Primo approccio alla Yoshimoto

Una degli scrittori che ero curiosa di leggere era proprio la giapponese Banana Yoshimoto, che ormai è diventata celebre anche in Italia da svariati anni, ma solo di recente ho preso in mano un suo romanzo per addentrarmi nello stile.

Ed ecco Kitchen, che ho scoperto essere stata la sua prima pubblicazione, risalente ai primi anni Novanta. Per altro è un romanzo distribuito da Feltrinelli, nella sezione di giovani ragazzi (quando si dice “non ti sfugge niente, eh!”).

Insomma, la trama è composta da due racconti, uno dei quali occupa la quasi totalità delle pagine, narrando di Mikage, una ragazza che, dopo la morte della nonna rimane sola al mondo. L’unico posto che fa la sentire al sicuro è la cucina, non importa quale o come sia messa, ma è l’unico luogo capace di rassicurarla.

Nelle ultime quaranta pagine del libro abbiamo invece Plenilunio, una storia che la Yoshimoto ha inserito nella tesi e che ricalca una leggenda giapponese, senza discostarsi dal tema centrale dell’intero romanzo, ovvero il lutto.

Sì, perché, nonostante la copertina in stile cartoonesco, molto colorata e ricca di dettagli, la dicitura rassicurante “per ragazzi” e un titolo che ricorda molto i ricettari della zia Peppina, la trama sembra più una lunga poesia che cerca di affrontare dolcemente la perdita di chi amiamo, chiunque esso sia, dal genitore al partner.

Ed è forse proprio questa la ragione per la quale non sono riuscita a simpatizzare del tutto, o comunque non mi sono sentita particolarmente coinvolta. È come se per tutta la lettura mi sia ritrovata in un limbo, aspettando una svolta significativa da un momento all’altro, quel punto in cui la storia prende una piega interessante. Invece no. Mi è sembrato di vedere un cielo plumbeo, pieno di nuvole grigie, in attesa di una tempesta che non è mai arrivata.

Leggendo le recensioni di altri utenti, ho notato che tanti fanno riferimento al shojo manga cercando di descrivere lo stile della Yoshimoto, ovvero una categoria che si rivolge ad un pubblico prettamente femminile, esponendo solitamente (ma non in via esclusiva) delle tematiche fortemente sentimentali. Non essendo un’appassionata del genere, onestamente su questo punto non saprei cosa dire. Vero è che le descrizioni ambientali mi hanno ricordato molto gli anime strappalacrime che ho visto su Netflix, così come i dialoghi e i personaggi.

Detto ciò, torno a ribadire che non ho apprezzato l’esposizione della storia. Sembra più un romanzo non compiuto, una serie di appunti che mai vengono pienamente sviluppati, imprimendosi nella pagina come tetri ricordi. Ad un certo punto ho cominciato a spazientirmi per il ritmo monotono e non vedevo l’ora di finire. A parte la morte non accade davvero nient’altro di rilevante, per questo non comprendo nemmeno il titolo: la questione della cucina come luogo rassicurante non viene approfondita come mi sarei aspettata.

Eppure, c’erano altre questioni interessanti su cui poteva vertere l’attenzione, come Eriko e la sua transizione, oppure il carattere dello stesso Yuichi, che sembra più un fantasma dalla personalità evanescente. Per altro, la sua storia d’amore è una delle più brutte e nonsense che abbia mai letto.

Di contro, Plenilunio l’ho apprezzato di più, anche se non posso gridare al capolavoro.

Concludo dicendo che tanti si sono lamentati dei finali tronchi, che danno l’idea di una storia inconcludente, caratteristica tipica dello stile letterario giapponese. Francamente la cosa non mi disturba affatto: a parer mio, sono altri i problemi di questo romanzo.

Voto finale 2.5/5.

Julia

“Felicità è anche non accorgersi che in realtà si è soli.” Kitchen, B. Yoshimoto

Matilde d’Inghilterra

Mi sono iscritta da pochi mesi al Club degli Editori e fra i primissimi libri del mese, c’era proprio quello di cui vi vado a parlare in questo articolo, ovvero La Corona Contesa di Elizabeth Chadwick, acquistato con un ottimo sconto rispetto al prezzo di copertina. Se vi interessa saperne di più, vi invito a leggere questo articolo, dove parlo del Circolo e di come funziona, dicendo chiaramente anche quali sono gli aspetti negativi del servizio.

Tornando al romanzo, si tratta di uno storico incentrato su Matilde d’Inghilterra, una delle figure femminili più influenti del suo tempo. Le vicende iniziano nel 1125, quando la moglie dell’imperatore del Sacro Romano Impero torna a Londra, dopo la morte del marito. Il padre Enrico I, non avendo più eredi maschi, le promette la successione al trono, ma prima deve sposare l’adolescente Goffredo V, figlio del Conte d’Angiò e nemico storico dei normanni. Matilde, in quanto donna, dovrà lottare con tutte le sue forze per far prevalere il suo diritto di regnare, soprattutto dopo la morte del re, dato che il cugino Stefano I si candida per usurparle il posto. Fra i pochissimi sostenitori c’è la matrigna Adeliza di Lovanio, che continuerà ad appoggiarla nonostante le sue seconde nozze la vedano al fianco di uno dei più fedeli servitori dello stesso Stefano. Ce la farà a raggiungere il suo scopo?

Mi ricordo che quando frequentavo le medie e il liceo, il periodo storico che consideravo più noioso in assoluto era proprio il Medioevo. Ma a quanto pare si tratta di un’opinione condivisa, leggendo in giro nel web, non tanto per l’epoca in sé, che ha sicuramente molti eventi interessanti su cui porre l’attenzione, ma per il modo in cui viene presentata.

