Grandi Classici: I Malavoglia

Mentre molti sgomitano per accaparrarsi il secondo volume della saga dei Florio, scritta da Stefania Auci, ecco che io, sempre sul pezzo, scelgo letture più classiche, sempre ambientate in Sicilia, sempre avendo a che fare con la discesa di una nota famiglia, ma con uno degli autori che più apprezzo. Eh già, sto proprio parlando de I Malavoglia di Giovanni Verga.

Impossibile non conoscere la storia, anche solo vagamente, dato che si tratta di un testo che si studia alle superiori, quando si parla della corrente letteraria del “verismo”. A tal proposito, mi sento di chiedere scusa alla mia insegnante di italiano, che dopo averci caldamente invitato a leggerlo, l’ho ignorata spudoratamente, preferendo altre letture molto più leggere. A quei tempi, infatti, la dura realtà raccontata dal Verga, unita ad uno stile d’altri tempi, la consideravo fin troppo pesante. Difatti, preferivo sognare ad occhi aperti i vampiri della Meyer o i galantuomini romantici della Austen. Ebbene sì, l’ho confessato! Ma sapete? Come sul cibo, anche sulla lettura si cambiano gusti dopo anni (per fortuna, in certi casi!).

In tutto ciò, non ho ancora parlato della trama. In questo romanzo si parla delle sventure continue della famiglia Toscano, detti Malavoglia, pescatori di Acitrezza, con una descrizione estremamente cruda della loro vulnerabilità di fronte alla natura e alla storia.

Nonostante si tratti di un romanzo risalente alla fine del XIX secolo, ho trovato degli spunti di riflessione molto attuali, soprattutto per quanto riguarda i contrasti all’interno della stessa famiglia. Il giovane ‘Ntoni mi ha ricordato molto i discorsi che ho sentito da parte di ragazzi molto più piccoli di me: la perplessità di fronte ad una vita di stenti, spaccandosi la schiena per quattro spiccioli. Mentre per il patriarca il duro lavoro era un’attività dignitosa e onesta, per il nipote non era altro che un accontentarsi a sopravvivere. Penso che di fronte ad un contrasto del genere, da parte delle nuove generazioni ci si possono aspettare due strade: una maggiore ambizione per rompere la catena del “volersi accontentare, tanto è pur sempre un lavoro”, oppure soccombere nel proprio malcontento. E chi ha letto il libro, sa come sia andata a finire per ‘Ntoni.

Un’altra questione interessante è legata agli abitanti di Acitrezza. Mi hanno ricordato tanto le chiacchere che sentivo dai più anziani del paese di origine di mio padre, quando scendevamo per le vacanze. In queste piccole realtà, ho riscontrato gli stessi pettegolezzi presenti nel libro, i medesimi motivi futili per offendersi con qualcuno, le dicerie che corrono e si basano sul sentito dire oppure su un’occhiata veloce, la cattiva reputazione che a volte viene affibbiata per malintesi…insomma, a più di cento anni di distanza, le cose non sembrano essere cambiate per alcuni posti.

Lo stile di Verga mi piace molto: descrive le vicende dei Malavoglia con molta crudezza, senza indorare la pillola al lettore, ma allo stesso tempo traspare una sorta di tenerezza nei confronti di questa famiglia che, dopo ogni mala sorte, cerca di riprendersi con dignità. Il tutto senza scadere nel populismo.

Unico neo, se proprio voglio fare la pignola, è che ci ho messo un po’ ad abituarmi ai suoi salti di punti di vista, che cambiavano in maniera repentina da un paragrafo ad un altro, nonostante mantenesse la terza persona. A parte questo, direi voto 4.5/5.

“Quando uno lascia il suo paese è meglio che non ci torni più, perché ogni cosa muta faccia mentre egli è lontano, e anche le facce con cui lo guardano sono mutate, e sembra che sia diventato straniero anche lui.” I Malavoglia, G. Verga

Grandi classici: l’amore ai tempi del colera

Avrei voluto scrivere questa recensione stanotte, ma i miei occhi dopo il lavoro urlavano pietà, perciò ho lasciato perdere. Anche perché, visto che avrei dovuto scrivere riguardo ad un grande classico “intoccabile”, sarebbe stato meglio farlo con la coscienza lucida e attiva!

Veniamo alla trama, che riporto soprattutto per quelle brutte perzone che, come me, sono rimaste indietro nella lettura dei grandi classici. Il protagonista indiscusso di questo romanzo, non è tanto Florentino Ariza, ma il suo amore incondizionato nei confronti di Fermina Daza, una fanciulla con la quale ha vissuto per breve tempo un amore platonico, e che poi l’ha rifiutato una volta diventata più matura. Florentino non la dimentica mai, struggendosi mentre lei prosegue con la sua vita e si sposa con il giovane medico Juvernal d’Urbino. Dovrà attendere esattamente cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, prima di poter vedere realizzato il suo sogno.

