Harry, il ritorno!

Dopo settimane mi accingo finalmente a scrivere una breve recensione sul secondo volume della saga fantasy più famosa del mondo: Harry Potter di J. K. Rowling.

La trama de La Camera dei Segreti è nota a tutti: Harry si trova al secondo anno di magia e stregoneria di Hogwarts, raggiunto non senza impedimenti, che gli sono costati quasi l’espulsione per colpa dell’elfo Dobby. Tuttavia, Harry e i suoi amici cominciano a notare che i compagni di scuola vengono colpiti da uno strano incantesimo, legato in qualche modo all’origine della leggendaria Camera dei Segreti. Come sempre si ritroveranno alle prese con un mistero legato alla magia oscura, per far luce su ciò che sta realmente succedendo e risolvere l’enigma che mette in pericolo tutti.

Quando ho letto il secondo capitolo, ormai avevo già visto il film non so quante volte, quindi posso dire che mi è sembrato abbastanza fedele. Devo ammettere, che avendo ormai la mia breve memoria occupata dalla trasposizione cinematografica, mi risulta difficile ricordarmi eventi essenziali nella narrativa che hanno segnato la linea di demarcazione. Forse, perché in fin dei conti non ci sono. È risaputo infatti che C. Columbus, regista dei primi due, si sia mantenuto abbastanza vicino agli eventi.

Le differenze non sono molte e inoltre, risultano un po’ insignificanti a parer mio. Per esempio, quando Ron e Harry si recano nel bosco alla ricerca di Aragog, vengono scortati di peso insieme al cane Thor e portati dal capo, trovandosi a penzoloni tenuti dalle zampe di ragni giganti. Oppure, nel libro viene spiegato meglio il ruolo di Ginny e il suo rapporto con il diario di Riddle, mentre nel film il collegamento non mi era sembrato così esplicativo. O ancora, la strategia di Harry per liberare il povero Dobby, che prevedeva sempre un calzino, ma usato come sacca per contenere il libro.

Per quanto riguarda lo stile, stiamo ancora parlando di un libro che si avvicina più al mondo fanciullesco, pur senza annoiare e lo dice una che, oramai, la storia dei primi volumi la sa a memoria. È anche vero che lo sprone per proseguire è dovuto alla curiosità di scoprire maggiori dettagli sul passato di Voldermort, Silente o altri personaggi secondari, particolari che si sono persi per strada con i lungometraggi successivi.

Insomma, una storia che a livello letterario ancora non esplode, ma comunque piace. Voto 4/5.

Julia

“Sono le scelte che facciamo che dimostrano quel che siamo veramente, molto più delle nostre capacità.” Harry Potter e la Camera dei Segreti, J. K. Rowling

Harry Potter, ne avete mai sentito parlare?

Ebbene sì, lo confesso. Appartengo a quegli ultimi quattro gatti rimasti sulla faccia della terra che, pur apprezzando la saga del maghetto più famoso del mondo, non hanno ancora finito di leggerla. Però ho iniziato, eh!

La prima volta che ho sentito parlare di Harry Potter, frequentavo le medie e ci era stato assegnato per compito da leggere. Ho confessato alla mia prof di italiano, circa quindici anni dopo e per caso sui social, che non avevo mai assolto al mio dovere! Mia madre aveva comprato il libro che aveva ancora quell’orrenda copertina di Harry con un cappello da topo e un ratto enorme di fianco a lui, su uno sfondo giallo ittero. Nonostante sapessi già di amare la lettura, ogni volta che si presentava una storia fantasy, non venivo attirata per nulla. Preferivo leggere Calvino, rendiamoci conto! La cosa ancora più sorprendente è che mio fratello è stato il primo a leggerlo e anche con un certo entusiasmo (il periodo più prolifico per lui in termini di lettura libera).

Niente, ho dovuto attendere i miei..cof, cof.…27 anni prima di iniziare! Secondo voi mi è piaciuto? Lo dico sinceramente, prima di addentrarmi ne La Pietra Filosofale, avevo delle aspettative altissime. L’entusiasmo è andato scemando, quando mi sono resa conto che è proprio un libro per bambini. Okay, avrei dovuto saperlo, ma mi aspettavo un linguaggio più vicino ai ragazzi. Nonostante ciò, non annoia più di tanto e la narrazione scorre veloce fino alla fine. Niente colpi di scena per me che ho già visto i film 175 volte, ma ero curiosa di capire quanto fosse diversa la narrazione scritta. In effetti, a parte qualche piccola differenza di trama, la parte finale ha acquisito maggior significato: sto parlando delle prove prima di arrivare alla stanza con Raptor. Non sembrano messe a caso come nel film, ma acquisiscono un senso determinato dai professori che le hanno ideate, rispecchiando la loro stessa materia di studio. Fantastico! Peccato che non ci fossero tutte nella trasposizione, ma alla fine della fiera, il regista è stato abbastanza fedele.

Tornando allo stile del primo libro, mi sono chiesta cosa abbia scatenato tanto successo nel pubblico. Sapevate che il manoscritto era stato rifiutato da ben 14 case editrici? Da non credere, vero? A mio parere, la Rowling è stata un genio nel rivoluzionare il mondo della magia, come se fosse un universo reale vicino al nostro, un po’ come nelle storie medioevali. La differenza è che qui ha ricreato la stessa interdipendenza ai giorni nostri. La concezione del mago e della strega è stata stravolta: prima di tutto non ci immaginiamo più vecchi barbuti e saggi (Silente a parte, che conserva il fascino del buon Merlino), spesso antagonisti di ciabatte rinsecchite e crudeli, dedite a magie oscure, ma persone neutrali: entrambi possono essere sia buoni, che cattivi. Tutte le stranezze che ha costruito intorno a queste figure, per dare un senso a questa nuova natura, è semplicemente fantastico. Adesso mi rivolgo agli altri 3 gatti di cui parlavo all’inizio: vi consiglio di leggerlo!