Nonostante questa premessa e considerando la mia riluttanza in periodo adolescenziale nel prendere in considerazione alcune epoche della nostra storia (non solo quella medioevale), ho deciso di provare a recuperare leggendo romanzi storici seri. Uno di questi è stato Il Tiranno, dell’intramontabile Manfredi, che ho recensito qui.

La Corona Contesa l’ho trovato molto interessante, perché ci fa capire come fosse difficile per una donna far sentire la propria voce, nonostante si trattasse di un’imperatrice: persino coloro che le avevano prestato giuramento, decisero di voltarle le spalle una volta rimasta senza la protezione del padre regnante. Benché Stefano I si sia rivelato poi un sovrano incapace, che comprava letteralmente la fedeltà dei suoi sudditi, nessuno era disposto a cedere il posto alla legittima erede.

Matilde e Adeliza sono donne molto diverse fra loro, ma entrambe determinate a raggiungere i propri obiettivi. Mentre la prima, benché comunque religiosa, si affida alla propria razionalità, pianificando continuamente strategie tattiche migliori per spodestare il cugino, l’altra confida nella spiritualità per trovare conforto al dolore e un significato più profondo della propria esistenza. La determinazione con la quale portano avanti le lotte personali è davvero impressionante, a maggior ragione se consideriamo il contesto in cui sono nate.

Per quanto concerne lo studio dei documenti storici da parte dell’autrice, possiamo dire che risulta evidente anche leggendo le note finali (quelle che spesso vengono ignorate, purtroppo). Alcuni eventi sembrano incredibili, ma sono realmente accaduti, come la fuga di Matilde durante una bufera di neve; mentre altri sono stati ipotizzati dalla stessa Chadwick, dopo aver attentamente studiato il personaggio. In questo modo, anche la fine che fanno i protagonisti della storia, i loro rapporti con le persone e gli stessi dialoghi, acquisiscono una valenza più vicina al reale.

Se devo fare un piccolo appunto, ho avuto l’impressione che, invece, le scene intime siano state messe apposta per rendere il tutto più alla harmony, giusto perché quando si narra di romanzi storici, bisogna inserire la passion e il fuego dell’ammoor, altrimenti non susciterebbe lo stesso interesse.

Ah, qualcuno mi vuole spiegare cosa c’entra la biondona in copertina se Matilde viene descritta come una donna dai lunghi capelli scuri?!?!

Voto 4/5.

“Matilde la buona. Matilde l’imperatrice. Matilde la vedova senza figli. Quelle parole le si insinuavano nella mente come un rumore di passi in una cripta. Se fosse rimasta lì, avrebbero dovuto aggiungere ‘Matilde la monaca’ alla sua lista di titoli, e non aveva alcuna intenzione di ritirarsi nel chiostro.” La Corona Contesa, E.Chadwick

Club degli Editori: come funziona, pro e contro

Oggi vorrei parlarvi di un tema che spesso vedo comparire nei gruppi dei lettori su Facebook e per il quale ancora c’è molta confusione, nonostante si parli di un Circolo che opera da decenni.

Club degli Editori: cos’è

Partiamo dalle basi, ovvero di cosa sto parlando. Il Club degli Editori è il primo Club del libro italiano, nato nel 1960 con lo scopo di proporre i migliori titoli in ambito letterario, sia italiano che straniero.

Dal 2014 si unisce al Circolo per ottimizzare il servizio e offrire una vasta gamma di titoli narrativi e di saggistica, presentati con commenti, foto e riassunti in una rivista mensile chiamata Il Circolo Letterario, contenente 150 proposte divise per categorie.

Cercando sul Web questi nomi, molti saranno incappati nel termine Mondolibri. Non si tratta di un errore, poiché entrambi fanno parte di questa società per azioni, che a sua volta appartiene ad Arnoldo Mondadori Editore (che al mercato mio padre comprò 😛 ).

Dunque, come ho già accennato, quello che fa il Club degli Editori è proporre ogni mese 150 titoli consultabili nella rivista Il Circolo Letterario, con offerte esclusive che vanno da un minimo del 20% fino al 70% rispetto al prezzo di copertina.

Aspettate! Prima che corriate a cercare questa rivista, lasciate che vi spieghi come funziona il tutto. Eh sì, perché non si tratta di un elenco consultabile in edicola, ma è una chicca esclusiva per i soci che ne fanno parte.

Adesso vi starete immaginando gente vestita con abiti griffati, che sorseggia liquori invecchiati più della mia cara nonna, mentre discute placidamente dei titoli appena letti, in un salotto con mobili stile anni ’60 che puzza di cera e muffa.

Insomma, come funziona il Club degli Editori?

Allora, è molto semplice. Come ho già detto, solo gli associati ricevono a casa la rivista con le proposte letterarie e possono acquistare i libri con offerte esclusive. E qui la domanda: come si diventa soci? Bisogna pagare?

Prima di tutto, vi avviso che attualmente è in corso un’offerta molto allettante (ed è il motivo per il quale ho scelto di iscrivermi mesi fa). In pratica, collegandovi a questa pagina, vedrete un elenco di titoli ad €1,00. Si tratta di un’offerta riservata alle nuove “reclute”. Da questo elenco potete scegliere tre titoli di vostro gradimento, che si aggiungeranno ad un libro in omaggio che fornisce lo stesso Club. Attualmente è Olive, ancora lei di Elisabeth Strout.

Dunque, 3 libri a scelta dall’elenco + quello in omaggio come pacchetto di benvenuto. Mica male, vero? Dopo aver inserito i 3 titoli nel carrello, sarete indirizzati nella pagina del totale dell’ordine, dove chiaramente sono richiesti i dati personali per spedirlo, il metodo di pagamento e l’accettazione delle clausole del servizio.

