Harry Potter, ne avete mai sentito parlare?

Ebbene sì, lo confesso. Appartengo a quegli ultimi quattro gatti rimasti sulla faccia della terra che, pur apprezzando la saga del maghetto più famoso del mondo, non hanno ancora finito di leggerla. Però ho iniziato, eh!

La prima volta che ho sentito parlare di Harry Potter, frequentavo le medie e ci era stato assegnato per compito da leggere. Ho confessato alla mia prof di italiano, circa quindici anni dopo e per caso sui social, che non avevo mai assolto al mio dovere! Mia madre aveva comprato il libro che aveva ancora quell’orrenda copertina di Harry con un cappello da topo e un ratto enorme di fianco a lui, su uno sfondo giallo ittero. Nonostante sapessi già di amare la lettura, ogni volta che si presentava una storia fantasy, non venivo attirata per nulla. Preferivo leggere Calvino, rendiamoci conto! La cosa ancora più sorprendente è che mio fratello è stato il primo a leggerlo e anche con un certo entusiasmo (il periodo più prolifico per lui in termini di lettura libera).

Niente, ho dovuto attendere i miei..cof, cof.…27 anni prima di iniziare! Secondo voi mi è piaciuto? Lo dico sinceramente, prima di addentrarmi ne La Pietra Filosofale, avevo delle aspettative altissime. L’entusiasmo è andato scemando, quando mi sono resa conto che è proprio un libro per bambini. Okay, avrei dovuto saperlo, ma mi aspettavo un linguaggio più vicino ai ragazzi. Nonostante ciò, non annoia più di tanto e la narrazione scorre veloce fino alla fine. Niente colpi di scena per me che ho già visto i film 175 volte, ma ero curiosa di capire quanto fosse diversa la narrazione scritta. In effetti, a parte qualche piccola differenza di trama, la parte finale ha acquisito maggior significato: sto parlando delle prove prima di arrivare alla stanza con Raptor. Non sembrano messe a caso come nel film, ma acquisiscono un senso determinato dai professori che le hanno ideate, rispecchiando la loro stessa materia di studio. Fantastico! Peccato che non ci fossero tutte nella trasposizione, ma alla fine della fiera, il regista è stato abbastanza fedele.

Tornando allo stile del primo libro, mi sono chiesta cosa abbia scatenato tanto successo nel pubblico. Sapevate che il manoscritto era stato rifiutato da ben 14 case editrici? Da non credere, vero? A mio parere, la Rowling è stata un genio nel rivoluzionare il mondo della magia, come se fosse un universo reale vicino al nostro, un po’ come nelle storie medioevali. La differenza è che qui ha ricreato la stessa interdipendenza ai giorni nostri. La concezione del mago e della strega è stata stravolta: prima di tutto non ci immaginiamo più vecchi barbuti e saggi (Silente a parte, che conserva il fascino del buon Merlino), spesso antagonisti di ciabatte rinsecchite e crudeli, dedite a magie oscure, ma persone neutrali: entrambi possono essere sia buoni, che cattivi. Tutte le stranezze che ha costruito intorno a queste figure, per dare un senso a questa nuova natura, è semplicemente fantastico. Adesso mi rivolgo agli altri 3 gatti di cui parlavo all’inizio: vi consiglio di leggerlo!

Voto 4.5/5.

Julia Volta

“Le prime vittime sono sempre gli innocenti.” Harry Potter e la Pietra Filosofale, J K Rowling

Divergent: scegli bene che poi non puoi cambiare “proprio mai”

Non ho letto molti libri di genere fantascientifico, ma mi piacciono i film ambientati in futuri distopici, post evento apocalittico, dove la società umana in qualche modo si è riorganizzata sperando di non ricommettere gli stessi errori del passato. Non è un caso che, proprio in questo periodo, mi sto dilettando a giocare ad Horizon Zero Dawn 😛 Comunque, quando mio marito mi ha regalato Divergent di Veronica Roth, ero carica di curiosità.

