Nuovi Acquisti!

Un articolo un po’ fuori dall’ordinario, ma mi sembrava carino condividere con voi la mia gioia nel ricevere il pacco di libri che ho ordinato!

A dicembre mi è stata regalata un gift card di Mondadori del valore di trenta euro e ci ho messo un po’ a decidere come spenderli. Ogni volta mi sembrava di sprecarlo! Ecco l’evoluzione dei miei pensieri:

“Okay, adesso mi prendo gli ultimi best seller di cui parlano tutti nei gruppi di lettura con 150 post al giorno, così valuto se davvero sono così belli come dicono”

“Mi servono assolutamente manuali di scrittura creativa!”

“Allora, un best seller e dei libri sconosciuti.”

“I classici! Devo recuperare i classici!”

Poi, finalmente decido di navigare direttamente sulla pagina di Mondadori, e…ecco qui!

Bene, esaminiamo la logica dietro a questi titoli. La mia idea era quella di prendere il maggior numero di libri possibili sfruttando al massimo il buono, perciò mi sono recata direttamente nella sezione Reminders. Siccome ho la sensazione di non aver letto abbastanza classici – ogni volta che vengono postati nel gruppo di lettura, toh guarda, proprio quello che ancora devo leggere – non appena trovavo un titolo che mi mancava, lo aggiungevo subito al carrello. E così, ecco spiegati i classici sulla sinistra, compreso Pirandello.

Per quanto riguarda Tutto Torna, è una lettura consigliata nel corso di scrittura creativa che sto seguendo. Mentre, La Sovrana Lettrice è un romanzo che vorrei leggere da anni ormai e mi è stato consigliato da un paio di ragazze anni fa in risposta alla mia mail. Non mi ricordo più come si chiamano, ma, in pratica, se una persona gli avesse inviato una breve presentazione di sé, loro avrebbero suggerito dei titoli da leggere. Così a me hanno indicato un paio di libri, fra i quali questo. Ancora stanno aspettando le mie impressioni al riguardo…

Dopo questo bottino e i 50 libri che ancora mi aspettano nella libreria, una persona normale penserebbe “A posto così”. Ma io non sono normale 🙂 Perciò, non appena mi sono imbattuta in uno di quegli angoli con titoli in supersconto “prendi 2 a 9,90”, ecco che ci sono ricascata!

Kitchen desidero comprarlo da mesi, ma non lo trovavo mai in sconto! Ho letto la sua recensione in un blog di WordPress, di cui ora purtroppo non ricordo il nome, e ha fin da subito stuzzicato la mia curiosità. L’altro, l’ho trovato interessante dopo aver letto la trama.

Che dire? Ci vediamo nel duemilaecredici con le recensioni di tutti questi titoli! 🙂

Julia Volta

Blossom Street vol. 2: un po’ delusa

Dopo circa due mesi, rieccomi con il secondo volume di una saga leggera, che intreccia vicende dei personaggi con la trama della maglia. Esatto, sto parlando di Blossom Street di Debbie Macomber. Il secondo volume di cui vi parlo oggi si intitola Diritto e Rovescio.

Prima di tutto vorrei specificare un paio di cose: 1. Ho notato che ogni volume può essere letto senza necessariamente seguire l’ordine cronologico; certo, la protagonista è sempre la stessa e il racconto della sua vita parte da dove era rimasto il libro precedente. Ma sovente l’autrice riassume le vicende pregresse e, inoltre, la nuova storia si incentra intorno a nuovi personaggi che frequentano il negozio. 2. La lettura e recensione di questa saga è un progetto che sto conseguendo in collaborazione con il negozio Filati Romance, con il quale collaboro da più di un anno e mezzo. Se oltre a leggere, vi piace anche sferruzzare, vi consiglio di farvi un giro perché oltre a vendere fantastici gomitoli, è sempre pieno di nuove iniziative coinvolgenti!

Detto ciò, iniziamo a presentare la trama. Come già accennato, la protagonista è sempre Lydia, proprietaria del negozio di lane L’Intreccio che attualmente gestisce con la sorella Margaret (se vi siete persi il volume 1, vi lascio il link per recuperare la mia recensione 🙂 Il Negozio di Blossom Street ). Ad uno dei tanti corsi di maglia che organizza, si presentano tre donne diversissime: Courtney, adolescente infelice per aver perso da poco la madre e con un padre impegnato in Sudamerica per lavoro, si ritrova a vivere temporaneamente dalla nonna Vera; Bethanne, super insicura, fresca di divorzio e con due adolescenti da gestire da sola, senza soldi e senza un’idea su come tirare avanti in autonomia; Elise, bibliotecaria in pensione, costretta a vivere con la figlia dopo aver perso i soldi a causa di un’impresa edilizia truffaldina. Come sempre, seguiamo le loro vicende alternando i diversi punti di vista che, in qualche modo, rendono dinamica la narrazione cercando di non stancare troppo il lettore. Le protagoniste crescono, cambiano, fanno amicizie e prendono letteralmente in mano la propria vita per stravolgerla. Ciò che le unisce è proprio la maglia, con la quale intrecciano non solo i fili, ma anche solidi legami di amicizia.