È previsto un costo di spedizione di €2,99. NON È UNA SPEDIZIONE TRACCIATA. Ve lo dico subito, prima che contattiate per chiedere dove si trovi il pacco e perché non arriva in due giorni, come siete abituati con Amazon.

Ora fate parte del Club!

Attenzione! È vero che non si paga l’iscrizione, ma per rimanere soci bisogna garantire un minimo d’ordine annuale. Ovvero, NEL PRIMO ANNO si richiede un acquisto minimo di 4 libri. DAL SECONDO ANNO in poi, ne bastano solo due.

Okay sono socio, ma ora?

Adesso potrete ricevere ogni mese la rivista Il Circolo Letterario con le 150 proposte divise per genere.

Ricordate: ogni mese ci sono i cosiddetti “libri del mese”, che possono essere 1 o 2. Sono proposte particolari che il Club mette in prima pagina e dà per scontato che voi ne siate interessati. Cosa vuol dire? Che se non dite niente, vi verranno recapitati a casa e dovrete pagarli, oppure rispedirli indietro a vostre spese.

Calma, niente panico!

Dunque, per prima cosa vi dico che la rivista è consultabile anche online, accedendo con le vostre credenziali. Quando vi siete registrati tramite l’offerta di benvenuto, avrete sicuramente ricevuto la conferma via mail, con un codice di associato e le istruzioni per creare una password. È una cosa che può richiedere anche alcuni giorni, perciò se non avete ricevuto subito la mail, aspettate ancora un po’ oppure controllate in altre cartelle, come la Spam o Offerte.

Una volta entrati nel sito, vedrete che è possibile consultare la rivista in formato pdf, indipendentemente dal fatto che vi sia già arrivata a casa. Sopra il link, sempre sulla destra, sono indicate le proposte del mese e la data entro il quale disdirle (di solito è intorno al 25-27 del mese). Cliccando sul titolo potete leggere la trama e altre informazioni.

Come disdire il libro del mese?

Ci sono diverse modalità per rifiutare il libro del mese:

  • Cliccando su “Rifiuta il libro del mese” sotto alla foto del catalogo, sulla destra della pagina web (dovete prima aver effettuato il login). Se la procedura è andata a buon fine, riceverete una mail di conferma;
  • Telefonando al n. 0275429010;
  • Inviando una mail all’indirizzo clubdeglieditori@mondolibri.it;
  • Recandovi in una delle librerie del Club con la cartolina d’ordine precompilata (viene inviata insieme alla rivista);
  • Inviando la cartolina d’ordine compilata al numero di fax 0307772384 oppure all’indirizzo indicato sopra la stessa.

Il tutto entro la data indicata sul sito o dalla stessa rivista!

Altrimenti, come ho detto, i libri del mese vengono spediti e poi bisogna pagarli, renderli o scambiarli in una libreria (uno sbattimento).

Quali sono gli aspetti positivi e negativi dell’essere soci?

Prima di tutto, i libri sono molto scontati e le offerte sono davvero allettanti. Tenete presente che attualmente la legge italiana impone uno sconto massimo del 5% sui prezzi di copertina (15% con i testi scolastici), che può raggiungere il 20% solo una volta l’anno. Ciò include anche Amazon, inutile girarci attorno.

Il Club degli Editori si può permettere percentuali superiori di sconto perché è una realtà a parte, che ha stipulato degli accordi speciali con le più grandi Case Editrici. Non si tratta di un negozio, ma di un Circolo che propone titoli solo a chi ne fa parte.

Non solo, è molto semplice ordinare ed esistono numerosi canali, che accontentano un po’ tutti. Dal nonnino che ne fa parte dal 1960 e ancora preferisce ordinare per telefono, alla giovincella come me che apprezza la comodità di Internet.

Per disiscriversi basta inviare un modulo compilato, il cui fac-simile è scaricabile dallo stesso sito, utilizzando uno dei canali per fare l’ordine (indirizzo, mail e fax).

Il resto è spiegato molto chiaramente nella pagina del Club, cliccando qui.

Detto ciò passiamo alle note dolenti. Dopo mesi che ne faccio parte, devo dire onestamente cosa non mi piace e secondo me andrebbe migliorato.

Prima di tutto, nel sito manca completamente la sezione degli ordini. Al momento non esiste uno storico dei libri acquistati e spediti. Un po’ frustrante la cosa, soprattutto quando bisogna tener conto del numero di ordini annuali, oppure per capire se il pacco è stato spedito (non viene recapitata una mail quando ciò avviene).

Quest’ultima è un’altra nota dolente. Poiché si servono delle Poste, uno dei servizi peggiori a parer mio, i pacchi non sono tracciati e impiegano delle settimane per giungere a destinazione. Sì, avete capito bene: SETTIMANE! Perciò, mentre state aspettando i libri del mese prima, già dovete scegliere quelli del successivo. Per dire, ancora aspetto l’ordine di settembre…

Un’altra lamentela che ho letto nei social è che vengono sempre proposti libri sconosciuti. Mmmh…Nì. È vero che su 150 titoli i best-seller appartengono ad una percentuale molto ridotta, ma ci sono eccome. Questo mese, per esempio, ho trovato Fu Sera e Fu Mattina di K. Follett, Cambiare l’Acqua ai Fiori di V. Perrin e la Saga dei Florio di S. Auci, solo per citarne alcuni.

C’è anche da dire che, considerando il nome e lo scopo del mio blog, ho una predilezione per i romanzi sconosciuti, quindi la questione non mi tocca più di tanto.

Ma se vi piace leggere i titoli del momento, iscrivendovi al Club degli Editori potrete sicuramente risparmiare rispetto ai normali prezzi di copertina presenti nelle librerie.