Un romanzo celebre, pubblicato per la prima volta agli inizi degli anni ’80 e che, a distanza di decenni, ancora continua ad essere apprezzato anche dalle generazioni più giovani.

Per quanto mi riguarda, la mia opinione si è letteralmente spaccata, perché ho dovuto prendere in considerazione aspetti diversi del libro e, ancora adesso, non saprei dare un voto personale univoco. Partendo dallo stile di scrittura, è innegabile quanto la mano di Marquez sia a dir poco magistrale. La sua narrazione, per quanto presenti molti punti ripetitivi, coinvolge e stupisce: le metafore sono usate con arguzia e le pagine scorrono veloci, in una narrazione che rispecchia lo stato d’animo del protagonista. Difatti, in maniera poetica ci viene trasmesso tutto il senso di frustrazione di Florentino di fronte ad una donna che non può avere. Certo, si consola con il restante 99,9% del pianeta Terra, ma alla fine rimane solo un senso di solitudine e, a parer mio, la sua figura suscita una grande pena. Del resto, persino Fermina quando lo scorgeva dalla finestra della sua abitazione, era solita esclamare “Pover’uomo!”.

Di contro, non sono riuscita a simpatizzare per niente con il protagonista. Non solo mi ha fatto pena all’inizio, ma via via che proseguivo nella lettura ho cominciato a non sopportarlo! Parto dicendo che per me, il suo non è amore, anzi, sembra più un’ossessione nei confronti di una donna che nemmeno conosce. Florentino si innamora dell’idea angelica che ha di Fermina, un po’ come Dante con la sua Beatrice.

Adesso parto con lo SPOILER!

Alla fine, quando lei rimane vedova, lui riprende a corteggiarla in maniera molto dolce, lo ammetto. Ma la magia si spegne subito: lei sembra che si conceda per fuggire alla cruda mediocrità della sua vita (non a caso si rifiuta di scendere dal battello, per continuare a vivere in una sorta di sogno sospeso), lui è contento perché ha raggiunto il suo scopo, che suona quasi come un accanimento egoistico. Fra l’altro, non dimentichiamoci che, proprio sul finale, Florentino raggiunge livelli di squallore degni di nota, quando da ultrasettantenne intraprende una relazione con una ragazza di appena quattordici anni, approfittando del fatto che sia stato nominato suo tutore. Lui stesso ci tiene a precisare che gli sembra una bambina, come se la cosa fosse normale. Quando lei si suicida, ciò che conta è aver raggiunto il suo scopo: due lacrime in bagno, della serie “ammazzà se l’ho fatta grossa stavolta!”, e passa la paura. Caro Florentino, non è che Fermina si sia persa sta grande occasione…

Voto 3/5.

“Ben diversa sarebbe stata la vita per tutti e due se avessero saputo per tempo che era più facile eludere le grandi catastrofi matrimoniali che le minuscole miserie di ogni giorno. Ma se avevamo imparato qualcosa insieme era che la saggezza ci arriva quando non serve più a nulla.” L’amore ai tempi del colera, G.G.Marquez

Grandi classici: Cime tempestose

Quando frequentavo il liceo, mi ricordo che avevo sentito parlare di Cime Tempestose di Emily Bronte perché veniva citato più volte nel romanzo Twilight. Sì, lo so, non è molto lusinghiero per questo classico della letteratura, intanto trovarmelo lì ha stuzzicato la mia curiosità, prima ancora che venisse proposto durante lo studio della Letteratura inglese. Insomma per capire meglio le similitudini di cui parlava EdwardFairyGlittering, ho deciso di cimentarmi in questa nuova struggente storia d’amore.

È il 1801 è il ricco Mr Lockwood giunge a Trushcross Grange dopo una delusione amorosa, per cercare un po’ di solitudine, affittando la tenuta di un rude gentiluomo di nome Heathcliff. Quando si reca a fargli visita nella vicina proprietà di Wuthering Heights (Cime Tempestose, appunto), rimane perplesso di fronte al bizzarro assortimento degli inquilini che lo abitano: insieme al padrone di casa, infatti, vivono una scontrosa adolescente presentata come sua nuora e un giovane che, per quanto sembri un parente, si comporta come un servo analfabeta. Quando fuori inizia ad imperversare la tempesta, a malincuore è costretto a passare la notte a Wuthering Heights, ma accadono cose bizzarre. La visione di uno spettro di bambina che bussa alle finestre lo fa urlare di terrore, facendo precipitare nella stanza da letto Heathcliff che lo caccia fuori per aprire le finestre e invitare ad entrare questo spirito con fare disperato. Quando Mr Lockwood torna a casa, si ammala nel giro di breve tempo e, durante la convalescenza, conosce la serva Nelly Dean che gli racconta la storia del padrone di casa, che risale a circa quarant’anni prima.