Dunque, per chi ha letto la precedente recensione, si sarà reso conto che la modalità di narrazione non è molto cambiata, anche se qui a volte mi è sembrata un po’ troppo ripetitiva. Sarà che avevo già letto il primo volume e il background di Lydia, ormai, lo sapevo a memoria. Tuttavia, ho notato che anche con gli altri personaggi i concetti sono stati ripetuti fino all’esasperazione, perciò a parer mio, qui la storia è narrata in maniera poco avvincente. Per non parlare del fatto che Carol, considerata grandissima amica del primo volume, qui quasi sparisce del tutto con la scusa che ha un bambino piccolo. Nessuno la coinvolge più praticamente, dato che è diventata madre. Ad un certo punto, poi, ho cominciato a storcere il naso anche riguardo a determinati eventi. Cerco di essere breve nella spiegazione.

ATTENZIONE SPOILER NEL PARAGRAFO! Prima di tutto, il personaggio di Bethanne è veramente irritante, oserei dire patetica. Proprio per questo, ho apprezzato tantissimo la sua evoluzione nella parte finale, anche se ancora non ho capito il motivo per il quale abbia respinto Paul: non devono dipendere l’uno dall’altra, ma “trovati una donna che sia il tuo tutto”. Ah okay, chiaro. Per quanto riguarda Elise, più che una donna di una certa età con la sua relativa maturità, mi sembra un’altra adolescente con occhi a cuoricino. A dir poco surreale la tresca fra lei e Maverick, rimasto scapolo decenni perché ancora innamorato di lei. Molto realistico…Fra l’altro, proprio con Maverick si minimizza una questione molto grave, ovvero il vizio del gioco, che ha portato intere famiglie in rovina. Qui non si capisce da che parte si schieri l’autrice: lui sembra che abbia distrutto il matrimonio proprio perché si giocava qualsiasi cosa, ma decenni dopo, quando va dalla figlia, è considerato un giocatore professionista, quindi in realtà non ci sarebbe niente di male. Tutto è giustificato perché sta morendo. Ragazzi, il vizio del gioco è una malattia e non si guarisce perché ci amiamo tanto tanto e l’amore guarisce ogni cosa, pucci pucci. Oltretutto, nessuno si rende conto che si ricorda di essere innamorato della moglie solo quando scopre di dover morire. Ciliegina sulla torta, diventa Babbo Natale e regala soldi a destra e a manca. Inoltre, vorrei spendere due parole su Courtney, che secondo me trasmette un messaggio sbagliato: quando dimagrisce (a dei ritmi così frettolosi che sembra sia diventata una malattia, ma va beh siccome è bella nessuno se ne accorge), giustamente si rende conto che non le basta per essere felice. Però, c’è un grosso però, non si perde occasione per sottolineare quanto il suo problema iniziale fosse il sovrappeso. Dunque??!? Concludo dicendo che, come nel volume precedente, gli uomini o sono tutti assolutamente perfetti, o dei falliti. Vie di mezzo non ne conosce Debbie…

Spero che con il terzo volume ci sia una svolta positiva…Intanto, voto 2.5/5.

Julia Volta

“Stava rileggendo Emma di Jane Austen, cosa che faceva più o meno ogni decennio. C’era libri così: i veri classici a cui tornava con piacere più e più volte. La Austen, le sorelle Bronte, Flaubert e la sua preferita, George Eliot. Questi scrittori descrivevano la vita e le emozioni delle donne in modi ancora attuali oltre un secolo dopo.” Diritto e Rovescio, D. Macomber

Harry Potter, ne avete mai sentito parlare?

Ebbene sì, lo confesso. Appartengo a quegli ultimi quattro gatti rimasti sulla faccia della terra che, pur apprezzando la saga del maghetto più famoso del mondo, non hanno ancora finito di leggerla. Però ho iniziato, eh!

La prima volta che ho sentito parlare di Harry Potter, frequentavo le medie e ci era stato assegnato per compito da leggere. Ho confessato alla mia prof di italiano, circa quindici anni dopo e per caso sui social, che non avevo mai assolto al mio dovere! Mia madre aveva comprato il libro che aveva ancora quell’orrenda copertina di Harry con un cappello da topo e un ratto enorme di fianco a lui, su uno sfondo giallo ittero. Nonostante sapessi già di amare la lettura, ogni volta che si presentava una storia fantasy, non venivo attirata per nulla. Preferivo leggere Calvino, rendiamoci conto! La cosa ancora più sorprendente è che mio fratello è stato il primo a leggerlo e anche con un certo entusiasmo (il periodo più prolifico per lui in termini di lettura libera).