Premesso, avevo già visto tutta la trasposizione cinematografica e diciamo che l’ho trovata godibile. Ma, avendo sentito che, per esempio, per Hunger Games i libri sono meglio dei film, ho pensato che anche in questo caso valesse il medesimo discorso. Allora, prima di tutto partiamo dalla trama del primo volume. Siamo in un futuro non ben specificato, nella città di Chicago post megacasinomondiale che ha distrutto tutto. All’interno delle mura, la società umana si è riorganizzata dividendosi in cinque fazioni: Abneganti, dediti all’altruismo e capi di tutti; Eruditi dediti alla conoscenza, diretti rivali dei precedenti; i Candidi che, per la loro inclinazione all’assoluta trasparenza, gestiscono la parte giurisdizionale della società; i Pacifisti che si occupano dell’agricoltura e sono simili ai figli dei fiori; e infine, gli Intrepidi che elogiano il coraggio e fanno da polizia di stato. In disparte e sostenuti solo dalla generosità degli Abneganti, ci sono gli Esclusi, ovvero tutti quelli che per un motivo X sono stati cacciati dalla fazione di appartenenza e ora sono condannati a fare l’elemosina.

Beatrice, la protagonista, fa parte del primo gruppo ma, dopo aver fatto il test attitudinale prima della Cerimonia della Scelta della fazione per la vita, si scopre essere Divergente: i risultati sono incerti, perché i suoi tratti dominanti corrispondo al profilo di tre gruppi differenti. Mantenendo comunque questo segreto e sentendo di non riuscire a vivere seguendo le restrizioni degli Abneganti, decide di andare con gli Intrepidi. Ma per entrare nella fazione occorre superare delle prove fisiche durissime e lei non crede di potercela fare.

Parto subito dicendo che l’idea di fondo l’ho considerata originale. È vero, visto il periodo in cui è uscito il romanzo, non era di certo nuovo il tema di una società futura post apocalittica. Tuttavia, trovavo interessante la suddivisione creata dalla Roth, dove gli umani, in maniera super ottimista, pensavano di fare funzionare le cose estremizzando delle nostre tendenze e segregandole in soli cinque gruppi. Difatti, le crepe di questo sistema iniziano a vedersi in maniera evidente e la struttura cigola rumorosamente. Dunque, dove sta il problema? Nello sviluppo naturalmente! Non si salva niente, né lo stile, né il contenuto. Parte benissimo e poi si perde diventando ripetitivo, banale, superficiale e ridicolo. Ci sono dei costrutti sintattici che ho trovato degni di un romanzetto per adolescenti, con parole che ritornano in maniera ridondante, molte incentrate sul fisico dei personaggi.

La storia, a mio avviso, è troppo concentrata su questa tresca amorosa adolescenziale dove un bisteccone super palestrato ma dal cuore d’oro si innamora perdutamente e senza ragione alcuna (non c’è niente di profondo, state tranquilli) di una tizia che un giorno fa la gatta morta e il giorno dopo diventa Wonder Woman nelle spoglie di una dodicenne. Una coppia che non mi dice niente e non mi ha fatto sentire per nulla coinvolta. All’improvviso si amano da morire e tu sei lì che cerchi di capire “ah ma ci stavano provando seriamente fra loro…”. Gli altri personaggi idem con patate: senza spessore e senza ragioni. Peter è cattivo perché sì, con i cani da guardia Molly e Drew monellacci che non sono altro! Non c’è pietà nemmeno per gli amici di Tris (wow che nome da dura!), che compaiono solo quando lei ne ha bisogno. Forse Ali aveva capito tutto e si è tolto di scena per darsi un minimo di dignità.

Ma poi vogliamo parlare del discorso fazioni? Come dicevo, era bella l’idea di mostrare quanto una società del genere non fosse auspicabile, ma proprio perché l’essere umano è così complesso da non poter essere segregato nel pensiero di una sola fazione. Si può essere altruisti e amare lo studio, per esempio. Ma questa cosa non la capiscono nemmeno i cervelloni Eruditi, tacciando come minacciosi i Divergenti. In ogni caso, i peggiori sono gli Intrepidi. Cioè, una fazione più scema della loro non potevano farla! “Bella zio, siamo troppo coraggiosi e avanti, per dimostrare di avere fegato saltiamo sul treno in corsa perché non ho sbatti di aspettare che si fermi, ci facciamo tatuaggi e piercing (ma perché dovrebbe essere una prerogativa di questa fazione? Posso capire gli Abneganti, ma gli altri?), accettiamo qualunque forma di violenza perché se sei intrepido non piangi come una frignina ecc…” Profondi eh…La loro filosofia non regge per un cavolo e ad un certo punto se n’è resa conto pure l’autrice perché accenna al fatto che una volta (tempo imprecisato) era una fazione migliore, più virtuosa, mentre ora sono rimasti solo palloni gonfiati.