Unica opera della giovane Bronte, all’epoca della sua uscita era stata accolta con critiche asprissime, dal momento che rispetto ai canoni del tempo, si presentava in maniera innovativa, sia per struttura sia nella descrizione della crudeltà fisica e mentale dei protagonisti. Dopo averlo letto, ho capito anche i paragoni di Edward: una storia d’amore fra un uomo dal fascino maledetto e una fanciulla che viene portata sulla cattiva strada proprio da lui stesso. Sarà stato forse un tentativo della Meyer di dare maggior spessore ad un flirt adolescenziale? Ma il paragone finisce qui, perché in Cime Tempestose c’è molto di più! Prima di tutto il genio dell’autrice parte dalla descrizione dei luoghi che rispecchiano chi li abita, in un continuo contrasto fra bene e male, amore e odio, passione e vendetta. Il libro ruota tutto intorno alla gelosia di Heathcliff che lo porta inevitabilmente all’autodistruzione: la sua diventa una lenta discesa verso il baratro e la follia, dove trascina dietro uno per uno i membri delle famiglie Earnshaw e Linton. Nonostante sia il protagonista di questa vicenda, insieme a Cathy, e sebbene avessimo visto le ingiustizie che ha dovuto subire fin da piccolo a causa delle sue origini, non riusciamo comunque a simpatizzare con la sua vendetta: da vittima diventa peggiore dei suoi stessi carnefici.

Cathy, che visto il paragone con Twilight forse qualcuno poteva immaginarsela pura e ingenua, in realtà a parer mio è anch’essa perfida nel suo egoismo. Fin da piccola lega con Heathcliff, con il quale instaura un rapporto che va ben oltre l’amicizia, passando ore e ore in sua compagnia chiudendosi in un mondo a parte, gelosamente custodito da entrambi. Proprio qui ci rendiamo conto quanto i due siano simili. Quando lei, a seguito di una ferita, ha la possibilità di frequentare assiduamente i Linton, comincia a voltare le spalle ad Heathcliff ritenendo che un’unione con lui possa rovinarle la reputazione. Celebre è la sua dichiarazione d’amore sentita per metà dal giovanotto, che decide così di sparire per anni causando in lei un tracollo nervoso. Quando ritorna, non appena si rende conto delle intenzioni di Heathcliff, cerca comunque di mettere in guardia la cognata, ma più che atti di generosità, a me davano l’impressione di essere dettati dalla gelosia.

Insomma una lunga storia d’amore struggente, dove l’autrice estremizza il concetto di vendetta per enfatizzarne le terribili conseguenze. Ma nonostante Heathcliff si sia prodigato tanto per bruciare tutto intorno a sé, la speranza trova sempre la strada per ricrescere…

Voto 5/5.

Julia Volta

“Il mio amore per Linton è come il fogliame dei boschi: il tempo lo trasformerà, ne sono sicura, come l’inverno trasforma le piante. Ma il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce nascoste ed immutabili; dà poca gioia apparente ma è necessario.Cime Tempestose, E. Bronte

Grandi classici: Mattia Pascal

È giunto il momento di presentare un altro caposaldo della letteratura, italiana questa volta, che avrei dovuto leggere alle superiori su caldo invito della mia insegnante di lettere. Da adolescente non mi attirava per niente: trovavo interessante la trama, ma leggendo un brano dal libro di testo, avevo cambiato subito idea. Eccomi qui dopo 10 anni almeno, a presentarvi Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello.

Bisogna ringraziare la Feltrinelli che con le sue offerte mi ha permesso di recuperare, acquistando i grandi classici lasciati indietro nel corso della mia breve vita. No, non è vero. Mi vergognavo a morte per il mio scarso bagaglio culturale nei confronti della letteratura, quindi sto avidamente recuperando :”)

La storia la sappiamo tutti. Mattia Pascal è un giovane scapestrato che vive con una moglie che lo detesta e una suocera che lo tormenta mattino e sera. Non che sia un santo, eh! Anzi, non è manco sta cima di intelligenza. Ma ha un gran cuore e come meglio può, cerca sempre di rendersi utile. Ma giusto per citare un comico “come si muove, pesta una cacca!”. La svolta più miracolosa avviene quando viene rinvenuto un cadavere, vittima di suicidio, e attribuiscono a lui la sua identità. Mattia risulta morto e apparentemente libero. Inizia così la sua avventura per costruire la sua nuova identità.

