza tediare il lettore. La storia, seppur corta rispetto alla media, non risulta banale e anzi, si ha come l’impressione che si estenda all’infinito, come le rette rappresentate su un piano geometrico che vedi un istante mentre spariscono, non solo attraverso le profonde riflessioni che ne suscita, ma anche utilizzando in maniera singolare le stesse pagine che paiono prendere vita. Non mancano riferimenti a personaggi celebri come Pirandello o Nietzsche che complicano il quadro e rendono il tutto più surreale. Voto 3.5/5.

Per la prima volta mi devo soffermare sul lavoro svolto dalla casa editrice, che al contrario trovo a dir poco vergognoso. Far pagare un libro sconosciuto al pari di un bestseller con almeno il triplo delle pagine, significa che quando mi arriva deve essere impeccabile. Invece mi ritrovo errori di stampa (angolo tagliato male, codice ISBN visibile per metà) e numerosi refusi nel testo che rendono la lettura pesante e poco godibile. Sembra che il correttore di bozze sia andato in ferie in questo testo. Peccato perché questo genere di cose non rendono giustizia ad autori che sacrificano molto del loro tempo per mettere su carta una storia originale, come in questo caso…

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Dopotutto, le parole raramente sono attendibili perché, se ne viene espressa una, in realtà molte di più in quel momento vengono pensate; l’unica che viene pronunciata non è sufficiente per definire nel mondo scibile ciò che viene inteso, ma le altre non dette evadono comunque, di forza, attraversando e deformando il nostro viso.” Niente di nuovo sotto il sole, P. Gullì

Lettura leggera con un pizzico di gnorri

Dopo qualche libro impegnativo, leggere qualcosa che abbia poche pretese, penso che sia la cosa migliore. Perciò non potevo fare altro che tornare dalle mie amatissime storie sul tè in tutte le salse! Questa volta ho preso un volume che stuzzicava un po’ la curiosità a giudicare dal titolo: La Sorella Perduta di Dinah Jefferies, la stessa autrice de Il Profumo delle foglie tè. Non lo sapevo, ma a quanto pare ne ha scritti almeno 7 appartenenti allo stesso ciclo letterario.

Comunque, passiamo alla trama. Siamo negli anni ’30 del secolo scorso, Belle Hatton è una giovanissima cantante che si trasferisce in Birmania dopo aver accettato di lavorare nel lussuoso hotel Strand. La meta non è stata scelta a caso: difatti, appena dopo la morte del padre, ha scoperto che venticinque anni prima i genitori erano fuggiti proprio da Rangoon, dopo aver perso la loro bambina Elvira. Belle desidera scoprire cosa sia successo realmente alla sorella che non sapeva di avere, ma quando inizia a fare domande, la vicenda sembra avvolta nel mistero. In tutto ciò conosce Oliver, un giornalista americano, che decide di aiutarla. Ma qualcuno la avverte di non fidarsi di lui…

Devo ammettere che le promesse le ho trovate accattivanti: il mistero che avvolge la scomparsa di una neonata di tre settimane e la gente del posto che sembra abbia paura a parlarne. Nel romanzo si alterna il narratore in prima persona di Diana Hatton, la madre della protagonista, e la storia principale di Belle. Il ritmo è scorrevole anche se si arresta in alcuni punti, ma dura poco. Tutto sommato non è stato così terribile, anche se ho trovato un enorme scivolone da parte dell’autrice che mi ha fatto storcere parecchio il naso. Il finale è scontato e prevedibile. Voto 3/5

