Harry Potter, ne avete mai sentito parlare?

Ebbene sì, lo confesso. Appartengo a quegli ultimi quattro gatti rimasti sulla faccia della terra che, pur apprezzando la saga del maghetto più famoso del mondo, non hanno ancora finito di leggerla. Però ho iniziato, eh!

La prima volta che ho sentito parlare di Harry Potter, frequentavo le medie e ci era stato assegnato per compito da leggere. Ho confessato alla mia prof di italiano, circa quindici anni dopo e per caso sui social, che non avevo mai assolto al mio dovere! Mia madre aveva comprato il libro che aveva ancora quell’orrenda copertina di Harry con un cappello da topo e un ratto enorme di fianco a lui, su uno sfondo giallo ittero. Nonostante sapessi già di amare la lettura, ogni volta che si presentava una storia fantasy, non venivo attirata per nulla. Preferivo leggere Calvino, rendiamoci conto! La cosa ancora più sorprendente è che mio fratello è stato il primo a leggerlo e anche con un certo entusiasmo (il periodo più prolifico per lui in termini di lettura libera).

Niente, ho dovuto attendere i miei..cof, cof.…27 anni prima di iniziare! Secondo voi mi è piaciuto? Lo dico sinceramente, prima di addentrarmi ne La Pietra Filosofale, avevo delle aspettative altissime. L’entusiasmo è andato scemando, quando mi sono resa conto che è proprio un libro per bambini. Okay, avrei dovuto saperlo, ma mi aspettavo un linguaggio più vicino ai ragazzi. Nonostante ciò, non annoia più di tanto e la narrazione scorre veloce fino alla fine. Niente colpi di scena per me che ho già visto i film 175 volte, ma ero curiosa di capire quanto fosse diversa la narrazione scritta. In effetti, a parte qualche piccola differenza di trama, la parte finale ha acquisito maggior significato: sto parlando delle prove prima di arrivare alla stanza con Raptor. Non sembrano messe a caso come nel film, ma acquisiscono un senso determinato dai professori che le hanno ideate, rispecchiando la loro stessa materia di studio. Fantastico! Peccato che non ci fossero tutte nella trasposizione, ma alla fine della fiera, il regista è stato abbastanza fedele.

Tornando allo stile del primo libro, mi sono chiesta cosa abbia scatenato tanto successo nel pubblico. Sapevate che il manoscritto era stato rifiutato da ben 14 case editrici? Da non credere, vero? A mio parere, la Rowling è stata un genio nel rivoluzionare il mondo della magia, come se fosse un universo reale vicino al nostro, un po’ come nelle storie medioevali. La differenza è che qui ha ricreato la stessa interdipendenza ai giorni nostri. La concezione del mago e della strega è stata stravolta: prima di tutto non ci immaginiamo più vecchi barbuti e saggi (Silente a parte, che conserva il fascino del buon Merlino), spesso antagonisti di ciabatte rinsecchite e crudeli, dedite a magie oscure, ma persone neutrali: entrambi possono essere sia buoni, che cattivi. Tutte le stranezze che ha costruito intorno a queste figure, per dare un senso a questa nuova natura, è semplicemente fantastico. Adesso mi rivolgo agli altri 3 gatti di cui parlavo all’inizio: vi consiglio di leggerlo!

Voto 4.5/5.

Julia Volta

“Le prime vittime sono sempre gli innocenti.” Harry Potter e la Pietra Filosofale, J K Rowling

Divergent: scegli bene che poi non puoi cambiare “proprio mai”

Non ho letto molti libri di genere fantascientifico, ma mi piacciono i film ambientati in futuri distopici, post evento apocalittico, dove la società umana in qualche modo si è riorganizzata sperando di non ricommettere gli stessi errori del passato. Non è un caso che, proprio in questo periodo, mi sto dilettando a giocare ad Horizon Zero Dawn 😛 Comunque, quando mio marito mi ha regalato Divergent di Veronica Roth, ero carica di curiosità.

Premesso, avevo già visto tutta la trasposizione cinematografica e diciamo che l’ho trovata godibile. Ma, avendo sentito che, per esempio, per Hunger Games i libri sono meglio dei film, ho pensato che anche in questo caso valesse il medesimo discorso. Allora, prima di tutto partiamo dalla trama del primo volume. Siamo in un futuro non ben specificato, nella città di Chicago post megacasinomondiale che ha distrutto tutto. All’interno delle mura, la società umana si è riorganizzata dividendosi in cinque fazioni: Abneganti, dediti all’altruismo e capi di tutti; Eruditi dediti alla conoscenza, diretti rivali dei precedenti; i Candidi che, per la loro inclinazione all’assoluta trasparenza, gestiscono la parte giurisdizionale della società; i Pacifisti che si occupano dell’agricoltura e sono simili ai figli dei fiori; e infine, gli Intrepidi che elogiano il coraggio e fanno da polizia di stato. In disparte e sostenuti solo dalla generosità degli Abneganti, ci sono gli Esclusi, ovvero tutti quelli che per un motivo X sono stati cacciati dalla fazione di appartenenza e ora sono condannati a fare l’elemosina.