Un romanzo dall’ironia pungente, che sicuramente strappa un sorriso, ma spinge anche riflettere. Il povero Mattia è la macchietta di se stesso: la vita sembra porgergli la carota e una bastonata in continuazione. Quando pensi che finalmente abbia una possibilità di ricominciare da capo, sotto falso nome, scopri che ciò non gli è possibile perché di fatto Adriano Meis non esiste. È frutto del desiderio dello stesso Mattia, che si sente meglio nel vestire i panni di un uomo così dabbene, senza strabismo e sciatteria, ma anche il sogno di una povera Adriana che forse si aspettava un cavaliere valoroso, magari in groppa a un nobile destriero, in grado di salvarla dalle angherie di un parente poco raccomandabile. Ma il sig. Pascal ci è già passato: se una cosa non va bene, meglio troncarla. Così muore due volte, per ritornare nel suo paese di origine e scrivere la sua storia sotto forma di leggenda: l’uomo che morì tre volte, ma forse non ha vissuto mezza vita.

Ciò che mi piace nella narrazione di Pirandello, è che i suoi protagonisti sembrano rompere le barriere convenzionali e danno l’impressione di uscire fuori dalle pagine stesse. I suoi libri, con vicende uniche piene di domande esistenziali, sembrano donare maggior vita ai personaggi che li compongono, come se se la prendessero con lo stesso autore che li ha creati. Insomma, uno scrittore assolutamente da inserire nella propria libreria.

Voto 5/5.

“Di quante cose sostanziali, minutissime, inimmaginabili ha bisogno la nostra invenzione per ridiventare quella stessa realtà da cui fu tratta, di quante fila che la riallaccino nel complicatissimo intrico della vita, fila che noi abbiamo recise per farla diventare una cosa a sé!” Il fu Mattia Pascal, L. Pirandello

Grandi classici: Il Buio Oltre la Siepe

Per quanto ami leggere da una vita, mi sono resa conto che sono molto carente per quanto riguarda i grandi classici della letteratura, quelli che hanno fatto un successo strepitoso che perdura nel tempo. Molti di questi autori sono studiati anche nelle scuole italiane, ma devo ammettere che finché ero una studentessa, non ero in grado di apprezzarne la qualità. Forse, essendo alcuni titoli imposti, li trovavo noiosi a prescindere.

Ad ogni modo, Il Buio Oltre la Siepe di Harper Lee è un recente acquisto, spinta dalla curiosità, dato che per anni l’ho ignorato ingiustamente insieme ad altri autori. Per chi non lo conoscesse, la storia è ambientata a Maycomb, una cittadina del Sud degli Stati Uniti, dove vivono la piccola Scout, suo fratello Jem e suo padre Atticus insieme alla domestica Calpurnia. Atticus è un avvocato onesto che viene incaricato della difesa d’ufficio di un afroamericano accusato di violenza carnale. La vicenda, che costituisce la parte più celebre del romanzo, viene raccontata dal punto di vista della figlia.

Che dire? Vi aspetterete che ora inizi a tessere le lodi di questo libro. E invece, no! Mi spiego: quando ho iniziato questa lettura ero carica di aspettative, perché per quanto non l’avessi mai preso in considerazione, è cosa risaputa che abbia riscosso uno strepitoso successo fin dal premio Pulitzer del 1960, dato che tocca temi importanti e sempre attuali come il razzismo, l’ingiustizia, l’ignoranza,..). Sinceramente sono rimasta parecchio delusa, e vi spiego il motivo. Per gran parte del romanzo viviamo le esperienze dei figli di Atticus, attraverso noiosissimi intrecci che non portano da nessuna parte. Ogni volta che l’autrice si apprestava a raccontare un altro episodio della loro vita, mi chiedevo dove volesse andare a parare. Invece non succede nulla fino a quando non si arriva a 2/3 della storia. Fino ad allora dovrete sorbirvi dettagli minuziosi su come passavano le giornate Scout e Jem, fra scuola, giochi, dispetti, dialoghi con vicini di casa…e per inciso, quella bambina l’ho trovata semplicemente maleducata e antipatica. La nota accattivante iniziale è data solo dal mistero della casa dei Radley, nella quale si dice viva nascosto il sig. Arthur/Boo ormai da molti anni. Il processo al giovane afroamericano che ha reso celebre il libro, diventa così un avvenimento marginale rispetto a tutto il resto. Fra l’altro trattato sempre concentrando l’attenzione su Scout invece che sulla vicenda in sé. Quindi si ha come l’impressione che avvenga tutto troppo in fretta per riuscire a realizzarlo. Una scelta stilistica che ho trovato ingiusta: in fin dei conti la prima parte del romanzo poteva essere riassunta in pochi capitoli, a favore di argomenti ben più importanti. Mi sarebbe piaciuto un approfondimento sulla vita degli afroamericani in quel contesto, per esempio, magari concentrandosi su Tom e la sua famiglia. Che fine hanno fatto poi i numerosi Ewell?

