Caroline Ferriday. Destini incrociati durante la Seconda Guerra mondiale

Concludiamo il mese di ottobre con una lettura un po’ impegnativa, un romanzo d’esordio basato sulla storia vera di un’eroina della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta de Le Ragazze senza Nome di Martha Hall Kelly.

Le protagoniste sono tre. La prima è l’americana Caroline Ferriday, realmente esistita e dalla quale è partita l’idea del libro, una donna ricca che lavora al consolato francese che conduce una vita apparentemente perfetta con un amore all’orizzonte e una carriera in ascesa. La seconda è Kasia Kuzmerick, un’adolescente polacca che rischia la vita proprio mentre cerca di eseguire missioni segrete per il movimento di resistenza, durante l’occupazione tedesca. Infine, Herta Oberheuser, una giovane e ambiziosa dottoressa tedesca che fatica a trovare un posto nella società ed uscire dalla desolazione in cui si trova. Quando riceve un annuncio per una posizione di medico al servizio del governo, decide di accettare, ma una volta assunta, si trova intrappolata in un giro di segreti e potere, dominato dagli uomini al servizio del Reich. Apparentemente queste tre donne non hanno assolutamente nulla in comune, ma i loro destini si incrociano quando Kasia viene deportata a Ravensbruck, il famigerato campo di concentramento nazista per sole donne.

Di questo romanzo ho apprezzato moltissimo il duro lavoro di ricerca che c’è stato come background prima della stesura. La scrittrice, come dichiara lei stessa alla fine del manoscritto, si è recata nei luoghi interessati dalla storia, si è documentata sulle vite dei personaggi leggendo persino la corrispondenza privata, ha ascoltato numerose testimonianze dell’epoca, ha letto diversi articoli, ecc…mettendo insieme i dati ricavati ha voluto romanzare una parte di quell’oscuro capitolo della storia del XX secolo dando voce a delle donne che per anni hanno vissuto nell’indifferenza, rendendo anche omaggio ad un’eroina che negli anni ha impegnato tutta sé stessa nell’aiuto verso le meno fortunate. Inoltre, è la prima volta che mi capita di leggere dell’Olocausto dal punto di vista di una nazista, cercando di entrare nella sua psiche e di rendere un po’ più umano un personaggio che per quanto ne sappiamo, accostarlo a qualcosa di bestiale sarebbe un complimento. In tutto ciò, per quanto nel complesso abbia apprezzato l’opera, alcune note le ho trovate stonate, alcune delle quali tratterò nel prossimo paragrafo. Comunque ci tengo a precisare che, secondo me, sul finale la storia diventa fin troppo prolissa: sembra che, volendo raccontare in maniera esaustiva ciò che di straordinario ha fatto Caroline, le vicende di Kasia siano state tirate molto per i capelli. Le ultime 100 pagine almeno, potevano essere riassunte in un paio di capitoli, come per dire “Ecco che fine hanno fatto queste persone”. Voto 3.5 su 5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Come ho già accennato, per quanto sia un libro che vale la pena leggere, ci sono delle parti che ho apprezzato meno. Prima di tutto mi è sembrata piuttosto evidente la discrepanza fra le storie reali e quelle inventate, dal momento che queste ultime contenevano a volte dei buchi di trama, rendendo alcuni aspetti davvero poco chiari. Faccio degli esempi, per capirci meglio. Quando entra nel campo di concentramento, Herta sembra così sconvolta nell’apprendere ciò che succede che decide di partire il giorno dopo, ma alla fine rimane. Successivamente diventa una persona ambigua, a tratti ancora più egoista, fredda e calcolatrice e nello stesso tempo quasi buona nei confronti di Halina, come se stessimo descrivendo due personaggi diversi. Perché? Il libro giustifica il cambiamento dicendo che le serviva lo stipendio per mantenere le cure della madre; inoltre, ad un certo punto si sente tradita dalla sua stessa brillante infermiera. Non mi ha convinto sinceramente. Altra questione, non ha molto senso il modo in cui Caroline decide di scaricare Paul senza ascoltare minimamente ciò che ha da dirle, non si concede nemmeno il beneficio del dubbio, anche quando capisce che la moglie Reena ormai l’ha lasciato. Anche qui, non ha nessun senso a parer mio e difatti è una parte aggiunta dalla scrittrice. Poi, la personalità di Kasia che anche a quasi quarant’anni sembra comportarsi come un’adolescente arrabbiata, apparendo persino ridicola e irritante, ben diversa da quella che era nel campo di concentramento. Possibile che dopo quella esperienza sia tornata esattamente com’era prima di partire? Difatti anche il suo personaggio, per quanto sia ispirato ad una deportata reale, comunque è inventato. Infine, discrepanze a parte, vorrei far luce su un filo conduttore molto sottile, fra i tanti, che vuole affrontare anche un tema molto delicato per una donna, anche se non sono sicura che sia voluto dalla stessa autrice. Più volte viene affrontato il discorso della maternità in chiavi diverse, come sentirsi realizzate, senso del dovere, portatrice di speranza, ma in ogni caso la morale è sempre la stessa: non basta mettere al mondo un figlio per risolvere i propri problemi e sentirsi felici, come fosse una toppa sulla propria insoddisfazione. Può essere uno dei traguardi al limite, non un mezzo per raggiungerli.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Ben presto imparammo che a Ravensbruck la sopravvivenza ruotava intorno alla gavetta di stagno, alla tazza e al cucchiaio, nonché all’abilità di tenerli al sicuro. Se li si perdeva di vista anche solo per un istante rischiavano di sparire per sempre. Perciò li tenevamo sempre dentro l’uniforme, oppure appesi alla vita, se si aveva la fortuna di trovare un pezzo di corda o di spago da trasformare in una cintura.” Le Ragazze senza Nome, M. H. Kelly