Spero di aver chiarito i dubbi più atroci con questo articolo 🙂

Alla prossima!

Julia

Mai ‘na gioia

A parer mio, esistono dei libri che passerebbero inosservati, se non venissero presentati al pubblico con uno sconto imperdibile. Questo è il caso di Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh, trovato in mezzo alla pila dell’Universale Economica Feltrinelli, insieme ad altri titoli mai sentiti.

Quando dopo tre mesi di dieta sali sulla bilancia e scopri di aver perso mezzo chilo

Mi ricordo che il giorno in cui l’ho comprato avevo una certa fretta nello scegliere, quindi ho dato un’occhiata veloce alle trame, prendendo ciò che più mi intrigava. Guardando la copertina, con quella fanciulla dall’aria frustrata, ho subito pensato ad un romanzo ambientato nella borghesia dell’800, in pieno stile Austen. Invece, rigirandolo per leggere la quarta, mi sono resa conto che mi sbagliavo, anche se la trama era comunque interessante:

della protagonista si sa tutto tranne il nome. È giovane, magra, bella, viziata, ricca, laureata da poco alla Columbia e residente in un appartamento nell’Upper East Side a New York. Sembra non le manchi niente, in realtà ha dentro un vuoto incolmabile, che pare non sia legato alla perdita prematura dei suoi genitori o a come la tratta il ragazzo che ama, Trevor. Si convince che per riprendere in mano la sua vita deve dormire sotto farmaci per un anno intero e per farlo le servirà la collaborazione della dottoressa Tuttle, la psichiatra peggiore che si sia mai vista.

La narrazione della storia è in prima persona, per cui vediamo il mondo attraverso l’occhio super cinico della protagonista, che odia così tanto la vita, da strapparmi il sorriso più di una volta. Le situazioni che si creano sono al limite dell’assurdo e sembrano quasi comiche se si pensa che a volte dà voce a pensieri che potremmo aver avuto tutti, ma non vogliamo ammetterlo: l’amica si preoccupa che stiamo dimagrendo, ma sotto sotto pensiamo che le dia fastidio. Oppure si lamenta dei suoi problemi, ma non sempre siamo ben disposte ad ascoltare.

Insomma, ci sono delle giornate no in cui vediamo tutto nero e siamo un po’ come lei. Ci dà fastidio tutto e non ci interessa dei problemi del mondo! Vorremmo solo risolvere i nostri!

È anche vero, che ben presto questo modo di fare ha iniziato a stancare pure me. Penso che Ottessa abbia volutamente reso antipatica la protagonista, portandoci sempre più a fondo nel suo baratro di disperazione. La soluzione che adotta è il culmine della sua idiozia, oltre che una situazione del tutto surreale. Non penso che sia possibile per un essere umano sopravvivere a lungo in quelle condizioni. Questa addirittura va avanti per mesi e se ne esce bella fresca come una rosa, come una bambina appena nata.

Senza contare che spesso la stessa narrazione sembra bloccarsi in noiosi elenchi di azioni/farmaci o turpiloqui inutili e, quando sembra che stia per succedere qualcosa, in realtà si torna al punto di partenza.

ALLARME SPOILER!

A parer mio, per quanto inizialmente mi abbia fatto sorridere in alcuni punti, non lo considero affatto un capolavoro. “Casualmente” negli USA ha fatto un enorme successo e sottolineo “casualmente” perché ho il sospetto che sia dovuto all’inserimento della questione dell’attentato alle Torri Gemelle. Mi domando, se non l’avesse inserito, avrebbe destato da parte loro lo stesso interesse? Inoltre, non ho capito dove l’autrice volesse andare a parare. Mi spiego, alla fine la protagonista rivede le immagini della caduta delle Torri. Fra le persone che si lanciano, le pare di riconoscere la sua migliore amica Reva e la colpisce perché si getta verso l’ignoto da sveglia, il contrario di ciò che ha fatto lei. Ciò la porta a riguardarsi la scena numerose volte. Allora, prima di tutto la trovo una cosa di cattivo gusto. Già io sto male solo a vedere una foto al riguardo (vd. The Falling Man) e non conoscevo nessuno. Che piacere perverso potrà mai ricevere nel vedere una conoscente, alla quale voleva bene, che si suicida? Altra questione, quelle persone non si gettavano affatto nell’ignoto. È stato un gesto disperato, ma sapevano che non sarebbero sopravvissuti. E trovo semplicemente assurdo paragonare un’azione del genere, alla volontà idiota di dormire per un anno perché “odio tutti e la vita fa schifo, quindi nascondo la testa sotto la sabbia, così i problemi si risolvono da soli.”

Voto 2/5

Julia

“Non so indicare un evento specifico che mi aveva portato alla decisione di andare in letargo. All’inizio volevo solo un po’ di calmanti per cancellare pensieri e giudizi perché con la loro raffica continua facevo fatica a non odiare tutti e tutto. Pensavo che la mia vita sarebbe stata più tollerabile se il mio cervello fosse stato più lento nel condannare il mondo che mi circondava.” Il mio anno di riposo e oblio, O. Moshfegh

Dionisio I di Siracusa

Quando si sente la parola “tiranno” ciò che viene in mente è sicuramente una persona con una serie di caratteristiche negative, un cattivo per eccellenza. Ma perché è giunto a questo punto? Qual è la logica che sta dietro alle sue azioni?

