Harry Potter e il cattivone di Azkaban

Non so quanto tempo fa ho iniziato a parlare del maghetto più famoso del mondo e ancora non ho concluso la saga. Sembra incredibile, ma sono ferma al quinto libro, che per altro ascolto a distanza di mesi o settimane attraverso Audible, con la voce di Pannofino. Il fatto è che non mi sta prendendo e ho come l’impressione che l’autrice abbia allungato fin troppo il brodo.

Ma oggi non vi parlo dell’Ordine della Fenice, bensì del Prigioniero di Azkaban, terzo volume della saga di Harry Potter di J.K. Rowling.

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La vecchia edizione che ho ancora, regalata da mia madre almeno 15 anni fa!

Dunque, Harry deve affrontare il terzo anno alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, ma una minaccia incombe su di lui: è fuggito da Azkaban il famigerato assassino Sirius Black che, tanto per cambiare, vuole ucciderlo. Insomma, si allunga la lista dei nemici mortali del piccolo mago, in un’atmosfera scolastica sempre più tetra, riportata quasi fedelmente nel film omonimo di Cuaron.

Quindi, ancora non molte soprese per me che ormai li conosco a memoria e li rivedo periodicamente. È anche vero che ci sono delle sostanziali differenze, una in particolare che molti fan hanno criticato, ovvero quella di omettere completamente la storia dei Malandrini, liquidandola in qualche frase finale.

Nel film molte informazioni sono date per scontate, vuoi per necessità nella narrazione o per scelte discutibili da parte dei produttori. Una volta letti i romanzi, come sempre, ogni tassello va al suo posto. Che ruolo ha, per esempio, il Platano Picchiatore all’interno della storia? Qua si conosce l’origine di questo albero bizzarro (che a dire il vero è un salice, ma va beh…) e perché sia stato posto nel cortile della scuola.

Si spiega meglio anche la bellissima storia di amicizia dei Malandrini, autori anche della celebre mappa che utilizza Harry nel corso del terzo libro, regalatagli dai gemelli Weasley.

Un’altra questione è quella che riguarda Grattastinchi, la gatta di Hermione, che nei film quasi non si vede, se non intenta a cacciare Crosta, ma nel romanzo ha un ruolo ben più consistente, perché è la prima a capire che in realtà il gramo che vedeva Harry era proprio Sirius Black, mentre il topo non era altro che Codaliscia. Proprio per questo si sono sprecate le teorie più stravaganti dei fan: il gatto, infatti, dimostra un’intelligenza fuori dal comune, per questo motivo alcuni hanno azzardato l’ipotesi che si tratti di un’animagus.

Nonostante, quindi, conoscessi già la trama, il libro ha saputo stuzzicare la mia curiosità, attraverso un’ottima caratterizzazione di personaggi e curiosità interessanti riguardo la saga.

Voto 4/5.

Julia

“La felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce.” Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, J.K. Rowling

Traffico di esseri umani

Oggi vi racconto di un romanzo che ho acquistato grazie alle offerte della Newton Compton nella sezione thriller, intitolato Non dirmi bugie, di Rena Olsen.

Ecco la trama: Clara sta spazzolando i capelli alla figlia, quando all’improvviso degli agenti fanno irruzione in casa per arrestare il marito Glen. Prima di andare via lui la intima di non dire niente e lei ubbidisce senza remore. Giunta in questura, però, le persone la chiamano Diana e accusano il marito di crimini atroci. Con molta fatica e remando contro la rigida educazione con la quale è cresciuta, sarà costretta a mettere in discussione la realtà perfetta che credeva di aver vissuto fino a quel momento.

Ci sarebbero diverse cose di cui parlare prendendo in considerazione il romanzo, ma comincio da quelle semplici: per esempio il genere, considerato thriller, ma che in realtà non lo sembra affatto, prima di tutto perché sappiamo già la verità entro le prime decine di pagine. In secondo luogo, i colpi di scena sono quasi inesistenti perché la trama è davvero prevedibile, lasciando pochissimo spazio all’immaginazione.

In sostanza, il fulcro del romanzo è la lotta interiore di Clara contro il lavaggio del cervello che le è stato imposto fin da bambina. Non è facile per lei fare i conti con la realtà dei fatti ed accettare di aver sposato un mostro. Peggio ancora, rendersi conto di esserne stata complice, in un certo senso.

Per come è strutturato il romanzo, a parer mio questo percorso è reso discretamente, anche attraverso continui salti temporali con flashback a random, che comunque non è difficile collocare all’interno di una linea temporale di eventi.

Eppure, ci sono elementi che mi hanno fatto storcere il naso, primo fra tutti la noia del racconto: quando gli eventi diventano prevedibili e i fatti raccontati si ripetono, oltre 300 pagine diventano troppe. Per altro il tono melenso con cui Clara descrive il suo amore per quel mostro di Glen mi ha suscitato solo irritazione.

C’è anche un dilemma etico dietro a tutta questa storia: Clara è una vittima a tutti gli effetti o è solo un’altra carnefice? Bella domanda. Ho avuto come l’impressione che l’autrice volesse creare delle sfumature fra il bene e il male: non esiste l’assoluto, perché tutti appartengono a quell’alone grigiastro in grado di trovare sempre una giustificazione alle proprie azioni, che sia un passato traumatico o l’istinto di sopravvivenza.