Insomma, mi sarebbe piaciuto sapere di più su questo sistema, cosa studiavano i ragazzi a scuola? Quali erano le origini che raccontavano? E poi, “la conoscenza degli eruditi li ha portati alla sete di potere”, ma seriamente? Quindi voler studiare è una colpa? In questo primo volume, sinceramente, ho apprezzato di più la scelta di Caleb: aveva le idee chiare fin da piccolo a quanto pare, poi, non appena si è reso conto del marcio, è tornato indietro.

Voto 2,5/5.

Ora starete pensando: “Va beh, vista la recensione, sicuro non legge i prossimi.”

Julia Volta

L’uno non sa di non esistere, l’altro non sa di esistere

Italo Calvino. Quante volte a scuola ci è stato assegnato un libro di uno dei più celebri scrittori italiani, i cui romanzi si studiano ancora oggi e vengono letti da decine e decine di ragazzi. Fin da subito ho apprezzato il suo stile di scrittura, che trovavo scorrevole, per nulla pesante e comprensibile nonostante fossi appena adolescente.

Fra i libri che ho letto, oggi vi vorrei presentare Il Cavaliere Inesistente, giusto qualora ci fosse qualcuno ancora indeciso se leggerlo o no, oppure un adolescente che ha paura si tratti dell’ennesimo mattone noioso da leggere per forza. Il protagonista è Agilulfo, un cavaliere nobile, valoroso e paladino di Carlo Magno. Cos’ha di strano? Che non esiste. Ovvero, è solo un’armatura vuota che applica alla lettera i dettami della cavalleria, ma non può né mangiare, né dormire.

In una storia ai limiti dell’inverosimile, ambientata nel classico contesto medievale dove la superstizione si incrocia con fatti storici dando alla luce eventi assurdi, vediamo muoversi personaggi che ci trascinano in questa epica avventura. Al fianco di Agilulfo troviamo il giovane Rambaldo che parte in battaglia senza saperne una cicca di combattimento, ma nel suo cuore ha il desiderio di vendicare la morte del padre. Si innamora di Bradamante che lo snobba senza pietà, innamorata della perfezione del cavaliere inesistente. Ma più di tutti mi ricordo del vagabondo Gurdulù che vive imitando il mondo che gli sta intorno. Lui e il cavaliere sono l’uno l’antitesi dell’altro: l’uno non sa di non esistere, l’altro esiste, ma non sa di esistere. Un gioco di parole e significati che ho trovato fantastico e ironico. Una lettura che consiglio a tutti senz’altro, soprattutto ai bambini già dalle scuole medie, anche perché la lettura procede veloce e senza rendersene conto ci si ritrova alle ultime pagine. Voto 4/5.

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“L’arte di scrivere storie sta nel saper tirare fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.” Il Cavaliere Inesistente, I. Calvino

Se non puoi salvarli tutti, occorre salvarne uno alla volta

Ci sono libri che raccontano vicende epiche, grandi guerre fra popoli, famose faide familiari,…e poi esistono quelli che prendono la lente di ingrandimento e raccontano storie più piccole di persone comuni, costrette a subire per via indiretta le scelte di chi sta al potere. Fra questi abbiamo La Danzatrice Bambina di Anthony Flacco.

Zubaida ha nove anni e vive in Afghanistan in periodo storico triste e vergognoso: imperversa la guerra e i talebani sembrano decisi ad annullare qualsiasi cosa che doni un briciolo di gioia, sotto un regime di terrore. Zubaida sembra non curarsi di ciò che accade fuori dal suo piccolo villaggio e danza a piedi nudi a ritmo di una musica che sente dentro. Un giorno, però, accade il peggio: a causa di un incidente domestico, rimane bruciata. La situazione è disperata, dato che non si può sperare in un’assistenza sanitaria adeguata e le condizioni della bambina sono angoscianti. Ma il padre di Zubaida non si arrende ed è disposto a portare sua figlia in capo al mondo pur di salvarla, persino recarsi nell’accampamento militare degli americani.

Penso che la storia di questo libro sia un elogio non solo alla determinazione, ma anche all’amore paterno che spicca ancora di più riscontrato in una Paese dalla cultura restrittiva, dove la vita di una figlia femmina vale poco. Vediamo un padre disposto a tutto pur di salvare la sua amata bambina, che viaggia giorni non curandosi del resto del mondo. Non gli importa se gli americani non li capisce e hanno una cultura completamente diversa dalla sua. Lui sa che loro possono salvarla.