Nel romanzo storico di Valerio Massimo Manfredi, intitolato per l’appunto Il Tiranno, si parla dell’ascesa e della rovina di Dionisio I di Siracusa, vissuto nel V secolo a.C. Nonostante le fonti storiche pervenute a volte risultino contradditorie e incomplete – per esempio, non si sa niente riguardo alla sua origine – l’autore ha saputo raccontare le vicende del personaggio con coerenza, inserendo molte informazioni riguardo alle strategie politiche, le guerre intraprese (a qui tempi di parla di guerre greco-puniche) e il contesto storico-culturale. Non per niente, stiamo parlando di uno degli archeologi italiani più famosi.

Devo ammettere che lo stile di Manfredi non mi è nuovo: da adolescente c’era stato assegnato Idi di Marzo, un compito che ho accolto con una certa riluttanza. A quei tempi la mia testa era occupata da fantasie romantiche che prevedevano amori impossibili e gesta eroiche; perciò, ritornare con i piedi per terra, per giunta leggendo qualcosa che avrei trovato anche sui libri di scuola, mi faceva rabbrividire!

E invece, mi sono dovuta ricredere! Ovviamente a quei tempi non ho dato la soddisfazione di aver apprezzato i romanzo, per altro assegnato da una prof che mi stava parecchio antipatica 😛

Poco tempo fa ho deciso di approcciarmi di nuovo a Manfredi; erano mesi che nelle librerie la sezione “romanzi storici” mi rivolgeva occhiate ammiccanti, ma non avevo mai voluto ascoltare il loro canto delle sirene, fino a quando non l’avevo presa in considerazione per fare un regalo a un parente, mio padre. Siccome non è un gran lettore, alla fine il regalo è diventato mio (che genio del male!).

Ricostruzione di Dionisio (Museum of Ventura County, George Stuart Gallery)

Per coloro che hanno paura di annoiarsi di fronte alla narrazione di personaggi realmente esistiti, strategie politiche o di guerra con tanto di cartine, vi dico: non temete, miei prodi! Voglio dire, sì c’è tutto questo, ma vi assicuro che lo stile di Manfredi è molto coinvolgente e comprensibile. Non mi sono mai annoiata e le cartine le ho trovate estremamente utili per capire lo svolgimento delle varie battaglie.

Non solo, la costruzione del personaggio l’ho trovata semplicemente fantastica: non è il cattivo e basta, ha un suo background completo, ricco di motivazioni, una logica intrinseca che lo spinge ad agire in una determinata maniera, con la sincera convinzione che sia nel giusto. Non mancano momenti di turbamento e dubbio, dove notiamo un’introspezione che ci ricorda che abbiamo comunque di fronte un essere umano, diverso da quello che viene narrato freddamente sui classici libri di storia.

Chiaramente, si sa che alcune vicende sono state romanzate, così come l’accorpamento o l’eliminazione di alcune figure realmente esistite, per esigenze di trama. È lo stesso autore che nelle note specifica che cosa ha dovuto tralasciare: la vita di Dionisio I è stata molto complicata (e quale non lo è, del resto 😛 ). Ma qui si parla di un potete stratega che ha passato l’esistenza a combattere, ad organizzare guerre e alleanze politiche. Inserire tutto ciò avrebbe complicato fin troppo la storia.

Alla fine, sono andata io stessa a cercare informazioni al riguardo.

Voto 5/5!

“Il migliore dei tiranni non può essere preferibile alla peggiore delle democrazie.” Il Tiranno, V. M. Manfredi

Monna Lisa olandese

Questa sera ho deciso di parlarvi di un libro che da adolescente mi era piaciuto molto; un romanzo ambientato nell’Olanda del XVII che mischia un po’ di personaggi reali, con vicende immaginate dalla scrittrice.

Sto parlando de La Ragazza con l’Orecchino di Perla di Tracy Chevalier.

L’autrice prende ispirazione da un quadro del famoso pittore Johannes Vermeer, che si intitola “La Ragazza col Turbante” e immagina la storia dietro quel volto giovanile e stupefatto, la cui vera identità non è mai stata scoperta.

Perché tanto scalpore dietro questo quadro? Ho fatto una piccola ricerca:

-Prima di tutto perché a quei tempi le perle erano molto rare e averne una di quelle dimensioni sembra quasi surreale.

-Lo stesso orecchino è in contrasto con l’abbigliamento umile della fanciulla: se era di bassa estrazione, come mai portava un orecchino, per altro pure costoso?

-Altro punto è la sua bellezza fuori dal comune: pelle candida, labbra carnose rosso fragola e viso angelico. Sembrerebbe quasi una creatura mitologica, come una musa, ma non c’è nulla nel dipinto che dia indicazioni di un qualche simbolismo al quale voleva riferirsi il pittore.

Tracy Chevalier le ha dato il nome di Griet, un’adolescente di bassa estrazione che viene assunta come domestica proprio nella casa del famoso pittore. Qui, però, non avrà vita facile: deve fare i conti con una suocera scaltra, una moglie gelosa e sei figli viziati. Come se non bastasse, pare che tra lei e Johannes nasca una certa complicità, come se lei fosse l’unica in grado di capire il suo senso artistico.

Chiaramente si tratta di una storia inventata, ma l’autrice è stata capace di descrivere con sapienza il contesto storico, catapultandoci in un’epoca dove la divisione delle classi sociali era molto evidente e una ragazza così giovane, a maggior ragione se di bell’aspetto, poteva solo sperare di trovare un buon partito, prima che qualche marpione potesse rovinarla per sempre.

Griet, nonostante la sua età, si dimostra comunque molto astuta e non si fa mettere i piedi in testa da nessuno: è lei che prende le decisioni più giuste per sé stessa, salvandosi in curva con le sue sole forze. L’innocenza del volto è tutta apparenza, quindi: dietro quello sguardo, c’è molto di più, una sorta di potere seduttivo celato con sapienza.

Conservo davvero un piacevole ricordo di questo romanzo, ecco perché ve lo consiglio. Voto 4/5.