ATTENZIONE SPOILER!! Ad un certo punto della storia si apprende che Diana ha sofferto di una forte depressione, risalente alla gravidanza della prima figlia, quando viene a scoprire del tradimento del marito. Da lì c’è stata una lenta discesa verso il baratro che l’ha portata ad un allontanamento coatto da casa sua, facendo perdere ogni sua traccia. Già qua mi dà i nervi, tuttavia bisogna contestualizzare la vicenda al periodo storico di cui si parla. Già è tanto che non l’abbiano rinchiusa in un manicomio, ma il marito che la “ama tanto”, vedendo la sua salute mentale tanto instabile, per altro iniziata per colpa sua, prima ci fa un’altra figlia e poi le dice “Senti bella fuori dai piedi che non ti sopporto più…ah, devo proteggere la nostra bambina.” Peccato che quando poi questa porella migliora, decide comunque di tenerla a debita distanza. Ma che marito amorevole! Da qui mi aggancio ad un altro punto: la protagonista schifa con orrore le amiche di Gloria in quanto le considera bigotte dal pensiero medioevale, dopo che le fanno pesare che è in età da marito e figli. E okay, non fosse che ad un certo punto viene espresso questo pensiero riguardo alla madre: “Né riusciva a capire perché non fosse bastata la sua nascita a ristabilire un equilibrio, o se non altro ad attenuare almeno in parte il dolore causato dalla perdita di Elvira.” E questo non sarebbe un pensiero ignorante? Quindi secondo la protagonista, la madre figliando avrebbe dovuto risolvere la sua depressione, riportare un certo equilibrio in casa e sostituire il dolore con l’amore per la nuova figlia. Ma che razza di pensiero è? Se una ha gravi disturbi psicologici (Diana aveva persino delle allucinazioni uditive!!) non risolve niente mettendo al mondo figli, anzi, potrebbe persino peggiorare, cosa di fatto successa. Poi, da quando i figli si sostituiscono fra loro? Una madre con 2 figli dovrebbe soffrire di meno per la perdita di uno rispetto ad un’altra con un figlio solo, perché avrebbe il piano B? Senza parole…

Grazie per aver letto l’articolo,

Julia Volta

“Che il mondo potesse racchiudere una tale straordinaria bellezza, e al contempo così tanta violenza, le risultava incomprensibile, ma sapeva che avrebbe dovuto trovare un modo per capire e accettare quei due estremi.” La sorella perduta, D. Jefferies

Il Truman Show del 2020

E’ da un po’ che avevo in programma di recensire questo libro, ma fra una cosa e l’altra non sono riuscita a dedicare del tempo al mio blog. Negli ultimi anni, nella sezione dei libri fantascientifici ambientati in futuri distopici, troviamo dei celebri titoli che parlano di reality show cruenti, dove gli spettatori si divertono a vedere persone brutalmente uccise o torturate in arene giganti. C’è un titolo che lessi più di 10 anni fa, quando ancora non si parlava di Hunger Games, che mi ha colpita parecchio: Acido Solforico di Amélie Nothomb.

Rispetto agli altri dello stesso genere, non è famosissimo, ma per la satira tagliente presente nella storia, vale la pena di leggerlo. Ci troviamo in un periodo storico imprecisato, dove la gente impazzisce per un reality show dal nome controverso: Concentramento, proprio in ricordo della Shoah avvenuta durante la Seconda Guerra mondiale. Per le strade di Parigi, una troupe televisiva carica su camion piombati diversi concorrenti, che vengono poi deportati nel campo dove altri interpretano il ruolo di kapò. La vita di tutti si svolge sotto l’occhio vigile delle telecamere e il momento di massima audience arriva quando i telespettatori decidono l’eliminazione-esecuzione dallo show di un concorrente attraverso il televoto.

Il romanzo che consta di sole 136 pagine (quindi godibile in un pomeriggio), accosta un’aspra critica sociale ad una forma di scrittura scarna e schietta. La situazione è ridotta ad un estremo, ma ciò che vuole fare l’autrice è proprio colpire, spingere a riflettere su quanto ci sia di disgustoso nel mondo dei mass media, dove le sofferenze delle persone vengono strumentalizzate più per diletto che per protesta sociale. Pensate che sia qualcosa di esagerato? Io non credo. Quanti video esistono su YouTube, senza perdersi nell’antro del terribile Deep Web, dove alcune clip diventano virtuali nel momento in cui qualcuno dall’altra parte viene filmato mentre vive situazioni angoscianti: dalla gente picchiata, ad animali torturati. Non tutti quelli che guardano lo fanno per godere delle sofferenze altrui, ma c’è anche la curiosità a spingerle. Sarebbe giusto uguale? Che sia per semplice curiosità, o per appagamento di desideri psicotici, non si fa altro che dar credito a questo sistema malato. Dopotutto, sono le views che interessano, l’audience di un programma…a chi importa la ragione per la quale ti sei collegato a quel canale?