Una storia toccante che affronta tematiche molto profonde in maniera dolce e delicata, adatta anche ad un pubblico più fanciullesco. Nel libro si affronta molto bene anche tutta la parte degli interventi chirurgici affrontati dal dott. Peter Grossman per salvare Zubaida Hassan: un lavoro lungo e meticoloso che viene descritto progresso dopo progresso. La storia di questa bambina, accaduta nel 2001, diventa un caso mediatico e viene conosciuta in tutto il mondo. Per rispetto nei confronti dei più sensibili evito di postare la foto delle condizioni della bambina quando si è presentata per la prima volta nell’accampamento militare, ma per chi volesse approfondire esistono numerosi articoli nel Web dove se ne parla.

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Perché così tanto per un’unica ragazzina?” Non si poteva negare che fosse una domanda legittima e che alcuni – forse tanti – avrebbero trovato giusto obiettare sul caso di Zubaida.
Del resto, a quella domanda non si potevano dare che tre risposte. Perché il caso ha voluto che si trovasse lì. Perché il caso ha voluto che le altre persone che si trovavano lì fossero quelle giuste. E soprattutto perché quando non è possibile salvarli tutti, occorre fare la seconda miglior cosa possibile: salvarne uno alla volta.” La Danzatrice Bambina, A. Flacco

“Storie da libro Cuore”

Dopo più di un mese, fra vacanze e impegni non rimandabili, ritorno per condividere le recensioni su un altro grande classico della letteratura italiana. Sto parlando di Cuore di Edmondo de Amicis.

Ho scoperto questo libro in estate, fra la seconda e la terza media. Faceva parte di un gruppo di letture (consigliate e non) assegnateci dalla mia prof di Letteratura. Mi ricordo che per diverse ragioni personali non mi ero potuta dedicare a tutti i 10 titoli, ma quelli che ho letto me li ricordo ancora oggi. Fra questi c’era appunto, Cuore.

Per chi non lo sapesse, si tratta di un’opera pubblicata nell’ottobre del 1886, diventato fin da subito un successo nazionale con ben 40 edizioni nel giro di un anno! Il titolo suggerisce i sentimenti con i quali è stato scritto dall’autore che si rivolge in primis ad un pubblico fanciullesco con le vicende di Enrico, sottendendo un significato simbolico più ampio diretto agli adulti.

Narrato in prima persona, attraverso le circa 250 pagine, scopriamo una realtà storica e sociale contemporanea all’autore comprensibile agli occhi di un bambino, poiché il primo ad essere così piccolo è lo stesso protagonista. Enrico, di ceto borghese, frequenta la terza elementare in un sistema scolastico molto lontano dal nostro. Trascrive i suoi pensieri, le sue esperienze e le novelle che vengono raccontate. Attraverso i suoi occhi conosciamo uno spaccato di vita che forse potrebbe associarsi all’infanzia dei nostri nonni, quando non sempre c’era la possibilità di studiare e il lavoro minorile era la prassi. Secondo me, è un libro adatto agli adolescenti perché ti spinge a riflettere, a guardare la tua situazione scolastica in uno specchio di altri tempi e considerare quanti passi avanti abbia fatto il nostro sistema sociale. Mi ricorda i racconti di mia nonna, sebbene sia nata quasi mezzo secolo dopo e appartenesse ad un grado sociale differente da Enrico, quando da piccola riceveva a scuola bacchettate sulle mani se si comportava male e le famiglie molto povere preferivano farsi aiutare nel lavoro dai figli, spesso avviandoli ad un mestiere che già apparteneva ai genitori. Mia nonna così si è ritrovata a lavorare nei campi a meno di 10 anni.

Non manca nella narrazione, un chiaro intento da parte dell’autore, di ispirare sentimenti di patriottismo, reduci dall’Unità d’Italia avvenuta proprio il 17 marzo del 1861. I fatti narrati si svolgono durante il regno di Umberto I, incoronato nel 1878. Insieme all’elogio per la patria, scorgiamo riferimenti alla sacralità, alle festività cristiane e, infine, molto importante, i valori di famiglia attraverso il rispetto e l’ubbidienza ai propri genitori, la devozione, lo spirito di sacrificio, la solidarietà fra ceti sociali differenti,…ecc..insomma, delle fondamenta sulle quali, secondo l’autore, l’Italia stava costruendo il suo glorioso presente e futuro.

Sarei curiosa di sapere cosa ne penserebbe ora De Amicis del nostro Paese, fra valori forse andati perduti e un popolo sempre più deluso. Voto massimo naturalmente.