La cosa incomprensibile, per altro, è il riassunto in quarta pagina che parla solo della difesa di Atticus nei confronti di Tom Robinson, spoilerando che muore nonostante sia innocente. Okay, il libro è famoso per questo, ma è solo una minima parte rispetto al logorroico contorno costruito dalla Lee. Per me è stato come dover apprezzare un quadro piccolissimo, ma significativo ed emozionante all’interno di una cornice imponente scialba e insignificante…Voto 2.5/5.

Grazie per la lettura 🙂

Julia Volta

“C’è qualcosa nel nostro mondo che fa perdere la testa alla gente: non riescono ad essere giusti neanche quando lo vogliono.” Il Buio Oltre la Siepe, H. Lee

L’uno non sa di non esistere, l’altro non sa di esistere

Italo Calvino. Quante volte a scuola ci è stato assegnato un libro di uno dei più celebri scrittori italiani, i cui romanzi si studiano ancora oggi e vengono letti da decine e decine di ragazzi. Fin da subito ho apprezzato il suo stile di scrittura, che trovavo scorrevole, per nulla pesante e comprensibile nonostante fossi appena adolescente.

Fra i libri che ho letto, oggi vi vorrei presentare Il Cavaliere Inesistente, giusto qualora ci fosse qualcuno ancora indeciso se leggerlo o no, oppure un adolescente che ha paura si tratti dell’ennesimo mattone noioso da leggere per forza. Il protagonista è Agilulfo, un cavaliere nobile, valoroso e paladino di Carlo Magno. Cos’ha di strano? Che non esiste. Ovvero, è solo un’armatura vuota che applica alla lettera i dettami della cavalleria, ma non può né mangiare, né dormire.

In una storia ai limiti dell’inverosimile, ambientata nel classico contesto medievale dove la superstizione si incrocia con fatti storici dando alla luce eventi assurdi, vediamo muoversi personaggi che ci trascinano in questa epica avventura. Al fianco di Agilulfo troviamo il giovane Rambaldo che parte in battaglia senza saperne una cicca di combattimento, ma nel suo cuore ha il desiderio di vendicare la morte del padre. Si innamora di Bradamante che lo snobba senza pietà, innamorata della perfezione del cavaliere inesistente. Ma più di tutti mi ricordo del vagabondo Gurdulù che vive imitando il mondo che gli sta intorno. Lui e il cavaliere sono l’uno l’antitesi dell’altro: l’uno non sa di non esistere, l’altro esiste, ma non sa di esistere. Un gioco di parole e significati che ho trovato fantastico e ironico. Una lettura che consiglio a tutti senz’altro, soprattutto ai bambini già dalle scuole medie, anche perché la lettura procede veloce e senza rendersene conto ci si ritrova alle ultime pagine. Voto 4/5.

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“L’arte di scrivere storie sta nel saper tirare fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.” Il Cavaliere Inesistente, I. Calvino

Persuasione: la tenera storia di un’ameba

Sono passati diversi anni ormai, da quando ho divorato con una certa avidità opere che ho considerato magnifiche, intitolate Orgoglio e Pregiudizio/ Ragione e Sentimento. Grazie ad un’offerta occasionale sui Best Sellers, mi sono reimbattuta in Jane Austen con un titolo che non conoscevo, ovvero Persuasione.

Si tratta di un romanzo scritto nella piena maturità letteraria della scrittrice, dove come sempre compare, attraverso intrecci amorosi, una deliziosa satira dell’Inghilterra della prima metà dell’800. Le vicende ruotano intorno agli aristocratici Elliot, con a capo sir Walter, vedovo egocentrico e vanitoso, avente tre figlie: Elizabeth, la maggiore, la sua copia spiccicata al femminile e per questo motivo la sua preferita, Anne la mezzana, dolce come la madre ma tanto introversa da passare inosservata e, infine, Mary la capricciosa, unita in matrimonio con Charles Musgrove. Poiché ormai le ragazze non possono più contare su una figura materna, l’educazione di Anne in particolare viene affidata a Lady Russell, cara amica della defunta. Quest’ultima considera Anne come una figlia e, quando viene a sapere che la ragazza si è innamorata di un ufficiale di Marina, la persuade a rompere il fidanzamento in quanto lo considera poco vantaggioso. Otto anni dopo la fanciulla, amaramente pentita di aver dato ascolto alla sua tutrice, rincontra il suo primo amore, che nel frattempo è diventato colonnello dopo una carriera fortuita. Riuscirà a riconquistare ciò che si era lasciata alle spalle?