Niente, ho dovuto attendere i miei..cof, cof.…27 anni prima di iniziare! Secondo voi mi è piaciuto? Lo dico sinceramente, prima di addentrarmi ne La Pietra Filosofale, avevo delle aspettative altissime. L’entusiasmo è andato scemando, quando mi sono resa conto che è proprio un libro per bambini. Okay, avrei dovuto saperlo, ma mi aspettavo un linguaggio più vicino ai ragazzi. Nonostante ciò, non annoia più di tanto e la narrazione scorre veloce fino alla fine. Niente colpi di scena per me che ho già visto i film 175 volte, ma ero curiosa di capire quanto fosse diversa la narrazione scritta. In effetti, a parte qualche piccola differenza di trama, la parte finale ha acquisito maggior significato: sto parlando delle prove prima di arrivare alla stanza con Raptor. Non sembrano messe a caso come nel film, ma acquisiscono un senso determinato dai professori che le hanno ideate, rispecchiando la loro stessa materia di studio. Fantastico! Peccato che non ci fossero tutte nella trasposizione, ma alla fine della fiera, il regista è stato abbastanza fedele.

Tornando allo stile del primo libro, mi sono chiesta cosa abbia scatenato tanto successo nel pubblico. Sapevate che il manoscritto era stato rifiutato da ben 14 case editrici? Da non credere, vero? A mio parere, la Rowling è stata un genio nel rivoluzionare il mondo della magia, come se fosse un universo reale vicino al nostro, un po’ come nelle storie medioevali. La differenza è che qui ha ricreato la stessa interdipendenza ai giorni nostri. La concezione del mago e della strega è stata stravolta: prima di tutto non ci immaginiamo più vecchi barbuti e saggi (Silente a parte, che conserva il fascino del buon Merlino), spesso antagonisti di ciabatte rinsecchite e crudeli, dedite a magie oscure, ma persone neutrali: entrambi possono essere sia buoni, che cattivi. Tutte le stranezze che ha costruito intorno a queste figure, per dare un senso a questa nuova natura, è semplicemente fantastico. Adesso mi rivolgo agli altri 3 gatti di cui parlavo all’inizio: vi consiglio di leggerlo!

Voto 4.5/5.

Julia Volta

“Le prime vittime sono sempre gli innocenti.” Harry Potter e la Pietra Filosofale, J K Rowling

Divergent: scegli bene che poi non puoi cambiare “proprio mai”

Non ho letto molti libri di genere fantascientifico, ma mi piacciono i film ambientati in futuri distopici, post evento apocalittico, dove la società umana in qualche modo si è riorganizzata sperando di non ricommettere gli stessi errori del passato. Non è un caso che, proprio in questo periodo, mi sto dilettando a giocare ad Horizon Zero Dawn 😛 Comunque, quando mio marito mi ha regalato Divergent di Veronica Roth, ero carica di curiosità.

Premesso, avevo già visto tutta la trasposizione cinematografica e diciamo che l’ho trovata godibile. Ma, avendo sentito che, per esempio, per Hunger Games i libri sono meglio dei film, ho pensato che anche in questo caso valesse il medesimo discorso. Allora, prima di tutto partiamo dalla trama del primo volume. Siamo in un futuro non ben specificato, nella città di Chicago post megacasinomondiale che ha distrutto tutto. All’interno delle mura, la società umana si è riorganizzata dividendosi in cinque fazioni: Abneganti, dediti all’altruismo e capi di tutti; Eruditi dediti alla conoscenza, diretti rivali dei precedenti; i Candidi che, per la loro inclinazione all’assoluta trasparenza, gestiscono la parte giurisdizionale della società; i Pacifisti che si occupano dell’agricoltura e sono simili ai figli dei fiori; e infine, gli Intrepidi che elogiano il coraggio e fanno da polizia di stato. In disparte e sostenuti solo dalla generosità degli Abneganti, ci sono gli Esclusi, ovvero tutti quelli che per un motivo X sono stati cacciati dalla fazione di appartenenza e ora sono condannati a fare l’elemosina.

Beatrice, la protagonista, fa parte del primo gruppo ma, dopo aver fatto il test attitudinale prima della Cerimonia della Scelta della fazione per la vita, si scopre essere Divergente: i risultati sono incerti, perché i suoi tratti dominanti corrispondo al profilo di tre gruppi differenti. Mantenendo comunque questo segreto e sentendo di non riuscire a vivere seguendo le restrizioni degli Abneganti, decide di andare con gli Intrepidi. Ma per entrare nella fazione occorre superare delle prove fisiche durissime e lei non crede di potercela fare.

Parto subito dicendo che l’idea di fondo l’ho considerata originale. È vero, visto il periodo in cui è uscito il romanzo, non era di certo nuovo il tema di una società futura post apocalittica. Tuttavia, trovavo interessante la suddivisione creata dalla Roth, dove gli umani, in maniera super ottimista, pensavano di fare funzionare le cose estremizzando delle nostre tendenze e segregandole in soli cinque gruppi. Difatti, le crepe di questo sistema iniziano a vedersi in maniera evidente e la struttura cigola rumorosamente. Dunque, dove sta il problema? Nello sviluppo naturalmente! Non si salva niente, né lo stile, né il contenuto. Parte benissimo e poi si perde diventando ripetitivo, banale, superficiale e ridicolo. Ci sono dei costrutti sintattici che ho trovato degni di un romanzetto per adolescenti, con parole che ritornano in maniera ridondante, molte incentrate sul fisico dei personaggi.