Voto 4.5/5.

Julia Volta

“Le prime vittime sono sempre gli innocenti.” Harry Potter e la Pietra Filosofale, J K Rowling

Divergent: scegli bene che poi non puoi cambiare “proprio mai”

Non ho letto molti libri di genere fantascientifico, ma mi piacciono i film ambientati in futuri distopici, post evento apocalittico, dove la società umana in qualche modo si è riorganizzata sperando di non ricommettere gli stessi errori del passato. Non è un caso che, proprio in questo periodo, mi sto dilettando a giocare ad Horizon Zero Dawn 😛 Comunque, quando mio marito mi ha regalato Divergent di Veronica Roth, ero carica di curiosità.

Premesso, avevo già visto tutta la trasposizione cinematografica e diciamo che l’ho trovata godibile. Ma, avendo sentito che, per esempio, per Hunger Games i libri sono meglio dei film, ho pensato che anche in questo caso valesse il medesimo discorso. Allora, prima di tutto partiamo dalla trama del primo volume. Siamo in un futuro non ben specificato, nella città di Chicago post megacasinomondiale che ha distrutto tutto. All’interno delle mura, la società umana si è riorganizzata dividendosi in cinque fazioni: Abneganti, dediti all’altruismo e capi di tutti; Eruditi dediti alla conoscenza, diretti rivali dei precedenti; i Candidi che, per la loro inclinazione all’assoluta trasparenza, gestiscono la parte giurisdizionale della società; i Pacifisti che si occupano dell’agricoltura e sono simili ai figli dei fiori; e infine, gli Intrepidi che elogiano il coraggio e fanno da polizia di stato. In disparte e sostenuti solo dalla generosità degli Abneganti, ci sono gli Esclusi, ovvero tutti quelli che per un motivo X sono stati cacciati dalla fazione di appartenenza e ora sono condannati a fare l’elemosina.

Beatrice, la protagonista, fa parte del primo gruppo ma, dopo aver fatto il test attitudinale prima della Cerimonia della Scelta della fazione per la vita, si scopre essere Divergente: i risultati sono incerti, perché i suoi tratti dominanti corrispondo al profilo di tre gruppi differenti. Mantenendo comunque questo segreto e sentendo di non riuscire a vivere seguendo le restrizioni degli Abneganti, decide di andare con gli Intrepidi. Ma per entrare nella fazione occorre superare delle prove fisiche durissime e lei non crede di potercela fare.

Parto subito dicendo che l’idea di fondo l’ho considerata originale. È vero, visto il periodo in cui è uscito il romanzo, non era di certo nuovo il tema di una società futura post apocalittica. Tuttavia, trovavo interessante la suddivisione creata dalla Roth, dove gli umani, in maniera super ottimista, pensavano di fare funzionare le cose estremizzando delle nostre tendenze e segregandole in soli cinque gruppi. Difatti, le crepe di questo sistema iniziano a vedersi in maniera evidente e la struttura cigola rumorosamente. Dunque, dove sta il problema? Nello sviluppo naturalmente! Non si salva niente, né lo stile, né il contenuto. Parte benissimo e poi si perde diventando ripetitivo, banale, superficiale e ridicolo. Ci sono dei costrutti sintattici che ho trovato degni di un romanzetto per adolescenti, con parole che ritornano in maniera ridondante, molte incentrate sul fisico dei personaggi.

La storia, a mio avviso, è troppo concentrata su questa tresca amorosa adolescenziale dove un bisteccone super palestrato ma dal cuore d’oro si innamora perdutamente e senza ragione alcuna (non c’è niente di profondo, state tranquilli) di una tizia che un giorno fa la gatta morta e il giorno dopo diventa Wonder Woman nelle spoglie di una dodicenne. Una coppia che non mi dice niente e non mi ha fatto sentire per nulla coinvolta. All’improvviso si amano da morire e tu sei lì che cerchi di capire “ah ma ci stavano provando seriamente fra loro…”. Gli altri personaggi idem con patate: senza spessore e senza ragioni. Peter è cattivo perché sì, con i cani da guardia Molly e Drew monellacci che non sono altro! Non c’è pietà nemmeno per gli amici di Tris (wow che nome da dura!), che compaiono solo quando lei ne ha bisogno. Forse Ali aveva capito tutto e si è tolto di scena per darsi un minimo di dignità.

Ma poi vogliamo parlare del discorso fazioni? Come dicevo, era bella l’idea di mostrare quanto una società del genere non fosse auspicabile, ma proprio perché l’essere umano è così complesso da non poter essere segregato nel pensiero di una sola fazione. Si può essere altruisti e amare lo studio, per esempio. Ma questa cosa non la capiscono nemmeno i cervelloni Eruditi, tacciando come minacciosi i Divergenti. In ogni caso, i peggiori sono gli Intrepidi. Cioè, una fazione più scema della loro non potevano farla! “Bella zio, siamo troppo coraggiosi e avanti, per dimostrare di avere fegato saltiamo sul treno in corsa perché non ho sbatti di aspettare che si fermi, ci facciamo tatuaggi e piercing (ma perché dovrebbe essere una prerogativa di questa fazione? Posso capire gli Abneganti, ma gli altri?), accettiamo qualunque forma di violenza perché se sei intrepido non piangi come una frignina ecc…” Profondi eh…La loro filosofia non regge per un cavolo e ad un certo punto se n’è resa conto pure l’autrice perché accenna al fatto che una volta (tempo imprecisato) era una fazione migliore, più virtuosa, mentre ora sono rimasti solo palloni gonfiati.