Per non parlare poi del fatto che quando si vede una scena shoccante, la prima cosa che viene in mente è quella di tirare fuori il cellulare e fare un filmato. C’è un tizio che si sta gettando sotto il treno? Facciamo un video. Un povero cagnolino viene torturato? Facciamo un video. Una donna viene violentata? Facciamo un video. Sembra che la gente sia convinta di vivere dentro al mondo di Truman: tutto ciò che accade non è reale, ma ciò che è importante è ottenere audience, la fama. Peccato che appena Truman ha scoperto di essere un oggetto di culto se n’è fregato della gente disagiata che lo venerava e ha deciso di vivere una vita più umana.

Pensate ancora che Concentramento sia tanto lontano dalla nostra realtà? Io no…

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Non si diventa innocenti per il semplice fatto di lavarsi le mani di una situazione.” Acido Solforico, A. Nothomb

Stella, la predatrice

Mi sarebbe piaciuto pubblicare un articolo prima, ma fra compleanni e il raffreddore, il manoscritto che volevo recensire, il massimo che ha fatto, è stato traslare dal comodino della camera alla scrivania. Il titolo di oggi è Stella di Takis Wurger, molto famoso in Germania, ma non conosciutissimo in Italia.

Il romanzo è ambientato nella Seconda Guerra Mondiale ed è ispirato ad una storia vera. Il protagonista è Friedrich, un giovanotto svizzero che ha una madre alcolizzata e un padre sempre assente per le trasferte. Un giorno prende la decisione di partire per la Germania, un po’ per seguire le sue ambizioni artistiche, un po’ per capire se è vero ciò che dice la gente a proposito delle deportazioni. Lì conoscerà Kristin, una ragazza bellissima e sicura di sé, che lo porta in giro nelle sue feste con personaggi altolocati o in club privati nascosti fra i vicoli berlinesi. Quando una mattina si presenta alla sua porta piena di lividi, gli confessa di non aver detto tutta la verità.

Quando il libro uscì in Germania, spaccò letteralmente la critica, ma per quale motivo? Dunque, la storia vera a cui si ispira non è quella di Friedrich, ma di Stella Goldschlag, conosciuta nel 1942 come “Veleno” riferendosi al suo modus operandi. Non ha senso, secondo me, parlare di spoiler quando fatti del genere appartengono alle pagine della cronaca nera del XX secolo.

Come tutti sappiamo, a causa delle ideologie naziste, la situazione era terribile: le persone venivano deportate in massa in un clima di terrore, che spingeva la popolazione a denunciare persino gli stessi congiunti, pur di sfuggirne. Chi procurava nomi, oltre che ricevere un premio in denaro, poteva avere salva la propria vita e per questo motivo non era insolito che fra le spie ci fossero gli stessi Ebrei. E’ proprio qui che ritroviamo la figura controversa di Stella, un’ebrea che aveva dalla sua la tipica bellezza ariana, capelli chiari e occhi cerulei; una donna talentuosa e dal fascino irresistibile che si è servita della propria sensualità per entrare nelle grazie della Gestapo, in cambio della liberazione dei suoi genitori.

Stella conosceva tutti i nascondigli e i luoghi segreti dove si rifugiavano i suoi connazionali. Con fare predatorio era solita guadagnare la fiducia delle sue vittime, per poi denunciarne a frotte, arrivando a far catturare dalle 600 alle 3000 vittime. Nonostante la sua dedizione, i suoi genitori non furono mai liberati e morirono in campo di concentramento. Ciò non bastò a fermarla, poiché proseguì nella sua spietata ricerca senza mai pentirsi a guerra conclusa.

Cosa si racconta, perciò, nel libro? La trama sulla quarta pagina parla di un “amore impossibile” e secondo me l’espressione non è corretta. Si parla di un gioco di seduzione, dove abbiamo da una parte un ragazzo ingenuo che fa Ponzio Pilato una volta scoperta la verità sulle deportazioni (non per merito della sua ricerca eh, perché era troppo occupato a fare il cagnolino), dall’altra una femme fatale che semplicemente si diverte. Una storia che ridicolizza, a parer mio, il terribile contesto storico in cui si trova. Cioè, se fossi una giornalista alla quale è data la possibilità di dare uno sguardo sul periodo storico di mio interesse, l’ultima cosa che mi interesserebbe vedere è la passione amorosa di due tizi che vivono come se il resto del mondo non esistesse più.