“I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana.” Cuore, E. De Amicis

La saga dei vampiri di Abercrombie

Frequentavo ancora il liceo, quando ho sentito parlare per la prima volta di Stephenie Meyer e l’ho scoperta grazie ad una mia compagna di classe che aveva cominciato a leggere la saga di Twilight entusiasta, presentando la storia a me e alla mia amica con occhi sognanti a cuoricino. Non vi nascondo che per un certo periodo anche io mi sono lasciata trascinare dalla corrente Edwardiana, ma non vi preoccupate, sono guarita da anni 😛

Per i pochi individui superstiti al mondo che ancora non conoscono la trama, la storia ruota intorno all’intreccio amoroso fra Bella Swan, un noiosissimo esemplare di essere umano, e il vampiro Edward, direttamente dal sottomondo Abercrombie. Un amore impossibile per certi versi, visti i mondi dai quali provengono, oltre che ostacolato dal terzo incomodo Jacob, più volte friendzonato senza pietà. Insomma una love story tutta adolescenziale, dai tratti fantasy, caposaldo di tutte le saghe amorose vampiresche che esistono oggi, molto meno serie dell’audace Buffy che i vampiri li ammazzava.

La saga, composta da ben quattro volumi, è stata divorata dalla sottoscritta e dalle proprie coetanee nel giro di pochissimo tempo. E con occhi ancora sognanti, abbiamo atteso con trepidazione la scelta degli attori che avrebbero interpretato i ruoli dei nostri paladini. Gli stessi, fra i quali sicuramente spicca Robert Pattinson alias Cedric Diggory, che ancora oggi si rifiuta di parlarne e la considera una storia imbarazzante e a tratti disgustosa (vedi quando Eddy, per salvare Bella va, a dare una leccata alle sue ferite sanguinanti o mangia la placenta), nonostante abbia segnato l’ascesa della sua carriera cinematografica. Non che avesse tutti i torti, eh. Ma cosa c’è che non piace esattamente di questa saga?

Prima di tutto partiamo dai pregi. Nonostante tutti adesso deridano persino i film omonimi, quando era appena uscito, ai tempi che furono, moltissime adolescenti impazzivano letteralmente per queste vicende ed altrettante cercavano di immedesimarsi nella mummia Bella. Per non parlare del fatto che erano nati dei veri propri schieramenti, chi a favore del tenebroso Edward e quelle che apprezzavano il sangue caliente di Jacob. Quando la Meyer ha annunciato che stava riscrivendo la storia dal punto di vista di lui, Midnight Sun, erano tutte impazienti di sapere quando sarebbe uscito. Beh, grazie ad un hacker che ha distribuito nel web ben 13 capitoli dell’opera, le stesse fanciulle hanno dovuto aspettare forse un decennio, facendo in tempo a guarire dall’incanto vampiresco. Devo ammettere, tuttavia, che fra alti e bassi si tratta di un’idea che in origine mi è sembrata davvero originale. Nata da un sogno della stessa autrice, si è sviluppata con ritmo serrato e avvincente, tanto che i libri venivano letteralmente divorati. Mi piaceva molto anche la scelta dei titoli dei vari capitoli, una metafora che anticipava a grandi linee ciò che sarebbe accaduto. Delle copertine davvero studiate, una cosa che ho visto fare poco ultimamente…

Cosa, dunque, mi ha fatto ricredere? Col senno di poi ti rendi conto che la storia con personaggi annessi, fa un po’ di acqua. Per intenderci, negli stessi anni sentivo molto parlare anche della saga di Harry Potter (J.K.Rowling), sempre universo fantasy, ma con valori e intreccio completamente diversi. Cosa insegna Twilight? Il valore dell’amore? Un sentimento profondo e unico riscontrabile solo con un uomo perfetto in tutto, dal fisico al carattere. Non ha niente che non va, nessuna divergenza di opinioni, neanche un difetto. Bella è legata a lui da un amore che gli altri inutili umani non possono capire. Già, un altro punto è la critica a se stessa, perché la ragazza non fa altro che ripetersi quanto faccia schifo in quanto essere destinato a perire, con mille difetti e sfaccettature, con una bellezza neanche lontanamente paragonabile a quella dei vampiri. Per accettarsi deve a tutti i costi diventare anche lei una bambola di marmo. Quindi un continuo rimando a quando sia triste essere semplicemente umani, senza minimamente prendere in considerazione ciò che ha di buono la nostra natura (ognuno con il proprio pensiero e diversità) e quanto sia bello amarsi nonostante tutto, ma mettendo la questione sul mero piano estetico. E che dire dell’amicizia? Non è stata capace di trattare con rispetto manco un amico, ma tutti diventano strumenti per appagare i suoi capricci infantili: per farmi compagnia, perché sono triste e sola come un cane (scusa, Jacob!), perché così convince Eddy a farmi diventare vampiro,ecc…Ciliegina sulla torta poi, l’assurda accondiscendenza dei suoi genitori nell’accettare di vedere una figlia cambiare fisicamente e diventare a dir poco inquietante, senza voler indagare le motivazioni.