Ah, ho visto anche il film, ovviamente. Colin Firfth neanche lo commento perché il ruolo era semplicemente perfetto per lui! La Johansson, o meglio, la sua doppiatrice, mi ha fatto venire l’ansia con tutti quei sospiri inutili. In pratica il suo copione per il 70% era costituito dal respiro ansimante, giusto per rendere la scena carica di tensione. L’ANSIA PROPRIO!

“La vita è una cosa assurda. Ma se si vive abbastanza a lungo, non ci si sorprende di nulla.” La Ragazza con l’Orecchino di Perla, T. Chevalier

Humor inglese

Diversi anni fa scoprii che due ragazze, di cui non ricordo minimamente il nome, offrivano consigli di lettura sulla base della propria presentazione personale, da inviare via mail. Mi ricordo che ne fui entusiasta, perciò scrissi come mi vedevo caratterialmente (quanto potevo essere attendibile?) e i miei gusti personali.

Nel remoto caso in cui interessasse a qualcuno, a parte mia madre, mi ero descritta come una persona estroversa, che ama ridere e scherzare, chiacchierare con le persone e conoscere nuove cose. Allo stesso tempo sono una gran sognatrice.

Non mi ricordo se ho menzionato i miei clamorosi difetti, come il fatto di essere lunatica e permalosa, ma dopo diversi giorni ho ricevuto la mail di risposta dove mi veniva consigliato di leggere La Sovrana Lettrice di Alan Bennet.

Un romanzo celebre, che ho tenuto vergognosamente relegato nella wishlist di Amazon per anni insieme ad altri prodotti, quali vestiti che forse non sto indossando nemmeno in un universo parallelo e qualche attrezzo da lavoro, forse inseriti da mio marito in attesa che gli dia il permesso di acquistarli 😛

Insomma, alla fine mi sono decisa: adesso basta! Lo compro e lo leggo! Sono solo un centinaio di pagine e poi voglio vedere se è azzeccato alla mia personalità.

In breve, la regina d’Inghilterra scopre per caso il piacere della lettura, ma poiché ad un certo punto non riesce più a farne a meno, questa passione avrà delle ripercussioni sul suo entourage, sui sudditi e sui servizi di sicurezza.

Una lettura molto leggera, che si termina in un pomeriggio, magari sorseggiando una tazza di tè con dei biscotti, giusto per farsi coinvolgere maggiormente dal clima della storia.

La copia che ho acquistato io è della Adeplhi, una CE che evidentemente possiede un altissimo senso dell’umorismo rispetto al mio, dato che in quarta di copertina scrive “irrefrenabili risate”.

Voglio dire, qualche sorriso sicuramente può strapparlo, magari leggendo le battute taglienti che la Regina rivolge al Primo Ministro, oppure i commenti del Duca, ma da lì a ridere sguaiatamente ce ne passa…!

Le “irrefrenabili risate” con il tè

Se vogliamo, fa già sorridere la quarta, appunto, sia per l’iperbole riferita al senso dell’umorismo, sia perché ti spoilera già che il colpo di scena è nell’ultima riga. Come per dire: “Oh, non solo ti spacchi in due, ma proprio non ti immagini cosa succede nell’ultima riga di questo libro!”. Perciò tu stai lì a farti cullare dal ritmo quasi monotono e ripetitivo di Bennet, a volte riaprendo gli occhi per una battuta, e poi sul finale ti svegli di soprassalto: “C…cosa?! Che è successo?!”. L’ultima frase l’ho riletta due volte perché mi ha dato più emozioni di tutto il libro.

Dai, scherzi a parte, non è poi così male se si desidera una lettura leggera, poco impegnativa e con una spolverata di humor inglese.

Consigliato? Mmmh…forse. Aspetta che rileggo l’ultima frase del libro…

Voto 2.5/5.

“[…] ragguagliare non è leggere. Anzi, è l’esatto contrario. Il ragguaglio è succinto, concreto e pertinente. La lettura è disordinata, dispersiva e sempre invitante. Il ragguaglio esaurisce la questione, la lettura la apre.” La Sovrana Lettrice, A. Bennett

C’è un po’ di fantasy in questo erotico

Fra le piccole gite piacevoli di quest’estate, mi è capitato di recarmi ad una fiera e, per la prima volta, mi sono fiondata sugli stand degli autori esordienti, dove ho acquistato qualche volume e chiacchierato un po’. Fra questi c’era I Rami del Tempo di Luca Rossi.

Dunque, le copertine ben strutturate e i titoli già avevano attirato la mia attenzione. In aggiunta, l’autore, che devo dire è una persona simpatica e alla mano, mi ha fornito una presentazione accattivante dei suoi volumi, esordendo con la domanda presente sulla copertina: “Puoi continuare a vivere sapendo che tutti coloro che ti hanno amata non sono mai esistiti?

Risultato: acquisto dei primi tre volumi!

Avrò fatto bene?

Non potrei rispondere così su due piedi, perché prima vorrei raccontarvi come ho trovato proprio il primo capitolo, che per altro ho appena finito di leggere avvolta dalla densa afa del mio soggiorno.

Partiamo dagli aspetti positivi, che di solito scarseggiano quando i lettori si trovano a commentare i libri di scrittori misconosciuti. I Rami del Tempo mischia vari elementi di magia, passione e intrighi in un universo non ben definito, dove una civiltà viene brutalmente uccisa e la sua memoria sta per essere cancellata definitivamente. I tre abitanti superstiti, ovvero, marito, moglie e una sacerdotessa, hanno il delicato compito di dover scoprire cosa sia successo, nonostante il pericolo che l’orrore possa ripetersi per concludere ciò che era stato iniziato. Dall’altra parte della terra (o mondo? Bho…) il malvagio re Beanor, ormai stufo di vivere da secoli in una terra ghiacciata, ingaggia fior di maghi per oltrepassare le barriere protettive di quelle terre e conquistarle definitivamente.