La storia, a mio avviso, è troppo concentrata su questa tresca amorosa adolescenziale dove un bisteccone super palestrato ma dal cuore d’oro si innamora perdutamente e senza ragione alcuna (non c’è niente di profondo, state tranquilli) di una tizia che un giorno fa la gatta morta e il giorno dopo diventa Wonder Woman nelle spoglie di una dodicenne. Una coppia che non mi dice niente e non mi ha fatto sentire per nulla coinvolta. All’improvviso si amano da morire e tu sei lì che cerchi di capire “ah ma ci stavano provando seriamente fra loro…”. Gli altri personaggi idem con patate: senza spessore e senza ragioni. Peter è cattivo perché sì, con i cani da guardia Molly e Drew monellacci che non sono altro! Non c’è pietà nemmeno per gli amici di Tris (wow che nome da dura!), che compaiono solo quando lei ne ha bisogno. Forse Ali aveva capito tutto e si è tolto di scena per darsi un minimo di dignità.

Ma poi vogliamo parlare del discorso fazioni? Come dicevo, era bella l’idea di mostrare quanto una società del genere non fosse auspicabile, ma proprio perché l’essere umano è così complesso da non poter essere segregato nel pensiero di una sola fazione. Si può essere altruisti e amare lo studio, per esempio. Ma questa cosa non la capiscono nemmeno i cervelloni Eruditi, tacciando come minacciosi i Divergenti. In ogni caso, i peggiori sono gli Intrepidi. Cioè, una fazione più scema della loro non potevano farla! “Bella zio, siamo troppo coraggiosi e avanti, per dimostrare di avere fegato saltiamo sul treno in corsa perché non ho sbatti di aspettare che si fermi, ci facciamo tatuaggi e piercing (ma perché dovrebbe essere una prerogativa di questa fazione? Posso capire gli Abneganti, ma gli altri?), accettiamo qualunque forma di violenza perché se sei intrepido non piangi come una frignina ecc…” Profondi eh…La loro filosofia non regge per un cavolo e ad un certo punto se n’è resa conto pure l’autrice perché accenna al fatto che una volta (tempo imprecisato) era una fazione migliore, più virtuosa, mentre ora sono rimasti solo palloni gonfiati.

Insomma, mi sarebbe piaciuto sapere di più su questo sistema, cosa studiavano i ragazzi a scuola? Quali erano le origini che raccontavano? E poi, “la conoscenza degli eruditi li ha portati alla sete di potere”, ma seriamente? Quindi voler studiare è una colpa? In questo primo volume, sinceramente, ho apprezzato di più la scelta di Caleb: aveva le idee chiare fin da piccolo a quanto pare, poi, non appena si è reso conto del marcio, è tornato indietro.

Voto 2,5/5.

Ora starete pensando: “Va beh, vista la recensione, sicuro non legge i prossimi.”

Julia Volta

Grandi classici: Cime tempestose

Quando frequentavo il liceo, mi ricordo che avevo sentito parlare di Cime Tempestose di Emily Bronte perché veniva citato più volte nel romanzo Twilight. Sì, lo so, non è molto lusinghiero per questo classico della letteratura, intanto trovarmelo lì ha stuzzicato la mia curiosità, prima ancora che venisse proposto durante lo studio della Letteratura inglese. Insomma per capire meglio le similitudini di cui parlava EdwardFairyGlittering, ho deciso di cimentarmi in questa nuova struggente storia d’amore.

È il 1801 è il ricco Mr Lockwood giunge a Trushcross Grange dopo una delusione amorosa, per cercare un po’ di solitudine, affittando la tenuta di un rude gentiluomo di nome Heathcliff. Quando si reca a fargli visita nella vicina proprietà di Wuthering Heights (Cime Tempestose, appunto), rimane perplesso di fronte al bizzarro assortimento degli inquilini che lo abitano: insieme al padrone di casa, infatti, vivono una scontrosa adolescente presentata come sua nuora e un giovane che, per quanto sembri un parente, si comporta come un servo analfabeta. Quando fuori inizia ad imperversare la tempesta, a malincuore è costretto a passare la notte a Wuthering Heights, ma accadono cose bizzarre. La visione di uno spettro di bambina che bussa alle finestre lo fa urlare di terrore, facendo precipitare nella stanza da letto Heathcliff che lo caccia fuori per aprire le finestre e invitare ad entrare questo spirito con fare disperato. Quando Mr Lockwood torna a casa, si ammala nel giro di breve tempo e, durante la convalescenza, conosce la serva Nelly Dean che gli racconta la storia del padrone di casa, che risale a circa quarant’anni prima.