Insomma una saga che sicuramente fa o faceva sognare le ragazzine, soprattutto anni fa, quando ancora era considerata originale, dato che il genere era poco diffuso e ha un po’ cambiato la concezione dei vampiri e licantropi. Ma non certo un ricettacolo di significati profondi…! Voto 3/5.

Grazie per aver letto l’articolo 🙂

Julia Volta

“Non ho mai pensato molto a come sarei morta, ma morire al posto di qualcuno che amo è un buon modo per andarmene” Twilight, S. Meyer

Wonder

Aggirandomi nella sezione dei libri per bambini e ragazzi, mi è capitato numerose volte di imbattermi in un titolo che non riusciva mai a catturare la mia attenzione al punto di prenderlo. Quando l’ho trovato anche a casa dei miei genitori, reperto archeologico rinvenuto durante gli scavi nei pressi della Camera dei Miei Fratelli, mi sono incuriosita soprattutto dopo aver letto la trama. Sto parlando di Wonder di R.J.Palacio.

Il protagonista del libro è il piccolo August “Auggie“, un bambino normale, ma che a causa di una rara malattia genetica che l’ha deformato e diversi interventi chirurgici facciali, si ritrova ad avere un viso fuori dal comune. Per 10 anni ha vissuto protetto dall’amore incondizionato della sua famiglia, studiando in casa, ma ora i genitori pensano che sia giunto il momento di integrarsi in una scuola, cominciando a frequentare dei coetanei. Per Auggie sarà una bella sfida: chi si siederà vicino a lui? chi lo guarderà davvero negli occhi? Riuscirà a farsi degli amici?

A detta della scrittrice, il romanzo nasce da un episodio personale che comunque viene inserito in qualche modo all’interno del romanzo, seppur cambiando protagonisti. Un giorno era seduta su una panchina con i suoi due figli e vide passare una bambina che aveva evidentemente la sindrome di Treacher-Collins, una rara malattia ereditaria che colpisce i tratti facciali, lasciando inalterato tutto il resto. La scrittrice racconta che, presa dal panico, si alzò di scatto e si allontanò di corsa con i figli, più che altro per evitare commenti a sproposito dal parte del più piccolo. Ma nel momento in cui si stava avviando, alle sue spalle sentì la voce della madre della bambina dire dolcemente che era ora di andare a casa. Insomma quella di August è una storia verosimile che nasce con l’intento, probabilmente, di sensibilizzare altre persone, soprattutto i ragazzi, per fargli comprendere che le apparenze non sono tutto. Dietro una facciata che può essere piacevole o meno, può nascondersi un mondo e una personalità più o meno profonda. Ciò che ho amato, oltre alla scrittura scorrevole, è il fatto che ha raccontato il mondo di Auggie anche attraverso altri punti di vista. Voto personale 5/5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Non mi dilungo troppo perché non penso ci sia molto da dire in un libro che parla da sé e vale davvero la pena leggere. Ho molto apprezzato scoprire in maniera profonda anche i pensieri degli altri personaggi, una tecnica che ha “normalizzato” Auggie stesso, dal momento che scopriamo che nel mondo reale, chiunque purtroppo affronta situazioni difficili nella propria vita, più o meno gravi: Julian è ricco materialmente, ma povero di animo e con due genitori a dir poco ignoranti, Jack vive in un quartiere malfamato ed è molto povero, Miranda sta affrontando il divorzio dei genitori ed è costretta a vedere la madre che si lascia andare con l’alcool, Justin è vissuto come un peso in casa sua…insomma la lista è infinita. In tutto questo Auggie diventa un esempio di coraggio e forza d’animo, un bambino straordinariamente intelligente capace di affrontare situazioni difficili prendendole di petto e senza farsi sopraffare. E lui stesso alla fine si rende conto che tutti a proprio modo sono speciali e tutti meritano una standing ovation per come affrontano le difficoltà della vita.