Devo essere sincera: per me scegliere di leggere Jane Austen vuol dire andare sul sicuro e certamente non è un caso se si tratta di una delle maggiori figure di spicco nella narrativa inglese. Dopo qualche lettura deludente, avevo proprio bisogno di “rifarmi gli occhi”. Devo, tuttavia, precisare che non mi ricordavo che il ritmo dei suoi romanzi procedesse tanto a rilento o forse è la protagonista che non mi ha fatto entusiasmare. Sì perché, lontana anni luce dalla vivace Elizabeth di Orgoglio e Pregiudizio, Anne mi è sembrata più vicina al personaggio di Jane, con una personalità all’inizio molto più spenta. In 2/3 del romanzo ho trovato il suo atteggiamento insopportabile: semplicemente un’ameba. Nella trama in quarta pagina dice che “decide di giocarsi ogni possibilità” per conquistare il suo amato. E che strategia avrebbe adottato? Quella di appostarsi nascosta sotto la sabbia per attaccare nel caso in cui il colonnello Wentworth fosse PER CASO passato vicino a lei? No, perché la tattica non stava funzionando molto, tanto che lui all’inizio sembra addirittura provarci con un’altra. E non è finita! Questa ragazza ha la straordinaria capacità di farsi film mentali dal più piccolo gesto di attenzione, che sia una fugace occhiata o un sospiro di troppo, ma non capisce che un gentiluomo (di cui non dirò il nome per non spoilerare troppo) ci prova con lei da almeno due settimane. Alla fine del romanzo Anne finalmente sembra abbia deciso di tirare fuori il carattere, arrivando a fare ragionamenti del tipo “ah ma io lo sapevo che questo qui era una brutta perzona! Sì, sì!”. Certo e fino al giorno prima il soggetto in questione lo considerava una piacevolissima compagnia.

Scherzi a parte, al di là della descrizione ironica della protagonista, penso che l’illusione della lentezza del ritmo sia data solo dal suo carattere. In alcuni momenti sembra quasi che la storia raggiunga una sorta di stallo rallentando fino alla noia (più volte mi sono addormentata dopo 10 pagine di lettura). Ma il bello della Austen è che il meglio lo serba per il finale, perciò vale la pena continuare per sapere come finiscono i personaggi. Senza contare che abbiamo un soggetto diverso dalle sognanti giovincelle dei romanzi precedenti. Qui c’è una donna adulta di 27 anni, vista quasi al pari di una zitella (considerate che già ai tempi di mia nonna era considerato tardivo sposarsi dopo i 22/23 anni), che ha dovuto fare i conti con le conseguenze di scelte dettate dalla logica nella conservazione del prestigio sociale. E’ meglio vivere una vita modesta con l’uomo che si ama o scegliere un buon partito per accedere a maggiori privilegi? Se per noi la risposta è abbastanza scontata, non lo era per le donne di quell’epoca. Nei romanzi precedenti giovani protagoniste hanno la fortuna di contrarre matrimoni più che vantaggiosi per se stesse, pur non avendoli richiesti proprio per i soldi. Qui Anne si pente della propria scelta praticamente subito, nonostante Wentworth fosse ancora un signor nessuno. Anche se comunque per me rimane sempre il dubbio: si sarebbe fatta il sangue tanto amaro se lui non fosse tornato con più soldi di suo padre e una carriera coi fiocchi? Voto 4/5.

Grazie per la lettura 🙂

Julia Volta

“Uno spirito remissivo può essere paziente; una mente acuta può fornire risolutezza; ma in questo caso c’era qualcos’altro: c’era quell’elasticità mentale, quella tendenza a sapersi consolare, quella capacità di passare prontamente dal male al bene e di trovare occupazioni tali da distrarla dai suoi problemi, che poteva essere solo un dono di natura.” Persuasione, J. Austen

Un libro di un certo spessore

Quando frequentavo il terzo anno di liceo scientifico, mi ricordo che un giorno venne a farci visita un ex studente per parlarci di dimensioni in matematica, prendendo come riferimento il romanzo Flatlandia di Edwin A. Abbott. Lì per lì pensai “sai che noia un libro che parla di matematica!” e invece è stato uno di quei testi che ho imparato ad apprezzare in età adulta.