Insomma, mi sarebbe piaciuto sapere di più su questo sistema, cosa studiavano i ragazzi a scuola? Quali erano le origini che raccontavano? E poi, “la conoscenza degli eruditi li ha portati alla sete di potere”, ma seriamente? Quindi voler studiare è una colpa? In questo primo volume, sinceramente, ho apprezzato di più la scelta di Caleb: aveva le idee chiare fin da piccolo a quanto pare, poi, non appena si è reso conto del marcio, è tornato indietro.

Voto 2,5/5.

Ora starete pensando: “Va beh, vista la recensione, sicuro non legge i prossimi.”

Julia Volta

E l’eco (del commerciale) rispose

La mia idea era quella di far uscire un articolo su un best seller a fine gennaio, ma altri impegni e la lettura stessa, hanno tardato i miei buoni propositi. Francamente con Hosseini pensavo di andare sul sicuro e, invece, mi sono ricreduta.

Terzo romanzo del celeberrimo Khaled Hosseini, la quarta pagina di copertina de E l’eco rispose ci fornisce le premesse per un romanzo destinato a donarci forti emozioni: un padre e i suoi due figli sono in viaggio verso Kabul, partendo dal loro piccolo villaggio povero Shadbagh. Sul loro carretto rosso Sabur, il padre, ha caricato Pari, la figlia di tre anni. Invano ha cercato di rimandare a casa il figlio Abdullah. Il ragazzino ha deciso che li accompagnerà a Kabul e niente potrà fargli cambiare idea: il legame tra i due fratelli è troppo forte. C’è qualcosa che lo turba per tutto il viaggio e, quando giungono a destinazione, un avvenimento cambia le loro vite per sempre.

Mi ricordo che diversi anni fa, pochi mesi dopo la sua uscita, avevo chiesto a mia zia cosa ne pensasse al riguardo. La sua risposta è stata una smorfia di disgusto prima di esprimere la sua delusione. Lì per lì ho sperato che fosse solo una sua impressione, forse un po’ esagerata, per questo ho deciso di comprare il romanzo appena trovato in offerta. Dopo Mille Splendidi Soli, che per altro ho già recensito, ero carica di aspettative. Ma quando sono arrivata all’ultima pagina, ho chiuso il manoscritto con un enorme “Bah…”. Per me le premesse c’erano tutte, ma lo sviluppo della storia è stato talmente tanto prolisso e intricato, da creare solo confusione. I primi capitoli, infatti, mi hanno tenuta incollata alle pagine con il fiato sospeso, poi però hanno iniziato a inserirsi personaggi di contorno con i loro punti di vista e storie personali. Ha fatto un giro talmente largo che quando sono arrivata al gran finale, ero così snervata dalla noia, che non mi ha suscitato nemmeno chissà che emozioni. Inoltre, i numerosi flashback che sopraggiungono uno dietro l’altro, non fanno altro che rendere ancora più confusionario il quadro generale della narrazione.

ATTENZIONE SPOILER!!!!! La mia delusione è data dal fatto che sembra abbia inserito degli episodi inutili giusto per aumentare il numero delle pagine. È stato come leggere parti di altri romanzi dentro ad uno solo: ad un certo punto parla lo zio Nabi in prima persona, dilungandosi fino alla noia. Mi immagino il dott. Varvaris che legge sta lettera infinita e si addormenta di tanto in tanto perdendosi in logorroici discorsi su come trascorrevano le giornate il signor Wadhati o Nabi stesso. Come se non bastasse si aggiunge la storia di Idris e Timur che leggi fino alla fine sperando di capirne il nesso e invece no: finisce solo con la migliore figura di cioccolata che abbia mai letto in un libro e poi personaggi spariti nel nulla. Ciliegina sulla torta, il lunghissimo excursus sulla vita del chirurgo Markos Varvaris, con una memoria peggio degli elefanti, dato che si ricorda dialoghi inutili risalenti alla sua infanzia avvenuta decenni prima, che comunque non porta a niente perché già sai che ha chiamato Pari per leggerle la lettera dello zio Nabi. Anche qui ti viene da dire “Embé?”. Mentre Markos racconta si inseriscono episodi a caso della sua vita dove non si sa dove sia stato e quando, ma ha conosciuto gente e ha visto cose che voi umani…Che poi sono anche storie interessanti, ma forse per altri libri, perché qui volevo sapere solo dei due fratelli, anzi tre se ci aggiungiamo il fratellastro Iqbal. Per assurdo di Abdullah non sappiamo quasi niente: solo informazioni generiche date dalla figlia. Ma almeno lui che si ricordava della sorella, non poteva fare un tentativo per cercarla? Lo zio è morto pure tardi! Per rendere il tutto più drammatico lo rivediamo solo alla fine, ormai in piena demenza senile, forse Alzheimer, che non riconosce più nemmeno la sorella. Poteva essere un finale struggente, ma l’intero libro non mi ha fatto affezionare abbastanza ai protagonisti: troppo occupata a capire il nesso logico per la presenza di tutte le altre storie. Come se scrivessi la biografia di, che so, Jane Austen e dedico centinaia di pagine alla vita del lattaio e del tizio che ha venduto i maiali al padre. Ma perché?