Dallo stesso libro è stato tratto il film omonimo di Stephen Chbosky, non fedelissimo alla trama, ma comunque apprezzabile, con Owen Wilson (super adatto nel ruolo del padre giocherellone) e Julia Roberts nei panni della madre.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura e visione di Wonder 🙂

“Via non mi considera normale. lei dice di sì, ma se non fossi normale non avrebbe tutto questo bisogno di proteggermi. Nemmeno mamma e papà mi considerano normale. Credo che l’unica persona al mondo che capisce quanto sono normale sono io.” Wonder, R.J.Palacio

Storia di Iqbal, forse non abbastanza approfondita

Fra le letture per bambini che più apprezzo in assoluto, ci sono quelle che raccontano storie vere e straordinarie, come quelle di giovani attivisti, pionieri dei diritti umani, piccoli eroi che hanno coraggio da vendere, lottando contro un sistema marcio e diffuso per amore di giustizia. Fra queste, oggi si parla del giovane Iqbal, una figura associata alla lotta contro lo sfruttamento minorile nel mondo, scomparso tragicamente a 12 anni.

Uno dei testi famosi che tratta di lui è Storia di Iqbal, di Francesco d’Adamo, un libro per bambini di almeno 12 anni che racconta, in forma romanzata e a grandi linee, gli ultimi anni prima della morte del protagonista. I fatti vengono narrati in prima persona dal punto di vista di Fatima, una figura fittizia che fa la parte della migliore amica di Iqbal, insieme ad altri bambini che fungono da contorno in queste vicende ambientate nella bottega tessile di Hussain Khan. Forse è proprio questa approssimazione di eventi che mi ha fatto parecchio storcere il naso, perché di Iqbal si approfondisce poco e niente. Fra l’altro l’autore presenta il libro dicendo che del protagonista ha letto un articolo con foto sfocate e non è mai stato in Pakistan, perciò le descrizioni di ambienti appaiono approssimative e a volte scorrette, come il cielo pakistano uguale a quello di una qualsiasi città occidentale piena di illuminazioni artificiali (ma quando mai!) o le case di macchine che i bambini poverissimi sanno riconoscere, nonostante non sappiamo leggere. Mah….Passi per l’ambientazione, ma questo libro non mi pare abbia reso davvero onore alla sua figura. Basta fare un giro su Wikipedia per scovare altre informazioni interessanti che valeva la pena approfondire. In ogni caso, della storia di questo bambino non si hanno moltissime informazioni, ma perché quelle poche a disposizione non vengono inserite in maniera più precisa? Iqbal sapeva bene cosa voleva dire lavorare in una fabbrica di mattoni, perché ci era stato lui stesso a 4 anni, mentre nel testo sembra stupito di vedere come lavorano questi operai durante una delle sue missioni con la BLLF. Inoltre, una volta che fu costretto a tornare nella fabbrica, si rifiutò categoricamente di lavorare, nonostante percosse e insulti, tanto che la sua stessa famiglia fu costretta a fuggire sotto minacce. Il contributo internazionale che ha dato viene appena accennato e non si dice nulla riguardo alle tracce rimaste a livello mondiale, grazie alla sua coraggiosa battaglia per difendere tutti i bambini sfruttati. In sostanza, non ho apprezzato la scelta di lasciare Iqbal come personaggio secondario, anche in considerazione delle aspettative che avevo anche solo leggendo il titolo del libro, ma tutta questa è una personalissima opinione. Per me il voto è 2/5.

Per contro mi è piaciuta la postfazione finale dell’autore che dona diversi spunti di riflessione e altre letture per approfondire l’argomento.

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura e approfondimento degli argomenti trattati nel libro 🙂

Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite. Da grande voglio fare l’avvocato e lottare perché i bambini non lavorino affattoIqbal (1983-1995)

Ma in fondo i ratti non sono poi così male…

Nonostante abbia già qualche volume per bambini nella mia libreria personale, risalenti almeno a un decennio fa (ma pure di più), ho deciso di leggere e recensirne uno che non avevo. Difatti, l’ultima volta che sono stata a trovare i miei genitori, ho deciso di tentare la sorte con un’impresa epica: entrare nella camera dei miei fratelli! C’è da chiedersi il motivo, in effetti. Il fatto è che in mezzo a cadaveri di vestiti in putrefazione sparsi ovunque, un campo minato di calze usate e cavi che ti si avvinghiano alle gambe, come edera impazzita, ho visto una libreria! Perciò mi sono addentrata in questa giungla per vedere se qualcosa fosse sfuggita alla mia attenzione dal mio trasloco. Siccome il tempo per preservare la mia sopravvivenza era scarso, ho raccolto in fretta e furia 3 volumi e uno di questi lo recensisco in questo articolo.