Unica opera della giovane Bronte, all’epoca della sua uscita era stata accolta con critiche asprissime, dal momento che rispetto ai canoni del tempo, si presentava in maniera innovativa, sia per struttura sia nella descrizione della crudeltà fisica e mentale dei protagonisti. Dopo averlo letto, ho capito anche i paragoni di Edward: una storia d’amore fra un uomo dal fascino maledetto e una fanciulla che viene portata sulla cattiva strada proprio da lui stesso. Sarà stato forse un tentativo della Meyer di dare maggior spessore ad un flirt adolescenziale? Ma il paragone finisce qui, perché in Cime Tempestose c’è molto di più! Prima di tutto il genio dell’autrice parte dalla descrizione dei luoghi che rispecchiano chi li abita, in un continuo contrasto fra bene e male, amore e odio, passione e vendetta. Il libro ruota tutto intorno alla gelosia di Heathcliff che lo porta inevitabilmente all’autodistruzione: la sua diventa una lenta discesa verso il baratro e la follia, dove trascina dietro uno per uno i membri delle famiglie Earnshaw e Linton. Nonostante sia il protagonista di questa vicenda, insieme a Cathy, e sebbene avessimo visto le ingiustizie che ha dovuto subire fin da piccolo a causa delle sue origini, non riusciamo comunque a simpatizzare con la sua vendetta: da vittima diventa peggiore dei suoi stessi carnefici.

Cathy, che visto il paragone con Twilight forse qualcuno poteva immaginarsela pura e ingenua, in realtà a parer mio è anch’essa perfida nel suo egoismo. Fin da piccola lega con Heathcliff, con il quale instaura un rapporto che va ben oltre l’amicizia, passando ore e ore in sua compagnia chiudendosi in un mondo a parte, gelosamente custodito da entrambi. Proprio qui ci rendiamo conto quanto i due siano simili. Quando lei, a seguito di una ferita, ha la possibilità di frequentare assiduamente i Linton, comincia a voltare le spalle ad Heathcliff ritenendo che un’unione con lui possa rovinarle la reputazione. Celebre è la sua dichiarazione d’amore sentita per metà dal giovanotto, che decide così di sparire per anni causando in lei un tracollo nervoso. Quando ritorna, non appena si rende conto delle intenzioni di Heathcliff, cerca comunque di mettere in guardia la cognata, ma più che atti di generosità, a me davano l’impressione di essere dettati dalla gelosia.

Insomma una lunga storia d’amore struggente, dove l’autrice estremizza il concetto di vendetta per enfatizzarne le terribili conseguenze. Ma nonostante Heathcliff si sia prodigato tanto per bruciare tutto intorno a sé, la speranza trova sempre la strada per ricrescere…

Voto 5/5.

Julia Volta

“Il mio amore per Linton è come il fogliame dei boschi: il tempo lo trasformerà, ne sono sicura, come l’inverno trasforma le piante. Ma il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce nascoste ed immutabili; dà poca gioia apparente ma è necessario.Cime Tempestose, E. Bronte

Omicidio in un borgo sperduto

Penso che il miglior modo per scovare delle esclusive letterarie, sia cercare proprio tra le file dei numerosi romanzi di autori esordienti. Certo, non sempre questa caccia al tesoro porta a dei risultati sperati, costringendo ad abbandonare senza nemmeno finire l’estratto (eh già, mi è successo anche questo…), ma a volte si può scovare una lettura piacevole.

Il romanzo di cui vi parlo oggi è di Marco Fedele, classe 1968, laureato in chimica, che attualmente vive e lavora a Milano. Ho scoperto dei suoi libri, proprio perché gentilmente è stato lui stesso a consigliarmeli. Nonostante non sia una grande amante dei gialli, ho comunque voluto spulciare le trame dei titoli. Fra questi, ho scelto di leggere Il Bar. Di cosa parla? Il libro si divide in tre parti, apparentemente sconnesse fra loro. Ciò che intriga è scoprire il legame tra la ‘ndrangheta milanese e l’omicidio della cameriera Suzana Obradovic, trasferitasi da poco nel borgo sperduto di Fainazza, in provincia di Gorizia. Ad indagare sulla vicenda, c’è il commissario Fabbri che solo dalla descrizione fornita dall’autore, lo prendi in simpatia come fosse una macchietta. In maniera del tutto insolita, decide di interrogare i sospettati del paese (quattro gatti abitanti del borgo), chiudendoli nell’unico bar del posto, dove per altro è stato commesso il delitto.

Devo ammettere che quando ho iniziato il romanzo, la presenza di numerosi nomi e soprannomi mi ha messa in crisi costringendomi a prendere carta e penna per segnarmeli tutti. Il peggio arriva durante gli scontri a fuoco che coinvolgono più persone, perché fra appellativi vari, si fa fatica ad avere un quadro ben chiaro di chi stia facendo cosa. Figurarsi che ho scoperto dopo diverse pagine della morte di qualcuno. Ma questo può tranquillamente essere dovuto alla mia pessima memoria…

A parte questo piccolo intoppo, lo stile di scrittura l’ho trovato piacevole e scorrevole: scritto bene, senza inutili pesantezze. La storia si fa via via sempre più interessante e le ultime pagine volano letteralmente, anche perché mi è piaciuto di più dalla seconda parte. I personaggi sono ben caratterizzati, soprattutto quelli del borgo di Fainazza che parlano un po’ in dialetto un po’ in italiano (non vi preoccupate, perché ci sono note a piè pagina :P), mischiando l’ansia dello svelamento del mistero, al sorriso suscitato dalle congetture dei compaesani che iniziano ad accusarsi a vicenda. Insomma una lettura consigliata sicuramente.