A parer mio, la trama è abbastanza intrigante, tenendo conto del fatto che il mio bagaglio culturale fantasy è alquanto povero. Tuttavia, le premesse c’erano!

Altro punto a favore è lo stile di scrittura: ripulito da ogni strafalcione, curato e ben strutturato. Scorre molto velocemente, nonostante sia meno accattivante la grafica rispetto ad altri dello stesso genere (una ragazza aveva persino inserito immagini a colori e il nome dei capitoli era riportato anche nella lingua dei personaggi).

Ora, però, veniamo alle note dolenti, che riporto per amore nei confronti della trasparenza di questo blog, pur senza denigrare il faticoso lavoro del sig. Rossi. Ci tengo a precisare che si tratta di opinioni personali, senza nessuna pretesa di farne un’analisi critica alla beta-reading.

1)Prima di tutto, c’è da considerare che su Amazon è venduto nella sezione fantasy e secondo me è scorretto, perché è palese si tratti di un erotico, cosa che ho scoperto leggendolo (sì, lo so, potevo accorgermene prima, leggendo l’ultima frase della quarta, ma tant’è). Chiarito ciò, la mia opinione per forza di cose ne esce influenzata perché non è un genere che mi piace. Nondimeno, ho trovato che anche chi se ne intende non ha apprezzato comunque il tipo di narrazione.

Cosa intendo dire? La componente sessuale è troppo onnipresente, in maniera squallida, pedante e fastidiosa. Il re Beanor vive solo di quello e nei capitoli dove si parla di lui si descrivono solo atti sessuali, ma in sostanza non succede quasi niente di rilevante. Tolti questi episodi ahimè rimane ben poco della trama, che già di per sé procede lentamente e a volte in maniera confusionaria attraverso continui salti nel tempo e nello spazio.

A ciò si lega la visione romantica dell’amore, che non esiste perché tutti pensano solo a fare sesso, relegando il sentimento ad un mero appagamento fisico, senza una minima sfumatura poetica. In sostanza, una persona ama quando vede che l’altra è “bonazza”. Punto.

2) Molti nelle recensioni si soffermano disgustati a contemplare il personaggio di Beanor: ma quello si sa già dalla trama che è malvagio, depravato e inutile. Io, invece, affronterei il discorso della sacerdotessa Miril, seconda in ordine di odiosità: la sua onnipresenza nel rapporto fra Lil e il marito mette solo ansia. Non solo, dietro ai suoi finti modi gentili in realtà si nasconde una personalità calcolatrice ed estremamente egoista, che con furbizia raggira una ragazza ingenua, isolando sempre di più un Bashinoir già sull’orlo dell’esaurimento nervoso.

Ma che senso ha poi preoccuparsi della tua magia, quando siete rimasti solo in tre nella vostra civiltà e sarebbe più logico ripopolarla? C’era già una coppia sposata con intenzioni di avere figli, ma la “saggia” Miril ha ritenuto più importante guadagnarsi la cagnolina da compagnia.

3) L’ambientazione l’ho trovata piuttosto confusa. Apprezzo i libri che inseriscono un minimo di mappa del mondo, dato che si tratta di luoghi inventati di sana pianta. Qui ho fatto fatica ad orientarmi, anche perché mancano anche le descrizioni dei regni: a Isk c’è il ghiaccio, ma poi?

Alcuni hanno criticato anche i troppi salti nel tempo, ma io non credo che siano sbagliati. In fondo si tratta del primo di tre volumi e si sa che tante domande trovano risposta nei successivi libri, quindi ci sta un po’ di confusione iniziale.

Personalmente, però, tornando al discorso di prima, si poteva inserire qualche approfondimento in più sui personaggi stessi (rendendoli più profondi) e sugli ambienti, piuttosto che scene erotiche inutili.

Dopo il mio sproloquio di cui sopra, arriviamo al voto: 2.5/5.

Avrò fatto bene? Il responso ai posteri…

Bullismo e dark web

Mi è capitato di recente di recarmi presso una fiera di zona, dove oltre alla presenza di bancarelle a tema videogames e fumetti, c’erano anche stand di autori esordienti che presentavano il proprio romanzo. Per lo più si trattava di genere fantasy, al quale ancora sto cercando di avvicinarmi in punta di piedi, mentre in una in particolare ho conosciuto il giovane autore di un thriller. In questo articolo vi parlo proprio del suo libro, Dark Dar10, scritto da Federico Caffagni.

La storia è incentrata sul giovane Dario, un ragazzo costretto a trasferirsi da Padova a Trieste con la mamma, dopo la morte del padre, al quale era molto legato. Difatti, grazie a lui si appassiona al mondo dell’informatica ed è per questo che conserva gelosamente il suo pc. Un giorno, notando che esistono dei file criptati nell’hard disk del padre, comprende che in realtà c’è un segreto di cui non è a conoscenza. Inizia così la ricerca della verità, destreggiandosi tra bulli, amori, amici e…dark web!

Si tratta di un romanzo molto scorrevole, che si legge anche in una giornata. La mia paura, quando acquisto libri di esordienti, è che le case editrici non abbiano “ripulito” a sufficienza il testo, rendendo la lettura ostica e pesante. Qui, a parte qualche uso eccessivo della virgola al posto del punto (forse legato allo stile dell’autore, ma comunque ci si abitua quasi subito), non ho riscontrato delle problematiche degne di nota. Anzi, la lettura prosegue veloce pagina dopo pagina, nonostante a tratti le azioni del protagonista sia spiegate molto dettagliatamente.