Voto 2/5

“Imparai che il mondo non vede la tua anima, non gliene importa un accidente delle speranze, dei sogni e dei dolori che si nascondono oltre la pelle e le ossa. Era così: semplice, assurdo e crudele.” E l’eco rispose, K. Hosseini

Se non puoi salvarli tutti, occorre salvarne uno alla volta

Ci sono libri che raccontano vicende epiche, grandi guerre fra popoli, famose faide familiari,…e poi esistono quelli che prendono la lente di ingrandimento e raccontano storie più piccole di persone comuni, costrette a subire per via indiretta le scelte di chi sta al potere. Fra questi abbiamo La Danzatrice Bambina di Anthony Flacco.

Zubaida ha nove anni e vive in Afghanistan in periodo storico triste e vergognoso: imperversa la guerra e i talebani sembrano decisi ad annullare qualsiasi cosa che doni un briciolo di gioia, sotto un regime di terrore. Zubaida sembra non curarsi di ciò che accade fuori dal suo piccolo villaggio e danza a piedi nudi a ritmo di una musica che sente dentro. Un giorno, però, accade il peggio: a causa di un incidente domestico, rimane bruciata. La situazione è disperata, dato che non si può sperare in un’assistenza sanitaria adeguata e le condizioni della bambina sono angoscianti. Ma il padre di Zubaida non si arrende ed è disposto a portare sua figlia in capo al mondo pur di salvarla, persino recarsi nell’accampamento militare degli americani.

Penso che la storia di questo libro sia un elogio non solo alla determinazione, ma anche all’amore paterno che spicca ancora di più riscontrato in una Paese dalla cultura restrittiva, dove la vita di una figlia femmina vale poco. Vediamo un padre disposto a tutto pur di salvare la sua amata bambina, che viaggia giorni non curandosi del resto del mondo. Non gli importa se gli americani non li capisce e hanno una cultura completamente diversa dalla sua. Lui sa che loro possono salvarla.

Una storia toccante che affronta tematiche molto profonde in maniera dolce e delicata, adatta anche ad un pubblico più fanciullesco. Nel libro si affronta molto bene anche tutta la parte degli interventi chirurgici affrontati dal dott. Peter Grossman per salvare Zubaida Hassan: un lavoro lungo e meticoloso che viene descritto progresso dopo progresso. La storia di questa bambina, accaduta nel 2001, diventa un caso mediatico e viene conosciuta in tutto il mondo. Per rispetto nei confronti dei più sensibili evito di postare la foto delle condizioni della bambina quando si è presentata per la prima volta nell’accampamento militare, ma per chi volesse approfondire esistono numerosi articoli nel Web dove se ne parla.

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Perché così tanto per un’unica ragazzina?” Non si poteva negare che fosse una domanda legittima e che alcuni – forse tanti – avrebbero trovato giusto obiettare sul caso di Zubaida.
Del resto, a quella domanda non si potevano dare che tre risposte. Perché il caso ha voluto che si trovasse lì. Perché il caso ha voluto che le altre persone che si trovavano lì fossero quelle giuste. E soprattutto perché quando non è possibile salvarli tutti, occorre fare la seconda miglior cosa possibile: salvarne uno alla volta.” La Danzatrice Bambina, A. Flacco

Delicato come la Seta

Dopo le delusioni lasciate dai precedenti libri, ho deciso di buttarmi sui grandi classici ed è così che, approfittando degli sconti della Feltrinelli, ho acquistato Seta di Baricco. Chiariamoci, non è detto che se un libro sia considerato universalmente un capolavoro, debba piacere per forza a tutti. Tuttavia, nell’immaginario comune, si pensa che questa etichetta riduca la percentuale di possibilità di ricevere una delusione. Senza contare il fatto che spesso è la stima nei confronti dell’autore a farci apprezzare di più una sua opera, seppur con qualche nota stonata che non sentiamo.

Ad ogni modo, ecco la trama. Il giovane Hervé Joncour conduce una vita routinaria con la moglie a Lavilldieu, partendo ogni anno per comprare le uova di bachi da seta. Dapprima i suoi spostamenti sono abbastanza circoscritti per lo più all’Europa, ma non appena le uova iniziano ad ammalarsi, gli viene proposto di partire per il lontano Giappone. Siamo dopo la metà del XIX secolo e cimentarsi in viaggi del genere voleva dire stare fuori casa per mesi e mesi. Dopo il primo commercio in questa meta così lontana ed esotica ci ritornerà ogni anno, soprattutto per raggiungere una passione segreta.

Una cosa particolare che ho notato è che, fra numerosi lettori, Baricco è uno di quegli autori che o si ama o si disprezza, senza vie di mezzo. Ho letto di opinioni di grandi appassionati che pendono letteralmente da ogni sua riga scritta, ma al contempo ce ne sono altri che lo considerano sopravvalutato e spocchioso. Dal canto mio, devo dire che non è il mio primo approccio con lui, dato che mesi fa avevo letto Novecento. Apprezzo molto la forma di scrittura di Baricco: veloce, scorrevole, semplice, ma mai banale. Per quanto questo, come Novecento, si leggano davvero in pochissimo tempo, si tratta comunque di una prosa che possiede una nota poetica nel suo modo di esprimersi. E’ anche vero, che come alcuni hanno fatto notare, in Seta ci sono parecchie ripetizioni, come per la descrizione dei suoi viaggi, ma penso che siano messe apposta per sottolineare quanto il Giappone fosse un mondo tanto lontano rispetto a Lavilldieu, quasi come se Hervé stesse viaggiando verso un altro pianeta lontano dal suo. Voto personale 3.5/5.