Flatlandia è un grande classico in letteratura che, al tempo della sua pubblicazione nel novembre del 1884, godette di una tiratura di mille copie. Fin da subito non si può fare a meno di notare quanto sia ingegnosa questa allegoria matematica, dove attraverso le vicende di un Quadrato conosciamo i paradossi delle dimensioni, spingendoci a porci delle domande. Nella prima parte del libro, l’autore descrive Flatlandia dove vive il protagonista, un universo a 2 dimensioni abitato da umani dalle forme geometriche che si vedono fra loro solo attraverso il perimetro. Nella seconda parte il quadrato inizia un viaggio attraverso altre dimensioni sotto la guida di un misterioso straniero, la Sfera, che lo sceglie come apostolo per il Vangelo delle Tre Dimensioni.

Per quanto inizialmente il libro mi stava un po’ annoiando, poiché la descrizione del luogo dura oltre la metà e tocca diversi aspetti geometrici, vale davvero la pena proseguire nella lettura. Ciò che capiamo attraverso il Quadrato è il fatto che ciascun essere considera il proprio mondo come un assoluto e tutto ciò che non può capire diventa una sorta di imbroglio, un gioco di prestigio. Ho trovato divertente il modo in cui l’autore rende scettico ogni personaggio che viene messo di fronte ad una realtà fuori dalla propria comprensione, senza mai uscire dalla coerenza data dalla natura delle sue dimensioni. Particolare il caso del Punto che, non potendo concepire qualcosa al di fuori della propria uni-dimensionalità, non appena sente la voce del Quadrato, si auto-elogia pensando sia una parte del proprio pensiero. Voto 5/5.

L’incontro con la Sfera, mi ha fatta riflettere, soprattutto la sua reazione quando il Quadrato gli propone di visitare la Quarta Dimensione. Accenna al fatto che si possa percepire, ma è qualcosa di non confermato e non ha intenzione di indagare, trovando la questione assurda. Secondo il protagonista noi apparteniamo a Spaziolandia, in quanto viviamo in un mondo costituito da tre dimensioni. Perciò, come dovrebbe presentarsi a noi un essere appartenente ad una dimensione superiore? Come dovremmo apparire agli occhi suoi? Sarà che la Quarta Dimensione sia costituita da tutto ciò che possiamo solo sentire, ma non vedere, come le onde sonore o il tempo? Ma qui sto divagando…

Grazie per la lettura 🙂

Julia Volta

“Eppure faccia caso alla sua soddisfazione assoluta, e ne ricavi una lezione, cioè che essere soddisfatti di se stessi equivale a essere miserabili e ignoranti, e che è meglio aspirare piuttosto che essere felici nella cecità e nell’impotenza.” Flatlandia, E. A. Abbott

“Storie da libro Cuore”

Dopo più di un mese, fra vacanze e impegni non rimandabili, ritorno per condividere le recensioni su un altro grande classico della letteratura italiana. Sto parlando di Cuore di Edmondo de Amicis.

Ho scoperto questo libro in estate, fra la seconda e la terza media. Faceva parte di un gruppo di letture (consigliate e non) assegnateci dalla mia prof di Letteratura. Mi ricordo che per diverse ragioni personali non mi ero potuta dedicare a tutti i 10 titoli, ma quelli che ho letto me li ricordo ancora oggi. Fra questi c’era appunto, Cuore.

Per chi non lo sapesse, si tratta di un’opera pubblicata nell’ottobre del 1886, diventato fin da subito un successo nazionale con ben 40 edizioni nel giro di un anno! Il titolo suggerisce i sentimenti con i quali è stato scritto dall’autore che si rivolge in primis ad un pubblico fanciullesco con le vicende di Enrico, sottendendo un significato simbolico più ampio diretto agli adulti.

Narrato in prima persona, attraverso le circa 250 pagine, scopriamo una realtà storica e sociale contemporanea all’autore comprensibile agli occhi di un bambino, poiché il primo ad essere così piccolo è lo stesso protagonista. Enrico, di ceto borghese, frequenta la terza elementare in un sistema scolastico molto lontano dal nostro. Trascrive i suoi pensieri, le sue esperienze e le novelle che vengono raccontate. Attraverso i suoi occhi conosciamo uno spaccato di vita che forse potrebbe associarsi all’infanzia dei nostri nonni, quando non sempre c’era la possibilità di studiare e il lavoro minorile era la prassi. Secondo me, è un libro adatto agli adolescenti perché ti spinge a riflettere, a guardare la tua situazione scolastica in uno specchio di altri tempi e considerare quanti passi avanti abbia fatto il nostro sistema sociale. Mi ricorda i racconti di mia nonna, sebbene sia nata quasi mezzo secolo dopo e appartenesse ad un grado sociale differente da Enrico, quando da piccola riceveva a scuola bacchettate sulle mani se si comportava male e le famiglie molto povere preferivano farsi aiutare nel lavoro dai figli, spesso avviandoli ad un mestiere che già apparteneva ai genitori. Mia nonna così si è ritrovata a lavorare nei campi a meno di 10 anni.