Per chi fosse interessato, il romanzo è attualmente disponibile su Kindle, dove per altro è possibile scaricarne l’estratto.

Voto 3.5/5.

Julia Volta

“Se la mafia ha avuto così successo da queste parti, è perché la gente o ha preferito guardare altrove o ha scelto di accondiscendere i criminali.” Il Bar, M. Fedele

Grandi classici: Mattia Pascal

È giunto il momento di presentare un altro caposaldo della letteratura, italiana questa volta, che avrei dovuto leggere alle superiori su caldo invito della mia insegnante di lettere. Da adolescente non mi attirava per niente: trovavo interessante la trama, ma leggendo un brano dal libro di testo, avevo cambiato subito idea. Eccomi qui dopo 10 anni almeno, a presentarvi Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello.

Bisogna ringraziare la Feltrinelli che con le sue offerte mi ha permesso di recuperare, acquistando i grandi classici lasciati indietro nel corso della mia breve vita. No, non è vero. Mi vergognavo a morte per il mio scarso bagaglio culturale nei confronti della letteratura, quindi sto avidamente recuperando :”)

La storia la sappiamo tutti. Mattia Pascal è un giovane scapestrato che vive con una moglie che lo detesta e una suocera che lo tormenta mattino e sera. Non che sia un santo, eh! Anzi, non è manco sta cima di intelligenza. Ma ha un gran cuore e come meglio può, cerca sempre di rendersi utile. Ma giusto per citare un comico “come si muove, pesta una cacca!”. La svolta più miracolosa avviene quando viene rinvenuto un cadavere, vittima di suicidio, e attribuiscono a lui la sua identità. Mattia risulta morto e apparentemente libero. Inizia così la sua avventura per costruire la sua nuova identità.

Un romanzo dall’ironia pungente, che sicuramente strappa un sorriso, ma spinge anche riflettere. Il povero Mattia è la macchietta di se stesso: la vita sembra porgergli la carota e una bastonata in continuazione. Quando pensi che finalmente abbia una possibilità di ricominciare da capo, sotto falso nome, scopri che ciò non gli è possibile perché di fatto Adriano Meis non esiste. È frutto del desiderio dello stesso Mattia, che si sente meglio nel vestire i panni di un uomo così dabbene, senza strabismo e sciatteria, ma anche il sogno di una povera Adriana che forse si aspettava un cavaliere valoroso, magari in groppa a un nobile destriero, in grado di salvarla dalle angherie di un parente poco raccomandabile. Ma il sig. Pascal ci è già passato: se una cosa non va bene, meglio troncarla. Così muore due volte, per ritornare nel suo paese di origine e scrivere la sua storia sotto forma di leggenda: l’uomo che morì tre volte, ma forse non ha vissuto mezza vita.

Ciò che mi piace nella narrazione di Pirandello, è che i suoi protagonisti sembrano rompere le barriere convenzionali e danno l’impressione di uscire fuori dalle pagine stesse. I suoi libri, con vicende uniche piene di domande esistenziali, sembrano donare maggior vita ai personaggi che li compongono, come se se la prendessero con lo stesso autore che li ha creati. Insomma, uno scrittore assolutamente da inserire nella propria libreria.

Voto 5/5.

“Di quante cose sostanziali, minutissime, inimmaginabili ha bisogno la nostra invenzione per ridiventare quella stessa realtà da cui fu tratta, di quante fila che la riallaccino nel complicatissimo intrico della vita, fila che noi abbiamo recise per farla diventare una cosa a sé!” Il fu Mattia Pascal, L. Pirandello

Per chi ama leggere e sferruzzare: lettura leggera

Nei gruppi di lettura ultimamente si è scatenato un acceso dibattito per quanto riguarda le cosiddette “letture leggere“. Per alcuni si tratta di libri con storie scontante, pieni di cliché, trame trite e ritrite, la cui lettura comunque ci permette di passare un pomeriggio senza troppi cavigli per la testa. Per altri, è definibile come “leggero” un romanzo piacevole, intrigante, appassionante, possibilmente appartenente ad autori celebri e acclamati dalla letteratura. Per quanto mi riguarda, la mia opinione sta nel mezzo. Ho trovato leggeri alcuni autori classici, che mi hanno portata al finale fin troppo velocemente, così come ho letto bestseller prolissi e impegnativi.

Ma dopo tutta sta manfrina sulle letture leggere, vi introduco il libro di cui vi voglio parlare: il Negozio di Blossom Street di Debbie Macomber. La trama intreccia le vicende di quattro donne diversissime fra loro: Lydia, giovane sopravvissuta al cancro, che decide di aprire un negozio di filati e organizzare un corso base di maglia al quale partecipano le altre tre protagoniste; Alix, una ventenne ribelle in libertà vigilata, che si iscrive per impiegare le ore di servizio pubblico imposte dal giudice; Jacqueline, borghese di mezza età, sta per diventare nonna, ma non sopporta che il figlio si sia sposato con una campagnola; Carol, dolce giovane donna, ossessionata dal desiderio di avere un bambino che tarda ad arrivare.