ATTENZIONE: SPOILER NEL PARAGRAFO!!! Cosa racconta Seta? Una storia d’amore naturalmente. Ma non fra il detestabile protagonista e una donna orientale che non raggiungerà mai, piuttosto è la storia d’amore di Hélène la moglie, raccontata concentrandosi sul marito. Joncour penso che sia la reincarnazione dell’insoddisfazione: vive in un paese piccolo dove si vive come in una grande famiglia, ha molti soldi, una moglie che lo ama, un amico bizzarro, una carriera avviata…insomma, visto da fuori avrebbe tutte le carte in regola per vivere sereno. Ma no, lui va a desiderare ardentemente qualcosa che non può avere e vive a migliaia di km di distanza da lui. Quello che penso io, è che non si sia innamorato della donna in sé lì in Oriente, ma dell’idea del mistero che stuzzicava la sua fantasia, risvegliandolo dal suo mondo sempre uguale e ripetitivo. La moglie, che inizialmente sembra un personaggio senza spessore, alla fine ci sorprende, dimostrando di essere molto più profonda dello stesso Joncour. Mentre lui rimane accecato da qualcosa di effimero, lei escogita un piano per riprendersi il ruolo da protagonista scrivendo una lettera struggente e facendo credere che sia stata inviata dalla misteriosa dama del Giappone. Joncour, che ci mette anni a capire l’inghippo, fa pure la figura del babbeo rendendosi conto troppo tardi di aver sprecato il suo tempo dietro ad aria fritta. Che dire? Non te la meritavi proprio una moglie così…

“E’ uno strano dolore […] Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai.” Seta, A. Baricco

La saga dei vampiri di Abercrombie

Frequentavo ancora il liceo, quando ho sentito parlare per la prima volta di Stephenie Meyer e l’ho scoperta grazie ad una mia compagna di classe che aveva cominciato a leggere la saga di Twilight entusiasta, presentando la storia a me e alla mia amica con occhi sognanti a cuoricino. Non vi nascondo che per un certo periodo anche io mi sono lasciata trascinare dalla corrente Edwardiana, ma non vi preoccupate, sono guarita da anni 😛

Per i pochi individui superstiti al mondo che ancora non conoscono la trama, la storia ruota intorno all’intreccio amoroso fra Bella Swan, un noiosissimo esemplare di essere umano, e il vampiro Edward, direttamente dal sottomondo Abercrombie. Un amore impossibile per certi versi, visti i mondi dai quali provengono, oltre che ostacolato dal terzo incomodo Jacob, più volte friendzonato senza pietà. Insomma una love story tutta adolescenziale, dai tratti fantasy, caposaldo di tutte le saghe amorose vampiresche che esistono oggi, molto meno serie dell’audace Buffy che i vampiri li ammazzava.

La saga, composta da ben quattro volumi, è stata divorata dalla sottoscritta e dalle proprie coetanee nel giro di pochissimo tempo. E con occhi ancora sognanti, abbiamo atteso con trepidazione la scelta degli attori che avrebbero interpretato i ruoli dei nostri paladini. Gli stessi, fra i quali sicuramente spicca Robert Pattinson alias Cedric Diggory, che ancora oggi si rifiuta di parlarne e la considera una storia imbarazzante e a tratti disgustosa (vedi quando Eddy, per salvare Bella va, a dare una leccata alle sue ferite sanguinanti o mangia la placenta), nonostante abbia segnato l’ascesa della sua carriera cinematografica. Non che avesse tutti i torti, eh. Ma cosa c’è che non piace esattamente di questa saga?

Prima di tutto partiamo dai pregi. Nonostante tutti adesso deridano persino i film omonimi, quando era appena uscito, ai tempi che furono, moltissime adolescenti impazzivano letteralmente per queste vicende ed altrettante cercavano di immedesimarsi nella mummia Bella. Per non parlare del fatto che erano nati dei veri propri schieramenti, chi a favore del tenebroso Edward e quelle che apprezzavano il sangue caliente di Jacob. Quando la Meyer ha annunciato che stava riscrivendo la storia dal punto di vista di lui, Midnight Sun, erano tutte impazienti di sapere quando sarebbe uscito. Beh, grazie ad un hacker che ha distribuito nel web ben 13 capitoli dell’opera, le stesse fanciulle hanno dovuto aspettare forse un decennio, facendo in tempo a guarire dall’incanto vampiresco. Devo ammettere, tuttavia, che fra alti e bassi si tratta di un’idea che in origine mi è sembrata davvero originale. Nata da un sogno della stessa autrice, si è sviluppata con ritmo serrato e avvincente, tanto che i libri venivano letteralmente divorati. Mi piaceva molto anche la scelta dei titoli dei vari capitoli, una metafora che anticipava a grandi linee ciò che sarebbe accaduto. Delle copertine davvero studiate, una cosa che ho visto fare poco ultimamente…