Non manca nella narrazione, un chiaro intento da parte dell’autore, di ispirare sentimenti di patriottismo, reduci dall’Unità d’Italia avvenuta proprio il 17 marzo del 1861. I fatti narrati si svolgono durante il regno di Umberto I, incoronato nel 1878. Insieme all’elogio per la patria, scorgiamo riferimenti alla sacralità, alle festività cristiane e, infine, molto importante, i valori di famiglia attraverso il rispetto e l’ubbidienza ai propri genitori, la devozione, lo spirito di sacrificio, la solidarietà fra ceti sociali differenti,…ecc..insomma, delle fondamenta sulle quali, secondo l’autore, l’Italia stava costruendo il suo glorioso presente e futuro.

Sarei curiosa di sapere cosa ne penserebbe ora De Amicis del nostro Paese, fra valori forse andati perduti e un popolo sempre più deluso. Voto massimo naturalmente.

“I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana.” Cuore, E. De Amicis

Robot: progresso o minaccia?

Per il mese di settembre ho deciso di proporre un best seller che ha fatto la storia per quanto riguarda le leggi della robotica. Un titolo che ha ispirato l’omonimo film con Will Smith, le cui analisi ho portato all’esame di terza media (si ero una secchiona :P). Sto parlando di Io, Robot di Isaac Asimov.

Per chi non l’avesse letto, dovete sapere che è stato scritto nel 1950 segnando una rivoluzione nel genere perché per la prima volta vengono formulate e applicate le tre celeberrime Leggi della Robotica, norme che regolano il comportamento della “macchine pensanti”, la base di tutta la letteratura e filmografia che ne seguì. Quali sono le tre leggi? 1. Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno; 2. Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che contrastino con la Prima Legge; 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.

Sulla base di queste, prende vita il romanzo che è una raccolta di storie che mostrano con ironia e divertimento, i lati bizzarri e ambigui della natura umana. Nei racconti di Asimov abbiamo dei robot che entrano in conflitto con le Leggi in svariati modi, a dimostrazione del fatto, per ammissione implicita dell’autore, che l’essere umano non può tener conto delle infinite variabili del caso. Si possono creare macchine sulla base di proprie leggi morali? Sì, ma quanto più queste diventano sofisticate, tanto più il paradosso non tarda a manifestarsi. Un romanzo da pieni voti che tutti dovrebbero leggere, soprattutto in un’epoca di continui progressi tecnologici come la nostra.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Vorrei aggiungere un piccolo confronto con il film che ha preso lo stesso titolo del romanzo, diretto da Alex Proyas, dove fin dall’inizio abbiamo un poliziotto diffidente nei confronti delle “macchine” a causa di esperienze personali. Come nell’antologia di Asimov e secondo la logica dell’ultimo racconto Conflitto Evitabile, anche qui le tre Leggi entrano in conflitto con l’AI Viki presente nella US Robotica. Gli esseri umani, nella loro ambizione e, talvolta, presunzione, non tengono conto del fatto che essi stessi rappresentano un pericolo per la loro razza, costringendo i robot a prenderne il controllo e, nel caso, eliminare chi costituisce una minaccia. Così, mentre nei racconti del celebre autore, ogni conflitto viene risolto, in maniera utopica direi, grazie all’ingegno degli esseri umani che comunque dimostrano ancora una volta la loro superiorità, nonché complessità unica della propria mente, nel film il tutto viene risolto resettando come un virus il cervello di Viki. Niente test di logica, niente risoluzione utilizzando l’intelligenza, perché effettivamente l’AI non aveva tutti i torti: gli uomini si autodistruggono davvero e forse, nella loro ambiguità, non sono ancora pronti a far fronte a questo nuovo tipo di tecnologia. Da notare che nel film l’ago della bilancia pende a favore degli uomini, anche grazie al contributo di Sonny, unico androide dotato di sentimenti, una specie di umano 2.0, che con inganno riesce a salvare la pelle alla Calvin e Spooner. Penso che sia il libro sia il film forniscano degli ottimi spunti di riflessione…

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Il robot aprì le mani a ventaglio con un gesto di disapprovazione. -Non accetto spiegazioni assurde solo perché mi siete gerarchicamente superiori. Ogni teoria deve avere un supporto razionale, altrimenti non è valida. E che mi abbiate creato voi è un’ipotesi che contrasta con tutti i principi della logica.” Io, Robot di I.Asimov