Non un’altra fanciulla repressa

Torniamo un attimo sul discorso del té questo mese, per dare uno sguardo ad un libro che secondo me ha fatto un pochino la differenza, anche se ancora non è chiaro se in positivo o negativo. Non la solita storia della fanciulla ingenua, che reprime ogni sofferenza per fare un favore agli altri, ma una madre che lotta per riprendere le sue figlie. Si tratta del romanzo La Separazione di Dinah Jefferies.

Ci troviamo in Malesia, nel 1955 e la famiglia Cartwright sta facendo le valige per partire da Malacca. Emma, che all’epoca ha 11 anni, e la sorellina Fleur, chiedono al padre come mai non stiano aspettando il ritorno a casa della madre, ma lui non risponde e in maniera brusca e frettolosa, le invita ad obbedire. Quando la moglie Lydia torna da una visita all’amica malata, non trova nessuna traccia delle figlie, del marito o della servitù. Sulla base di qualche informazione che riesce a ricavare, parte per un lungo viaggio pericoloso all’interno di un Paese dilaniato dalle guerre civili e lotte intestine, per scoprire dove sia finita la sua famiglia.

Tutto sommato si tratta di un romanzo piacevole, anche se a tratti parecchio irritante, a causa delle dinamiche assurde che si creano nel corso della storia. Finale, quasi scontato ma non del tutto perché anche quello ci riserva un colpo di scena, eppure rimane nello stesso tempo un po’ sospeso, ma non dico di più. La scrittura è scorrevole, quindi è difficile metterlo da parte. Coinvolgenti le descrizioni della Malesia, messa a confronto con l’Inghilterra. Per me voto 3.5 su 5.

ATTENZIONE: SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Ciò che ho apprezzato in questo romanzo è il fatto che la scrittrice non ci costringe a vedere la protagonista, per forza, come un’anima buona e pia, come ho notato in tanti altri dello stesso genere. Qualunque cosa facessero quelle ragazze, se ne uscivano da vittime, donne infelici che tenevano dentro sofferenze indicibili senza parlarne con nessuno, quando magari avevano fatto tutto da sole. Spesso non si facevano nemmeno rispettare, pur di non perdere l’integrità di questa assurda facciata. Qui abbiamo una madre che ha tutte le ragioni del mondo per essere disperata: non trova le sue figlie, comincia a detestare il marito e per gran parte della storia ha ragione di credere che siano addirittura morti. Ma per quanto la vita sia stata dura con lei, scopriamo che non è la solita stigmatizzata, anche lei ha i suoi scheletri nell’armadio. Insomma non è una persona perfetta, anzi, a tratti risulta perfino detestabile: una donna ha appena scoperto che le figlie le sono morte e si comporta da adolescente innamorata a casa dell’amante, diventando persino gelosa per gli oggetti femminili che trova nel suo rifugio (What??). Tutto ciò senza sentirsi comunque privata del diritto di presentarsi davanti al marito spiattellando il frutto del suo tradimento con una donna del luogo, in pratica due pessimi partner, complimentoni! Ben più tragica è stata la sorte di Emma, che ha dovuto fare i conti con un padre assente e una matrigna assurdamente ingenua, subendo degli abusi. Ma quale genitore lascia una bambina nelle mani di un perfetto sconosciuto, che per altro mostra un inquietante interesse nei confronti di tua figlia? Mah…

” «Emma, Fleur», chiamò.
«La mamma è a casa».
Lydia si affrettò a entrare per ripararsi dalla pioggia.
«Alec?», chiamò di nuovo.
«Sono tornata».
Non ci fu alcuna risposta.” La Separazione, D. Jefferies

Un Pinguino, una Gallina e un Piccione: il Mago Blu colpisce ancora!