Manco a farlo apposta, visto il contesto per cui mia madre ha perso la guerra a colpi di “Riordinate la cameraaaaaaa!!” ormai da secoli, è un libro che parla di ratti. Si intitola Un’Avventura Rattastica di Derek Bernardson ed è adatto ad un pubblico di almeno 7 anni. I protagonisti sono 4 simpatici ratti fratelli che conoscono una bambina di nome Emma e decidono di aiutarla a scappare quando questa viene rapita dal signor Tizz e la sua banda, per ottenere un riscatto a 6 zeri. Secondo me la storia è carina e spiritosa, adatta sicuramente al divertimento dei più piccoli, ma vi assicuro che strappa un sorriso anche agli adulti. Il ritmo è molto veloce e lineare, molto prevedibile con happy ending persino per i “brutti e cattivi”, ma d’altronde è una storiella per pargoli, quindi va bene così. Voto 3.5/5.

Certo, se avete difficoltà a convincere i vostri figli a pulire la stanza, magari la eviterei come lettura. Si sa mai che evitano di riordinare per attirare i topi e farci amicizia, come la piccola Emma. Adesso che ci penso, magari era questo lo scopo iniziale dei miei fratelli…Chi lo sa! Anzi, a dirla tutta, uno dei due si è anche preoccupato di dirmi di riportarglieli quanto prima…!

Intanto vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona puliz…ehmm lettura del libro 🙂

“A questo punto vi chiederete perché i Rattaquattrini erano detti Rattaquattrini. Adesso ve lo spiego. Quando richiamava in casa i piccoli ratti che stavano giocando fuori, la mamma gridava: <<Rattini! Voi quattro! Ehi, voi quattro! Rattini!>> ma finiva coll’imbrogliarsi e chiamava: <<Voi quattro! Ehi, rattini! Quattrini! Dove siete?>>. Così diventarono i Rattaquattrini. (E Papà rata trovava che era un nome adatto, perché mantenerli gli costava un sacco di soldi).” D. Bernardson, Un’avventura rattastica

Storie della Preistoria

L’abitudine di raccontare storie ai bambini prima di metterli a letto appartiene a molti genitori ed è un piacevole ricordo che rimane poi da adulti. Il libro che propongo questo mese è del celebre Alberto Moravia, una raccolta di Storie della Preistoria, divertente e simpatica.

I protagonisti di questi racconti sono una serie di animali umanizzati, che parlano e si comportano come noi, le cui storie, oltre a divertire, mostrano delle caratteristiche nostre, un po’ estremizzandole se vogliamo, come la furbizia, la saggezza, l’arroganza, la stupidità, ecc…L’intento dell’autore non credo sia quello di dare per forza un duro insegnamento alla fine di ogni storia, come facevano Esopo o Fedro, oppure di criticare aspramente l’andazzo odierno con una nota amara che si nasconde dietro a personaggi esilaranti, come in alcuni romanzi di Benni, ma preferisce esporre una morale attraverso eventi che ricordano quelli della vita quotidiana.

I racconti che si susseguono sono brevi, ben descritti in maniera semplice e gli stessi personaggi possono comparire più volte in altre storie, come se facessero parte di un medesimo universo senza tempo né spazio. Sì, perché Moravia non ci dice a quando risalgono queste storie, ma appartengono ad un passato surreale nel quale si cerca di spiegare in maniera spiritosa l’origine dell’aspetto di alcuni animali che si vedono oggi. Io lo consiglio con un 3.5 su 5.

Un piccolo passatempo, uno spunto per raccontare nuove storie, che senz’altro divertirà sia grandi che piccini.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Tra un ballo e l’altro, gironzolando per la balera, Sto Rione notò che dalla parte superiore della bocca di Cocco Drillo, incurvata come una volta, piovevano giù grosse gocce di acqua. Queste gocce si formavano come da sole e cadevano giù appena si erano formate. In realtà, Cocco Drillo aveva l’acquolina in bocca perché pregustava il momento in cui si sarebbe mangiato tutti quei pesci di ottima qualità.” Storie della Preistoria, A. Moravia