Si tratta del primo di una serie di sei volumi appartenenti alla saga di Blossom Street, che ruota tutta intorno al negozio di filati di Lydia. Sono stata spinta alla lettura principalmente per una collaborazione con il negozio di gomitoli per cui lavoro, Filati Romance, e devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa, perché tutto sommato mi ha tenuta incollata alle pagine fino alla fine senza troppi problemi. Sarà anche stato per la modalità di scrittura, che scorre veloce, non si perde in inutili descrizioni e risulta poco impegnativa. Alla fine del romanzo è anche presente una chicca che fa sicuramente piacere alle amanti del mestiere.

Per quanto riguarda gli aspetti negativi, non posso non parlare dei luoghi comuni che a volte compaiono, manco stessimo parlando dell’universo della Mulino Bianco: mariti perfetti, sempre comprensivi, donne dolcissime, anche nel profondo del cuore (l’unica che ce l’aveva col mondo intero, pare debba essere ricoverata), bambini bellissimi e amabili. Insomma, se avete bisogno di qualcosa che vi trasmetta positività, della serie “ogni cosa è possibile” anche in maniera del tutto surreale, allora è il libro giusto.

Voto 3/5

Julia Volta

“Dovevo cercare la mia felicità e smetterla di aspettare che lei trovasse me.” Il Negozio di Blossom Street, D. Macomber

E l’eco (del commerciale) rispose

La mia idea era quella di far uscire un articolo su un best seller a fine gennaio, ma altri impegni e la lettura stessa, hanno tardato i miei buoni propositi. Francamente con Hosseini pensavo di andare sul sicuro e, invece, mi sono ricreduta.

Terzo romanzo del celeberrimo Khaled Hosseini, la quarta pagina di copertina de E l’eco rispose ci fornisce le premesse per un romanzo destinato a donarci forti emozioni: un padre e i suoi due figli sono in viaggio verso Kabul, partendo dal loro piccolo villaggio povero Shadbagh. Sul loro carretto rosso Sabur, il padre, ha caricato Pari, la figlia di tre anni. Invano ha cercato di rimandare a casa il figlio Abdullah. Il ragazzino ha deciso che li accompagnerà a Kabul e niente potrà fargli cambiare idea: il legame tra i due fratelli è troppo forte. C’è qualcosa che lo turba per tutto il viaggio e, quando giungono a destinazione, un avvenimento cambia le loro vite per sempre.

Mi ricordo che diversi anni fa, pochi mesi dopo la sua uscita, avevo chiesto a mia zia cosa ne pensasse al riguardo. La sua risposta è stata una smorfia di disgusto prima di esprimere la sua delusione. Lì per lì ho sperato che fosse solo una sua impressione, forse un po’ esagerata, per questo ho deciso di comprare il romanzo appena trovato in offerta. Dopo Mille Splendidi Soli, che per altro ho già recensito, ero carica di aspettative. Ma quando sono arrivata all’ultima pagina, ho chiuso il manoscritto con un enorme “Bah…”. Per me le premesse c’erano tutte, ma lo sviluppo della storia è stato talmente tanto prolisso e intricato, da creare solo confusione. I primi capitoli, infatti, mi hanno tenuta incollata alle pagine con il fiato sospeso, poi però hanno iniziato a inserirsi personaggi di contorno con i loro punti di vista e storie personali. Ha fatto un giro talmente largo che quando sono arrivata al gran finale, ero così snervata dalla noia, che non mi ha suscitato nemmeno chissà che emozioni. Inoltre, i numerosi flashback che sopraggiungono uno dietro l’altro, non fanno altro che rendere ancora più confusionario il quadro generale della narrazione.

ATTENZIONE SPOILER!!!!! La mia delusione è data dal fatto che sembra abbia inserito degli episodi inutili giusto per aumentare il numero delle pagine. È stato come leggere parti di altri romanzi dentro ad uno solo: ad un certo punto parla lo zio Nabi in prima persona, dilungandosi fino alla noia. Mi immagino il dott. Varvaris che legge sta lettera infinita e si addormenta di tanto in tanto perdendosi in logorroici discorsi su come trascorrevano le giornate il signor Wadhati o Nabi stesso. Come se non bastasse si aggiunge la storia di Idris e Timur che leggi fino alla fine sperando di capirne il nesso e invece no: finisce solo con la migliore figura di cioccolata che abbia mai letto in un libro e poi personaggi spariti nel nulla. Ciliegina sulla torta, il lunghissimo excursus sulla vita del chirurgo Markos Varvaris, con una memoria peggio degli elefanti, dato che si ricorda dialoghi inutili risalenti alla sua infanzia avvenuta decenni prima, che comunque non porta a niente perché già sai che ha chiamato Pari per leggerle la lettera dello zio Nabi. Anche qui ti viene da dire “Embé?”. Mentre Markos racconta si inseriscono episodi a caso della sua vita dove non si sa dove sia stato e quando, ma ha conosciuto gente e ha visto cose che voi umani…Che poi sono anche storie interessanti, ma forse per altri libri, perché qui volevo sapere solo dei due fratelli, anzi tre se ci aggiungiamo il fratellastro Iqbal. Per assurdo di Abdullah non sappiamo quasi niente: solo informazioni generiche date dalla figlia. Ma almeno lui che si ricordava della sorella, non poteva fare un tentativo per cercarla? Lo zio è morto pure tardi! Per rendere il tutto più drammatico lo rivediamo solo alla fine, ormai in piena demenza senile, forse Alzheimer, che non riconosce più nemmeno la sorella. Poteva essere un finale struggente, ma l’intero libro non mi ha fatto affezionare abbastanza ai protagonisti: troppo occupata a capire il nesso logico per la presenza di tutte le altre storie. Come se scrivessi la biografia di, che so, Jane Austen e dedico centinaia di pagine alla vita del lattaio e del tizio che ha venduto i maiali al padre. Ma perché?