Ciò che ho apprezzato tanto di questo romanzo è la spiegazione chiara e alla portata di tutti delle nozioni base che riguardano l’informatica. Se non siete molto esperti in materia, riuscireste comunque a seguire le vicende perché l’autore, con una certa arguzia, semplifica molto le spiegazioni con esempi e metafore. Inoltre, attraverso la storia di Dario, si affrontano tematiche molto importanti, soprattutto nel mondo adolescenziale. Primo fra tutti il bullismo, perpetrato da parte di ragazzi problematici (Caffagni ci tiene a precisarlo) ai danni di chi è incapace di difendersi in autonomia. La soluzione adottata nel libro per certi versi può sembrare discutibile, alla stregua di una legge del taglione, ma capisco il nobile intento.

Altra tematica importante è la questione del web: non tutto il mondo di internet è clear (per dirla come l’autore), ma esistono luoghi più oscuri e nascosti, dove si annidano traffici illeciti, insieme alle teorie del complotto più disparate. Oltre che essere illegale accedervi, è molto pericoloso, e questo viene ribadito più volte nel romanzo.

Insomma, un libro che secondo me dovrebbe essere consigliato soprattutto agli adolescenti, che spesso sottovalutano il pericolo di internet. Ma può senz’altro essere utile anche agli adulti, per imparare qualcosa di più sul mondo informatico. Per me è un 4/5 come voto.

Julia

“Adorava il padre. Gli aveva insegnato tutto quello che sapeva di informatica, lo portava alle fiere e sosteneva i suoi interessi, come i fumetti o i videogiochi. Ma, soprattutto, era l’unico che capisse qualcosa di quello che davvero gli interessava: gli altri quando Dario iniziava a parlare si perdevano quasi subito o peggio si stufavano.” Dark Dar10, F. Caffagni

Grandi Classici: I Malavoglia

Mentre molti sgomitano per accaparrarsi il secondo volume della saga dei Florio, scritta da Stefania Auci, ecco che io, sempre sul pezzo, scelgo letture più classiche, sempre ambientate in Sicilia, sempre avendo a che fare con la discesa di una nota famiglia, ma con uno degli autori che più apprezzo. Eh già, sto proprio parlando de I Malavoglia di Giovanni Verga.

Impossibile non conoscere la storia, anche solo vagamente, dato che si tratta di un testo che si studia alle superiori, quando si parla della corrente letteraria del “verismo”. A tal proposito, mi sento di chiedere scusa alla mia insegnante di italiano, che dopo averci caldamente invitato a leggerlo, l’ho ignorata spudoratamente, preferendo altre letture molto più leggere. A quei tempi, infatti, la dura realtà raccontata dal Verga, unita ad uno stile d’altri tempi, la consideravo fin troppo pesante. Difatti, preferivo sognare ad occhi aperti i vampiri della Meyer o i galantuomini romantici della Austen. Ebbene sì, l’ho confessato! Ma sapete? Come sul cibo, anche sulla lettura si cambiano gusti dopo anni (per fortuna, in certi casi!).

In tutto ciò, non ho ancora parlato della trama. In questo romanzo si parla delle sventure continue della famiglia Toscano, detti Malavoglia, pescatori di Acitrezza, con una descrizione estremamente cruda della loro vulnerabilità di fronte alla natura e alla storia.

Nonostante si tratti di un romanzo risalente alla fine del XIX secolo, ho trovato degli spunti di riflessione molto attuali, soprattutto per quanto riguarda i contrasti all’interno della stessa famiglia. Il giovane ‘Ntoni mi ha ricordato molto i discorsi che ho sentito da parte di ragazzi molto più piccoli di me: la perplessità di fronte ad una vita di stenti, spaccandosi la schiena per quattro spiccioli. Mentre per il patriarca il duro lavoro era un’attività dignitosa e onesta, per il nipote non era altro che un accontentarsi a sopravvivere. Penso che di fronte ad un contrasto del genere, da parte delle nuove generazioni ci si possono aspettare due strade: una maggiore ambizione per rompere la catena del “volersi accontentare, tanto è pur sempre un lavoro”, oppure soccombere nel proprio malcontento. E chi ha letto il libro, sa come sia andata a finire per ‘Ntoni.

Un’altra questione interessante è legata agli abitanti di Acitrezza. Mi hanno ricordato tanto le chiacchere che sentivo dai più anziani del paese di origine di mio padre, quando scendevamo per le vacanze. In queste piccole realtà, ho riscontrato gli stessi pettegolezzi presenti nel libro, i medesimi motivi futili per offendersi con qualcuno, le dicerie che corrono e si basano sul sentito dire oppure su un’occhiata veloce, la cattiva reputazione che a volte viene affibbiata per malintesi…insomma, a più di cento anni di distanza, le cose non sembrano essere cambiate per alcuni posti.

Lo stile di Verga mi piace molto: descrive le vicende dei Malavoglia con molta crudezza, senza indorare la pillola al lettore, ma allo stesso tempo traspare una sorta di tenerezza nei confronti di questa famiglia che, dopo ogni mala sorte, cerca di riprendersi con dignità. Il tutto senza scadere nel populismo.

Unico neo, se proprio voglio fare la pignola, è che ci ho messo un po’ ad abituarmi ai suoi salti di punti di vista, che cambiavano in maniera repentina da un paragrafo ad un altro, nonostante mantenesse la terza persona. A parte questo, direi voto 4.5/5.

“Quando uno lascia il suo paese è meglio che non ci torni più, perché ogni cosa muta faccia mentre egli è lontano, e anche le facce con cui lo guardano sono mutate, e sembra che sia diventato straniero anche lui.” I Malavoglia, G. Verga