E per concludere, vorrei sollevare un interessante quesito basandomi sulla figura di Stella: fino a che punto è lecito spingersi per salvare coloro che amiamo? Voto 2/5.

“Ero un giovane con tanti soldi e un passaporto svizzero, che aveva pensato di poter vivere in questa guerra senza aver nulla a che fare con essa.” Stella, T. Wurger

Chi rode di più: Attilio o gli oggetti dei falò?

Capitano anche a voi quei periodi in cui le letture che scegliete non vi piacciono per niente? Il mio è uno di quelli, purtroppo. Con gli ultimi libri scelti credo di aver fatto un buco nell’acqua e comincio a chiedermi se non sia giunto il momento di fare un passo indietro e fiondarmi per un po’ nei grandi classici. L’ultima delusione ieri sera: tentativo fallito di dar credito ad un romanzo di un autore emergente. Scritto benissimo, ma dalla trama ripetitiva e assurda. Colpa mia che ho comprato l’ebook senza leggermi bene la trama prima o un estratto gratuito. Ma in questo articolo vorrei parlare di un testo facente parte delle opere del famoso giornalista Michele Serra, ovvero Le Cose che Bruciano.

Il protagonista è Attilio Campi, ex politico che decide di ritirarsi a vita privata in campagna a Roccapane, dopo le aspre critiche ricevute a seguito della sua proposta di legge che prevedeva l’introduzione delle uniformi nelle scuole di ogni ordine e grado. Attilio cerca di seguire un percorso tutto suo per raggiungere l’umiltà che non ha mai avuto, lottando con il fantasma del passato del suo acerrimo rivale politico, tale Ettore Mirabolani, e lavorando come bracciante di Severino. Il culmine della sua espiazione, secondo lui, è un falò con tutti gli oggetti ereditati dalla madre e zia Vanda defunte, nonché le scartoffie burocratiche che risalgono ormai a diversi anni addietro.

Dunque, nulla da dire sulla scrittura, a parte qualche parolaccia di troppo che, come ho già detto, non trovo piacevole da leggere. Ma del resto, come stile scorre abbastanza, anche nei momenti in cui vengono descritti i ragionamenti contorti del protagonista. Il problema per me è stata la storia, come per il libro dell’esordiente che vi accennavo sopra: la diversità è che qui è proprio noiosa! Arrivata a metà volevo mollarlo, ma ormai mi ero imposta di finirlo e ho sperato in un colpo di scena, in un qualche stravolgimento della trama. Quando poi finalmente è arrivato, mi è parso messo lì così tanto per rendere il ritmo meno monotono. Voto 2.5/5.

ATTENZIONE: SPOILER NEL PARAGRAFO!! Mi sono stupita nel leggere tante recensioni super positive sul web, ma poi ho ipotizzato che a garantire il successo di un romanzo, tante volte è la fama che precede l’autore. Michele Serra è molto apprezzato come giornalista e lavora nel campo da molti anni, probabilmente questo gioca a suo favore quando in mezzo a diversi romanzi pubblicati, ce ne sono uno o due che non corrispondono alla media. Ma queste sono considerazioni personali. Se devo giudicare solo la storia, posso dire che non mi è piaciuta per niente. Attilio è il classico personaggio antipatico, spocchioso e arrogante. Di fatto rimane un uomo fallito dall’inizio alla fine, ma il suo percorso è volto per lo più a cercare di non ammetterlo a se stesso. Meglio riversare la propria frustrazione sul rivale politico che ha saputo raggiungere il successo, su un Testimone di Geova che ha conosciuto per mezz’ora e se n’è andato senza troppo insistere sulla sua conversione, sulla sorella Lucrezia che ha trovato un modo tutto suo di vivere appieno la vita, sui giovani nipoti che considera viziati e drogati senza averli mai visti. Nonostante il falò mi rimane l’impressione che Attilio non impari niente. Ore di lettura per scoprire che è figlio di un altro uomo, in una confessione buttata lì a casaccio da Lucrezia e che non dà nulla di fatto al resto della storia. Nel finale l’autore lascia intendere che Attilio ha fatto il primo passo verso l’umiltà, conservando il ricordo del predicatore defunto…Convinto lui…

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Il passato che ci imprigiona è solo in piccola misura il nostro. Si tratta del passato degli altri che si traveste, pur di sopravvivere, da nostra memoria.” Le Cose Che Bruciano, M. Serra

Magari domani…non lo leggo!

