Storia di Iqbal, forse non abbastanza approfondita

Fra le letture per bambini che più apprezzo in assoluto, ci sono quelle che raccontano storie vere e straordinarie, come quelle di giovani attivisti, pionieri dei diritti umani, piccoli eroi che hanno coraggio da vendere, lottando contro un sistema marcio e diffuso per amore di giustizia. Fra queste, oggi si parla del giovane Iqbal, una figura associata alla lotta contro lo sfruttamento minorile nel mondo, scomparso tragicamente a 12 anni.

Uno dei testi famosi che tratta di lui è Storia di Iqbal, di Francesco d’Adamo, un libro per bambini di almeno 12 anni che racconta, in forma romanzata e a grandi linee, gli ultimi anni prima della morte del protagonista. I fatti vengono narrati in prima persona dal punto di vista di Fatima, una figura fittizia che fa la parte della migliore amica di Iqbal, insieme ad altri bambini che fungono da contorno in queste vicende ambientate nella bottega tessile di Hussain Khan. Forse è proprio questa approssimazione di eventi che mi ha fatto parecchio storcere il naso, perché di Iqbal si approfondisce poco e niente. Fra l’altro l’autore presenta il libro dicendo che del protagonista ha letto un articolo con foto sfocate e non è mai stato in Pakistan, perciò le descrizioni di ambienti appaiono approssimative e a volte scorrette, come il cielo pakistano uguale a quello di una qualsiasi città occidentale piena di illuminazioni artificiali (ma quando mai!) o le case di macchine che i bambini poverissimi sanno riconoscere, nonostante non sappiamo leggere. Mah….Passi per l’ambientazione, ma questo libro non mi pare abbia reso davvero onore alla sua figura. Basta fare un giro su Wikipedia per scovare altre informazioni interessanti che valeva la pena approfondire. In ogni caso, della storia di questo bambino non si hanno moltissime informazioni, ma perché quelle poche a disposizione non vengono inserite in maniera più precisa? Iqbal sapeva bene cosa voleva dire lavorare in una fabbrica di mattoni, perché ci era stato lui stesso a 4 anni, mentre nel testo sembra stupito di vedere come lavorano questi operai durante una delle sue missioni con la BLLF. Inoltre, una volta che fu costretto a tornare nella fabbrica, si rifiutò categoricamente di lavorare, nonostante percosse e insulti, tanto che la sua stessa famiglia fu costretta a fuggire sotto minacce. Il contributo internazionale che ha dato viene appena accennato e non si dice nulla riguardo alle tracce rimaste a livello mondiale, grazie alla sua coraggiosa battaglia per difendere tutti i bambini sfruttati. In sostanza, non ho apprezzato la scelta di lasciare Iqbal come personaggio secondario, anche in considerazione delle aspettative che avevo anche solo leggendo il titolo del libro, ma tutta questa è una personalissima opinione. Per me il voto è 2/5.

Per contro mi è piaciuta la postfazione finale dell’autore che dona diversi spunti di riflessione e altre letture per approfondire l’argomento.

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura e approfondimento degli argomenti trattati nel libro 🙂

Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite. Da grande voglio fare l’avvocato e lottare perché i bambini non lavorino affattoIqbal (1983-1995)

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