Beatrice, la protagonista, fa parte del primo gruppo ma, dopo aver fatto il test attitudinale prima della Cerimonia della Scelta della fazione per la vita, si scopre essere Divergente: i risultati sono incerti, perché i suoi tratti dominanti corrispondo al profilo di tre gruppi differenti. Mantenendo comunque questo segreto e sentendo di non riuscire a vivere seguendo le restrizioni degli Abneganti, decide di andare con gli Intrepidi. Ma per entrare nella fazione occorre superare delle prove fisiche durissime e lei non crede di potercela fare.

Parto subito dicendo che l’idea di fondo l’ho considerata originale. È vero, visto il periodo in cui è uscito il romanzo, non era di certo nuovo il tema di una società futura post apocalittica. Tuttavia, trovavo interessante la suddivisione creata dalla Roth, dove gli umani, in maniera super ottimista, pensavano di fare funzionare le cose estremizzando delle nostre tendenze e segregandole in soli cinque gruppi. Difatti, le crepe di questo sistema iniziano a vedersi in maniera evidente e la struttura cigola rumorosamente. Dunque, dove sta il problema? Nello sviluppo naturalmente! Non si salva niente, né lo stile, né il contenuto. Parte benissimo e poi si perde diventando ripetitivo, banale, superficiale e ridicolo. Ci sono dei costrutti sintattici che ho trovato degni di un romanzetto per adolescenti, con parole che ritornano in maniera ridondante, molte incentrate sul fisico dei personaggi.

La storia, a mio avviso, è troppo concentrata su questa tresca amorosa adolescenziale dove un bisteccone super palestrato ma dal cuore d’oro si innamora perdutamente e senza ragione alcuna (non c’è niente di profondo, state tranquilli) di una tizia che un giorno fa la gatta morta e il giorno dopo diventa Wonder Woman nelle spoglie di una dodicenne. Una coppia che non mi dice niente e non mi ha fatto sentire per nulla coinvolta. All’improvviso si amano da morire e tu sei lì che cerchi di capire “ah ma ci stavano provando seriamente fra loro…”. Gli altri personaggi idem con patate: senza spessore e senza ragioni. Peter è cattivo perché sì, con i cani da guardia Molly e Drew monellacci che non sono altro! Non c’è pietà nemmeno per gli amici di Tris (wow che nome da dura!), che compaiono solo quando lei ne ha bisogno. Forse Ali aveva capito tutto e si è tolto di scena per darsi un minimo di dignità.

Ma poi vogliamo parlare del discorso fazioni? Come dicevo, era bella l’idea di mostrare quanto una società del genere non fosse auspicabile, ma proprio perché l’essere umano è così complesso da non poter essere segregato nel pensiero di una sola fazione. Si può essere altruisti e amare lo studio, per esempio. Ma questa cosa non la capiscono nemmeno i cervelloni Eruditi, tacciando come minacciosi i Divergenti. In ogni caso, i peggiori sono gli Intrepidi. Cioè, una fazione più scema della loro non potevano farla! “Bella zio, siamo troppo coraggiosi e avanti, per dimostrare di avere fegato saltiamo sul treno in corsa perché non ho sbatti di aspettare che si fermi, ci facciamo tatuaggi e piercing (ma perché dovrebbe essere una prerogativa di questa fazione? Posso capire gli Abneganti, ma gli altri?), accettiamo qualunque forma di violenza perché se sei intrepido non piangi come una frignina ecc…” Profondi eh…La loro filosofia non regge per un cavolo e ad un certo punto se n’è resa conto pure l’autrice perché accenna al fatto che una volta (tempo imprecisato) era una fazione migliore, più virtuosa, mentre ora sono rimasti solo palloni gonfiati.

Insomma, mi sarebbe piaciuto sapere di più su questo sistema, cosa studiavano i ragazzi a scuola? Quali erano le origini che raccontavano? E poi, “la conoscenza degli eruditi li ha portati alla sete di potere”, ma seriamente? Quindi voler studiare è una colpa? In questo primo volume, sinceramente, ho apprezzato di più la scelta di Caleb: aveva le idee chiare fin da piccolo a quanto pare, poi, non appena si è reso conto del marcio, è tornato indietro.

Voto 2,5/5.

Ora starete pensando: “Va beh, vista la recensione, sicuro non legge i prossimi.”

Julia Volta