Avete presente quando trovate lo stand con i mega sconti sui libri, ma ci sono tanti titoli e non sapete quale scegliere? E nello stesso tempo avete fretta perché il marito o i figli all’improvviso si rendono conto di essere studi, perciò iniziano a mettere ansia? Ecco, in queste circostanze si afferrano un paio di libri al volo leggendo velocemente la trama e facendosi catturare dalla copertina. In un’occasione del genere ho preso Magari Domani Resto di Lorenzo Marone.

Luce di Notte è una giovane donna che vive a Napoli, precisamente nei Quartieri Spagnoli, un vulcano sempre in eruzione che sembra avercela con il modo intero, forse un po’ perché ha una famiglia disastrata e un po’ perché nonostante sia un avvocato laureato a pieni voti, il massimo che ottiene come lavoro è di smistare scartoffie. Un giorno le viene affidata la causa per l’affidamento di un minore che forse, si rivelerà l’occasione per sciogliere i nodi del suo passato e fare un po’ d’ordine nella propria vita.

Diciamo che ho scoperto l’autore attraverso questo romanzo e purtroppo ho toppato alla grande, dato che non è nemmeno il più riuscito. E menomale, dico io! Perché nonostante il web pulluli di elogi per la storia di Luce, io l’ho trovata così noiosa che ho fatto davvero fatica a finire di leggerla. Prima di tutto partiamo dalla scrittura, appesantita da parecchie frasi dialettali, presentate anche quando non servono, e riflessioni filosofiche sulla vita degne dei Baci perugina. Per non parlare della volgarità della protagonista, perché una tosta dice una parolaccia ogni tre e attacca la gente prima ancora di capire il significato di ciò che le viene detto. A tutto questo si aggiunge la fiera delle banalità con tutti gli stereotipi che vi vengono in mente su Napoli e una protagonista che in quanto amore ispira ben poco. Voto 2/5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Insomma io a questa Luce non riesco proprio a farmela piacere, una donna che vuole fare la dura a tutti i costi, ma diventa solo cafona e alla fine si scopre che anche lei ha un cuore grande accussì. Diciamo che è piacevole l’evoluzione del personaggio che alla fine impara ad apprezzare ciò che la vita ha da darle, senza cercare continuamente un capro espiatorio su cui scaricare le proprie frustrazioni. Buona anche la descrizione della città in sé perché ti coinvolge in quei quartieri che profumano di fritto (esatto, per me è un profumo!) e di mare. Per il resto, come accennato prima, irritante la continua ricerca di trarre perle di saggezza da ogni dialogo, fra l’altro alcune illogiche e di una banalità sconcertante. Ognuno è saggio sulla vita altrui, ma son tutti falliti, mistero! I personaggi surreali non aiutano in questa epopea di dialoghi impossibili, a metà fra il terra- terra e l’università della vita: non c’è né uno che esce fuori dalla figura che rappresenta, come la madre bigotta, il fratello scapestrato, gli anziani sempre saggi e buoni, la bella ignorante, un bambino prodigio…Il finale conserva questa coerenza: happy ending inverosimile ed affrettato, con un boss mafioso che diventa bravo perché restituisce il figlio alla madre e una famiglia “speciale” che festeggia non si sa cosa alla “vissero tutti felici e contenti”.

Questa volta mi è andata male con Marone, ma sarei curiosa di leggere il suo romanzo di esordio La Tentazione di Essere Felici, apprezzato molto di più di questo.

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Che buffa la vita, ti impegni con tutta te stessa a sembrare diversa da tua madre, anno dopo anno, e poi, ad un certo punto, una mattina qualsiasi, ti guardi allo specchio e rivedi il suo volto, le sue stesse rughe e gli stessi occhi stanchi.” Magari Domani Resto, L.Marone