Cosa, dunque, mi ha fatto ricredere? Col senno di poi ti rendi conto che la storia con personaggi annessi, fa un po’ di acqua. Per intenderci, negli stessi anni sentivo molto parlare anche della saga di Harry Potter (J.K.Rowling), sempre universo fantasy, ma con valori e intreccio completamente diversi. Cosa insegna Twilight? Il valore dell’amore? Un sentimento profondo e unico riscontrabile solo con un uomo perfetto in tutto, dal fisico al carattere. Non ha niente che non va, nessuna divergenza di opinioni, neanche un difetto. Bella è legata a lui da un amore che gli altri inutili umani non possono capire. Già, un altro punto è la critica a se stessa, perché la ragazza non fa altro che ripetersi quanto faccia schifo in quanto essere destinato a perire, con mille difetti e sfaccettature, con una bellezza neanche lontanamente paragonabile a quella dei vampiri. Per accettarsi deve a tutti i costi diventare anche lei una bambola di marmo. Quindi un continuo rimando a quando sia triste essere semplicemente umani, senza minimamente prendere in considerazione ciò che ha di buono la nostra natura (ognuno con il proprio pensiero e diversità) e quanto sia bello amarsi nonostante tutto, ma mettendo la questione sul mero piano estetico. E che dire dell’amicizia? Non è stata capace di trattare con rispetto manco un amico, ma tutti diventano strumenti per appagare i suoi capricci infantili: per farmi compagnia, perché sono triste e sola come un cane (scusa, Jacob!), perché così convince Eddy a farmi diventare vampiro,ecc…Ciliegina sulla torta poi, l’assurda accondiscendenza dei suoi genitori nell’accettare di vedere una figlia cambiare fisicamente e diventare a dir poco inquietante, senza voler indagare le motivazioni.

Insomma una saga che sicuramente fa o faceva sognare le ragazzine, soprattutto anni fa, quando ancora era considerata originale, dato che il genere era poco diffuso e ha un po’ cambiato la concezione dei vampiri e licantropi. Ma non certo un ricettacolo di significati profondi…! Voto 3/5.

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Non ho mai pensato molto a come sarei morta, ma morire al posto di qualcuno che amo è un buon modo per andarmene” Twilight, S. Meyer

Memorie di chi?!

Buongiorno (alle 13.50)! Durante questa quarantena molti di noi hanno avuto modo di dedicarsi di più a svaghi personali, che vanno dalla cucina alla lettura di articoli, libri, videogames, maglia, uncinetto, fai-da-te, ecc…Io ho deciso di leggere un libro che tenevo riposto da diverso tempo e che mi aveva attirato per il successo che ne era conseguito alla sua pubblicazione. Si tratta di Memorie di una Geisha di Arthur Golden.

Come si evince già dal titolo, la protagonista è una geisha, Sayuri, una delle più famose del Giappone che, diventata ormai anziana e vivendo a New York, decide di raccontare la sua vita a tale Jakob Haarhuis, docente universitario di storia giapponese. Inizia così il romanzo, narrato in prima persona da lei stessa, che racconta le sue vicende fin dall’infanzia, quando, insieme alla sorella maggiore Satsu, viene portata via da Yoroido, un villaggio povero di pescatori, per essere vendute a Gion dal sig. Tanaka, un commerciante. Le strade delle due ragazze ben presto si dividono: mentre la povera Satsu finisce in un quartiere malfamato dove è costretta a prostituirsi, Chiyo (così si chiama la protagonista prima di diventare una geisha) a causa dei suoi insoliti occhi grigio-azzurri, viene cresciuta in un okiya perché possa farsi strada per diventare “donna dell’arte”. Molte sono le peripezie lungo la strada che prosegue attraverso intrecci amorosi e amicizie, senza dimenticare di spiegare al lettore i sacrifici che comporta questo mestiere, la via da intraprendere prima di arrivare al successo attraverso duro studio e allenamento. Insomma, Sayuri ci racconta come ha fatto a raggiungere il suo successo.

Stando a quanto si afferma nel libro e anche in vari articoli sul web, l’autore ha condotto ricerche per circa 10 anni sul tema, avendo avuto anche lunghi dialoghi con la vera geisha più famosa del Giappone, ovvero Mineko Iwasaki il cui successo risale agli anni ’60 e ’70. La scelta di scrivere in prima persona sicuramente rende il tutto più coinvolgente, anche perché spesso e volentieri il narratore si rivolge al lettore con frasi del tipo “vi ricorderete…” oppure “come vi ho già detto prima…”, ma il ritmo che all’inizio si presenta come scorrevole e veloce, ad un certo punto assume una piega diversa, diventando logorroico e monotono. Arrivata alle ultime 200 pagine ho fatto davvero fatica a finirlo, trovando inutile lo stile prolisso di narrazione di alcuni episodi. Senza contare che ciò che ne è scaturito dalla lettura di questo romanzo mi ha lasciata perplessa: qual era lo scopo di pubblicare un libro del genere dal parte del sig. Golden? Lo dico perché a causa di questo libro sono sorte diverse polemiche e, a quanto pare, la stessa Mineko, che aveva esplicitamente chiesto l’anonimato, ne ha fatto le spese arrivando a denunciarlo per aver scritto fatti non veritieri e pubblicando la sua autobiografia (sicuramente una delle mie prossime letture) intitolata Storia Proibita di una Geisha.