Voto 2/5

“Imparai che il mondo non vede la tua anima, non gliene importa un accidente delle speranze, dei sogni e dei dolori che si nascondono oltre la pelle e le ossa. Era così: semplice, assurdo e crudele.” E l’eco rispose, K. Hosseini

Sam, l’adolescente “normale”

Ogni tanto capita, mentre siamo presi dal lavoro o faccende domestiche, che torni alla nostra memoria un libro letto parecchi anni prima, come un flash improvviso. A me è successo proprio oggi e così mi è venuto in mente di parlarvene.

Ero al secondo anno di liceo, quando la nostra prof. ci aveva assegnato un paio di titoli da scegliere, per leggerli e poi farne il riassunto o la scheda (ora non ricordo bene). Probabilmente la mia amica I. che ogni tanto dà una sbirciata al mio blog, si ricorderà meglio di me. Comunque, i libri in questione erano: Un Ragazzo e Tutto per una Ragazza, entrambi di Nick Hornby. Del primo vidi il film diretto dai f.lli Weitz quando ero una bambina e ci misi anni a collegare le due trame: 1. perché il libro non l’avevo mai letto e 2. si intitolava About a Boy. Sì, lo so, vogliono dire la stessa cosa. Non ero molto sveglia, eh…E mi sono sentita pure un genio quando finalmente ho capito che la trama era uguale per entrambi!

Insomma, scelsi il secondo. Sam è un sedicenne molto immaturo che vive in una famiglia sgangherata: i suoi sono separati, ma il padre non paga gli alimenti e la giovanissima madre dall’aspetto avvenente fa cadere la mascella anche agli amici del figlio. Sam ha una grande passione: lo skateboard e il suo idolo è Tony Hawk, perciò tutto quello che non c’entra con queste due cose, fatica a comprenderlo. Quando conosce la coetanea Alicia, si innamora perdutamente nell’arco di un battito di ciglia e, dopo pomeriggi romantici passati in cameretta, quando ormai il rapporto si stava già rompendo, lei scopre di essere incinta.

Sicuramente non il più riuscito fra i suoi romanzi, chissà perché. Qui i problemi di un adolescente incasinato si dispiegano in una trama a tratti surreale nel vero senso del termine, ma non dico altro per non togliervi il piacere di conoscere di persona il giovane protagonista. Per carità, non credo che questo romanzo abbia chissà che pretese. Dal web si dice che Hornby abbia voluto rappresentare un sedicenne diverso dallo stereotipato ribelle o estremamente maturo, descrivendolo come “normale”. Ah però Nick, che grande stima nei confronti dei giovani! Il romanzo non l’avevo molto compreso a quei tempi e pure adesso non saprei dare maggiore significato, soprattutto per in finale che secondo me è inconcludente. Se sono riuscita a finirlo è perché bene o male scorre, oppure speri che Sam prima o poi maturi qualcosa. O magari era solo per obbligo nei confronti della mia prof. che assegnava spesso e volentieri titoli di dubbio gusto.

La personalità di questo ragazzo, che all’inizio mi strappava qualche sorriso, ad un certo punto ha iniziato ad irritarmi. Non solo per il fatto che non ha imparato niente dagli errori degli altri, trovandosi a commettere lo stesso identico pasticcio dei suoi genitori, ma il suo modo di fare che sembra sempre fuori posto in qualunque situazione, della serie “ma che ci faccio qui?”, ti fa venir voglia di tirargli il classico ceffone per risvegliarlo dal coma di stupidità nella quale è intrappolato. Manco i super poteri di Hawk gna’ fanno… E’ proprio Sam che è così tonto. Ma poi per carità, che nome orribile Rufus, abbreviato Ufo!

Sicuramente avrò scelto il titolo sbagliato…Voto 2.5/5

“Ci sono molte differenze tra un figlio e un iPod. Una delle più grosse è che di solito non ti aggrediscono per portarti via tuo figlio.” Tutto per una Ragazza, N. Hornby