Dal canto mio, non ho mai sopportato del tutto questo pensiero. È vero che dietro ad ogni azione, giusta o sbagliata che sia, c’è sempre una ragione. Ma non si può dire “eh poverino, ha avuto un’infanzia difficile, quindi ci sta che poi sia diventato un criminale”. Troppo facile così.

Per altro, non sono riuscita nemmeno a simpatizzare con il personaggio di Clara, trovandolo ipocrita in determinati frangenti, se non contraddittorio. A volte sembrava cosciente della fine che andavano a fare le bambine che formava, tanto da opporsi quando venivano scelte quelle troppo piccole, in altri quasi cadeva dal pero sulla cattiveria del marito, come se ci fosse un modo buono di trattare il traffico di esseri umani. Francamente non mi è sembrata tanto migliore di Glen, solo più furba, tutto qua. L’amaro in bocca mi è rimasto per tutte le vittime di tale sistema tanto marcio, che purtroppo non sono state più ritrovate o salvate.

Voto 3/5

Julia

Grandi classici: Canne al vento

Quest’estate per le vacanze mi sono recata per un paio di giorni nella bellissima Firenze, una città che desideravo visitare da tanto tempo. “Ma che c’entra con questo grande classico?”, direte voi giustamente. In effetti nulla, dato che stiamo parlando di due ambientazioni diverse, dove la Deledda descrive in maniera a dir poco magistrale una spettacolare Sardegna rurale di più di un secolo fa. Il fatto è che proprio al Libraccio vicino alla Cattedrale di Santa Maria del Fiore ho trovato un’offerta pazzesca sui grandi classici.

Fosse per me ne avrei presi a decine, ma siccome mi aspettavano ancora altri giorni di vacanza e non era il caso di sperperare tutto in una volta, ho optato per Deledda e Flaubert (Madame Bovary). Per altro questa collana di Crescere Edizioni mi piace molto, sia per la copertina, sia per il segnalibro staccabile in fondo al volume.

Alla fine ho scelto di recarmi nella Sardegna deleddiana, dove le vicende delle tre sorelle Pintor si mescolano ad un paesaggio contadino, nel quale si scoprono antiche tradizioni e credenze magiche popolane. Il vero protagonista alla fine è il fedele servitore Efix, rimasto ancorato a questa famiglia, nonostante il prestigio decaduto come il rudere che ancora abitano. La sua devozione per loro è così sconfinata che non se la sente di ricordarle i pagamenti che ancora non ha ricevuto. Ma è anche vero che dentro di sé nasconde un oscuro segreto, che lo spingerà ad intraprendere una sorta di percorso di espiazione.

Le tre sorelle Pintor dal canto loro, sono delle zitelle di età non ben definita ed estremamente diverse l’una dall’altra. Ognuna rappresenta simbolicamente un’inclinazione umana differente: Ruth, nonostante sia la maggiore, appare sempre calma e assertiva, lasciandosi trascinare dalle scelte delle altre. Ester è come una mamma, sempre paziente e amorevole, mostra una particolare devozione religiosa e viene presentata con l’inconfondibile scialle sulle spalle, che sistema di continuo. Poi c’è Noemi, la più giovane dalla risposta sempre pronta e cinica. Fra le note viene definita come la donna del ricordo e del rimpianto, e questa cosa mi ha colpito molto, come se in qualche modo la capissi più delle altre.

Noemi mi ha dato l’impressione di essere una donna indurita da una vita difficile, che ormai non si illude più di niente, lasciando ampio spazio al cinismo. La sua ironia amara viene spesso interpretata come una sorta di cattiveria, quando in realtà penso sia questione di autodifesa. Il fatto che si perda sempre nei ricordi, rimuginando in continuazione, è un atteggiamento in cui mi sono ritrovata: sai che ti fa del male, ma lo fai lo stesso perché appena ti ritrovi sola con i tuoi pensieri è la cosa che ti riesce più facile. In qualche modo si cerca di dare un senso anche a ciò che è stato.

E così mi sembra di vederla la giovane Naomi seduta a cucire con il viso corrucciato, mentre pensa ad un passato che potrebbe solo farle del male. Nonostante la sua età, si sente già vecchia, perché sostanzialmente si sta consumando da sola.

È l’unica che si oppone all’arrivo del nipote Giacinto. Eh sì, non l’ho detto: le Pintor erano quattro! Lia è la sola che è riuscita a scappare da una vita in catene, chiusa in casa a fare la serva insieme alle sorelle per volere di un padre molto geloso. Lia probabilmente ci ha visto lungo e ha deciso di fuggire, prima di appassire come le altre. Così è partita, si è sposata e ha avuto un figlio. In contesti come questi, non mi stupisce che chi fugge da una condizione difficile, invece di accettarla con un sentimento arrendevole, viene mal visto e detestato. Tutto ciò che è legato a Lia, infatti, Giacinto compreso, è visto come una fonte di presagio.

Un destino al quale comunque nessuno può sfuggire: “Siamo come canne al vento”, afferma lo stesso Efix più volte nel romanzo.

Al di là dell’analisi dei personaggi, consiglio vivamente la lettura di questo grande classico anche per la maestria nella narrazione di Grazia Deledda (non a caso è un premio Nobel), capace di narrare come se si stesse leggendo una lunga poesia. Uno stile che culla da inizio a fine pagina e ci immerge nella bellissima Sardegna di un secolo fa, ricca di magia e tradizioni.

Ci sarebbe tanto altro da dire, ma non posso tenervi incollati al mio blog per ore! Ammesso che abbiate avuto la pazienza di arrivare a fine pagina… 😛

Voto 5/5

Julia