ATTENZIONE: SPOILER NEL PARAGRAFO!!!! Cos’è una Geisha? Per noi occidentali sembra che questa figura non abbia un corrispettivo a noi più familiare e, per questo motivo, è stata erroneamente associata ad una prostituta di alta classe. Niente di più sbagliato e ci tiene a ribadirlo anche l’autore, ma dal racconto non sembra proprio, per questo sono rimasta delusa. Golden ci tiene a sottolineare quanto sia difficile la formazione di giovani apprendiste, piena di studio delle arti e allenamento per quanto riguarda imparare a suonare lo Shamizen, danzare in maniera impeccabile e inespressiva (riprendendo le maschere del Teatro No), preparare il tè secondo la tradizionale cerimonia. Ma come si traduce nella pratica? Nel corso di tutta la storia di Sayuri non ho mai letto un dialogo che rendesse onore a tanti anni di studio. Cosa dovevano studiare a fare ste donne se i loro dialoghi erano sempre puerili e inutili? Inoltre, tutto in quel libro ruota intorno ai soldi: pagare per stare in okiya, pagare per addestrarsi, pagare per essere un danna, pagare per il mitsuage, soldi, soldi e ancora soldi. Si può dire che nell’universo “geishoso” di Golden, l’arte ruoti intorno al denaro influenzando qualunque azione della vita di una geisha. Per carità, si trattava sempre di un lavoro e come tale serviva per campare, ma non c’è nulla di elogio artistico in questo romanzo. Tutto ciò quindi, riduce queste donne a dei meri oggetti del piacere perché non ne ho vista una prendere decisioni a puro vantaggio personale. Sono tutte vittime in questo senso, persino la terribile Hatsumomo che non poteva nemmeno frequentare l’uomo di cui era innamorata oppure la saggia Mameha che, per quanto indipendente che fosse perché viveva in un appartamento tutto suo, doveva star dietro ai capricci del Barone umiliandosi pubblicamente. Persino la storia d’amore con il Presidente alla fine mi suona ridicola: si innamora di lui a 12 anni facendo pensieri maliziosi, cerca di rincorrerlo per tutta la vita come un’adolescente innamorata e alla fine mette in gioco la propria reputazione pur di averlo. Lui alla fine pare comprendere le intenzioni di lei (degno dei migliori film mentali) e la perdona, perciò vissero felici e contenti.

Alla fine di tutto questo mi chiedo, ma che scopo c’era di scrivere un romanzo del genere? I casi sono due: o volevi esporre la realtà nuda e cruda delle geishe con tutte le sue criticità oppure hai solo sfruttato i racconti preziosi di una geisha, manipolandoli secondo i criteri del successo commerciale di altri libri. In ogni caso hai contribuito a screditare questa arte, se di questo di tratta veramente, tanto che una donna che l’ha vissuta in prima persona ha dovuto pubblicare una controrisposta. Quindi, se dopo 10 anni di ricerche, mi tiri fuori una cosa che più che rispecchiare la realtà, cavalca l’onda dei romanzi d’amore sul mercato del té ambientati nell’India come colonia inglese, mi sa che non hai fatto un gran ben lavoro. Per me voto 2.5/5. Ora sono davvero curiosa di sapere la versione di Mineko Iwasaki…

Una nota positiva del libro è che ne hanno tratto un film omonimo dalla colonna sonora stupenda!

“Il rimpianto è un tipo di dolore molto particolare; di fronte a esso siamo impotenti. E’ come una finestra che si apre di sua iniziativa: la stanza diventa gelida e noi non possiamo fare altro che rabbrividire. Ma ogni volta si apre sempre un po’ meno, finché non arriva il giorno in cui ci chiediamo che fine abbia fatto.” A.Golden, Memorie di una Geisha

Correre verso la meta (o metà)

Il best seller di questo mese è un libro che risale al primo biennio di Liceo, assegnato da una professoressa che, in generale, aveva pessimi gusti in termini di lettura. Questa volta però, ci aveva azzeccato e questo compito non era stato poi così male, come temevo. Si tratta di Qualcuno con cui Correre di David Grossman, romanzo celebre dal quale è stato tratto un film omonimo nel 2006 (regista Oded Davidoff).

Il protagonista è Assaf, un sedicenne timido e impacciato a cui viene affidato il compito di ritrovare il proprietario di un cane abbandonato, seguendolo per le vie di Gerusalemme. Correndo dietro all’animale, il ragazzo giunge in luoghi impensati, conoscendo strani e inquietanti personaggi. E a poco a poco ricompone i tasselli di un drammatico puzzle: la storia di Tamar, una ragazza solitaria e ribelle fuggita di casa per salvare il fratello tossicodipendente, finito nella rete di una banda di malfattori. E’ la svolta nella vita di Assaf, che decide di andare fino in fondo per conoscere questa misteriosa eroina.

Ho trovato questo romanzo piacevole, prima di tutto perché i protagonisti sono degli adolescenti ai quali la gente adulta non darebbe due lire. Assaf è fin troppo introverso e nessuno si immagina che la piccola Tamar sia in grado di affrontare il mondo esterno da sola per riprendersi il fratello. Insomma una storia che rende omaggio alla tenacia che possono avere i più giovani, vicende eroiche dei giorni nostri in realtà difficili, lontane dalle tresche amorose alla Gossip Girl. Anche i sentimenti vengono affrontati con una leggerezza disarmante, appena pizzicati come le note di una chitarra, ma capaci di produrre una musica fantastica. Per me merita eccome, con un 4.5/5. Non mi è piaciuto molto il film, invece. Forse perché i personaggi me li ero immaginati diversi e l’ho visto dopo aver letto il libro, o forse perché la tenerezza che traspariva nello scritto, sembrava un po’ persa per strada. Andrebbe visto per curiosità, secondo me.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!!!! Come dicevo, Grossman affronta con delicatezza i sentimenti che legano le persone nel corso di queste avventure. Un timido adolescente cerca per giorni una ragazza sconosciuta, scoprendo di provare dei sentimenti per lei man mano che scopre nuove cose sul suo conto. Se vogliamo Tamar è il suo esatto opposto, il rovescio della medaglia, a cui lui si è sentito attratto inconsciamente, grazie all’espediente della cagnolina Dinka, che fa da legante fra i due. Quando alla fine la trova, in una specie di nascondiglio segreto, non ci pensa su due volte ad aiutarla nel gestire il fratello Shay appena salvato dai malfattori, ma in piena crisi di astinenza. In questa storia sono rimasta particolarmente colpita da due cose: la prima è la morte dell’amica Shelly. Un personaggio problematico, rimasto solo fino alla fine, nonostante per un attimo ci abbia fatto credere ad un barlume di speranza per la sua uscita dal tunnel degli orrori. Shelly viene ingoiata dal suo stesso vizio e caos di vita, e l’unica cosa a rendergli omaggio è una “serata pizza” nel lager dove viveva da tempo. Un’altro punto che mi ha colpito, ma nel senso che non mi è piaciuto, è la fine di Teodora, una sorta di monaca di clausura che ad un certo punto, verso la fine, trova il coraggio di uscire dai confini del suo alloggio e vedere il mondo con i propri occhi. Una signora anziana con una fitta corrispondenza, che Facebook levati proprio, ma che vive reclusa da decenni. Mi sarebbe piaciuto sapere che fine abbia fatto, una volta varcata la soglia, ma non ci è dato saperlo. Adesso che ci penso, la descrizione del suo modo di vivere, sembra un po’ una metafora di questa generazione: giovani che hanno vita sociale solo virtualmente, ma fuori di casa vivono poco e niente. Ma mi rendo conto che forse sto vaneggiando un po’ troppo…

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Allora lei cantò. Così, su due piedi. I’m not your baby di Sinead O’Connor. Non avrebbe potuto scegliere canzone peggiore ma le sgorgò da dentro come un urlo, incontrollato. Forse perché lui l’aveva chiamata ‘piccola’ con tale disprezzo.” D. Grossman, Qualcuno con cui Correre

Il bianco che fa paura

E’ da un po’ che non pubblico un articolo a causa di imprevisti ed impegni, ma alla fine eccomi qui. Di recente ho appreso la notizia della morte di una ex collega, una ragazza solare e fantastica che ho avuto il privilegio di conoscere nel luogo dove lavoravo tempo fa. Scorgendo la mia libreria, uno fra i volumi in mio possesso ha inevitabilmente attirato la mia attenzione, Bianca come il latte, Rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia.

Il libro è scritto in forma di diario personale appartenente a Leo, un sedicenne come tanti che ama stare con gli amici, il calcetto e ascoltare musica dal suo iPod. La scuola è considerata il luogo dove regna la noia per eccellenza, ma un giorno entra in classe un giovane nuovo supplente di filosofia che, con occhi sognanti, sprona i ragazzi a vivere intensamente. Leo ne rimane affascinato e trae ispirazione per trovare dentro di sé una forza che non sapeva di avere. Ha una grossa grande paura, però: il colore bianco, che per lui significa assenza e vuoto, contrapposto al rosso passionale e carico di amore, lo stesso colore dei capelli di Beatrice, la ragazza di cui è innamorato. Quando scopre che lei soffre di una malattia terribile, Leo dovrà affrontare la sua più grande paura, anche con l’aiuto della sua migliore amica Silvia.

Si tratta di un romanzo di formazione, dove in un anno di scuola vediamo la maturazione di un giovanotto che riconsidera ciò che è importante nella vita, le sue aspettative, le sue paure affrontando una situazione che lascia sempre disarmati. Un libro davvero commovente, consigliato per prima da mia madre che si è emozionata dalla prima all’ultima pagina, dopo averlo scoperto fra i compiti assegnati a mio fratello alle superiori. La scrittura è veloce, semplice e scorrevole. Lo finireste in un paio di giorni, dandovi una carrellata di spunti di riflessione. E’ impossibile non assegnare un voto massimo. Non ho potuto dire lo stesso del film omonimo che ho visto molti anni fa e non ho apprezzato per nulla. Non rendeva la profondità e la bellezza del romanzo, secondo me.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!! Il finale di questo romanzo ci emoziona fino alle lacrime perché di sicuro non è il classico happy ending che ci aspetteremmo in altre storie. Si tratta della dura realtà che accomuna tante Beatrici, persone che lottano contro un male spesso difficile da debellare. Intorno a loro le persone che vedono affrontare le chemio/radio con le relative conseguenze, con una dignità sbalordiva, soffrono al contempo nel sentirsi impotenti di fronte a queste situazioni. Purtroppo E., la ragazza di cui parlavo sopra, è stata una di queste. E’ partito con un banale malessere, un dolore al fianco che lamentava anche con me, scambiato per uno strappo muscolare, poi le terapie. Infine, la triste notizia. Come Leo, non ci si rassegna perché dentro di noi fatichiamo ad accettarlo, ma andiamo avanti custodendo il dolce ricordo di queste persone, come per me il sorriso e la risata coinvolgente di E.

Ho preferito scegliere questo libro, invece di altri appartenenti a personaggi famosi come la povera Nadia Toffa, perché estraneo al turbinìo di polemiche varie che sono scaturite, soprattutto di recente. Una storia di persone che nessuno conosce in cui chiunque ci si può rispecchiare, anche se il protagonista è solo un sedicenne, ma la maturazione è una cosa di tutti.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Galleggio in un deserto tutto bianco: una enorme, sterminata stanza bianca insonorizzata, in cui non si distinguono neanche gli spigoli delle pareti. non sai dov’è il sopra il sotto la destra la sinistra…Io urlo, ma ogni suono è inghiottito. Dalla mia bocca escono parole già marce. Silvia chiamami, ti prego.” Bianca come il Latte, Rossa come il Sangue, A. D’Avenia