Torniamo questo mese con un’altra proposta per bambini, ripescata ancora fra i meandri della mia infanzia e di quella di mio fratello. Il Mago Blu colpisce ancora con una storia che questa volta ho affrontato io in classe, con la maestra che si aggirava fra i banchi a leggerla ad alta voce, mentre io dormivo di nascosto. Il peggio è stato quando ci ha chiesto di farne un riassunto e io non ricordavo niente! Si tratta di Chi Trova un Amico… di Giuseppe Lisciani.

A differenza dell’agghiacciante riassunto della Leggenda di Re Artù della stessa collana, che ho riassunto in un precedente articolo, si tratta di una storia piacevole da leggere anche da adulti. Anzi, a dire il vero mi è dispiaciuto non averla seguita quando avevo solo 8 anni, ma il tono monotono della voce della maestra rendeva il tutto insopportabile. Non avevo capito nemmeno il titolo e l’unico protagonista di cui mi ricordavo era il Pinguino. In realtà sono due, lui sicuramente e in più c’è la Gallina. Che fanno questi due pennuti? Il Pinguino sa che nella sua specie è il maschio che cova le uova e si prende cura dei piccoli, perciò passa le giornate a deprimersi per evitare questo triste destino. Un giorno il Piccione gli racconta che nel Pollaio avviene il contrario, così il Pinguino ha un’idea assurda quanto geniale: avrebbe sposato la Gallina! Peccato che quest’ultima, ignara del piano architettato alle sue spalle, pensa di avere l’occasione per smettere di allevare pulcini una volta per tutte. Insomma un libro da 4 punti su 5, perché io che sono adulta l’ho trovato davvero divertente. Il grosso della storia narra di come il Piccione organizza le nozze, chiedendo prima il permesso al Consiglio del Cielo e poi coinvolgendo altri uccelli.

Un racconto da leggere a bambini che hanno almeno 8 anni, perché ad un certo punto i personaggi sono così numerosi, da rendere i fatti confusi. Un ottimo modo per far conoscere ai pargoli alcuni fra i principali volatili, perché per quanto le vicende siano esilaranti, prendono spunto dalle loro reali abitudini.

Il finale è stato un NI: ad un certo punto la Gallina spiega l’origine della famosa Gallina dalle Uova D’oro, mentre il Pinguino diventa Imperatore, dando luogo alla specie omonima che esiste ancora oggi. Il Piccione va a finire in un luogo sperduto dove tutti sono blu, a fare il saggio dei sogni degli altri (perché poi? da quando si dice “saggio come un piccione?!) e del Colibrì si sa solo che torna a casa come se nulla fosse, nonostante sia stato nominato Eroe di mezza altezza. Quindi, se non capite cosa c’entri il titolo con la storia, dovete aspettare l’epilogo dei personaggi, della serie “ho scritto un intero libro partendo dal titolo e poi, siccome mi sono accorto che non ci azzecca niente, aggiungo un finale forzato così gli do un senso”. Impressione mia, eh…

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“La città delle Galline non è bella e misteriosa come la terra bianca e gelida dei Pinguini. Nel Pollaio il sole è generoso, ma vi si conduce una vita senza sorprese. Qui la natura non si degna di offrire spettacoli grandiosi, né improvvisi e drammatici mutamenti; qui non trema mai il cuore.” Chi Trova un Amico…, G.Lisciani

La tetralogia dei Libri Dimenticati

Per la prima volta ho deciso di presentare, come best seller, una celebre saga spagnola che ha abbracciato diversi anni di ambientazione, attraverso intrighi, racconti contorti e personaggi pittoreschi, terminata pochi anni fa con l’ultimo volume. Si tratta dei libri che appartengono alle serie del Cimitero dei Libri Dimenticati di Carlos Ruiz Zafòn: L’Ombra del Vento, Il Gioco dell’Angelo, Il Prigioniero del Cielo e Il Labirinto degli Spiriti.

Ho cominciato a leggerli quando ero un’adolescente, assegnati come compito delle vacanze estive dall’insegnante di italiano e da allora, mi sono appassionata alle vicende della famiglia Sempere. Intorno a questa libreria, attività di famiglia da sempre, in una Barcellona descritta alla perfezione con caratteri sinistri e surreali allo stesso tempo, si districano le storie di diversi personaggi partendo dagli anni ’20 del secolo scorso, fino ai giorni nostri. Il primo protagonista è Daniel Sempere che nel 1945 viene portato dal padre in un luogo nascosto chiamato Cimitero dei Libri Dimenticati, dove si trovano migliaia di volumi al riparo dall’oblio e pronti per essere scelti da chi se ne prenderà cura per il resto della sua vita. Ma il ragazzo, all’epoca undicenne, sceglie un manoscritto “maledetto” che cambierà la sua vita per sempre perché le vicende narrate in quel passato contorto, troveranno parallelismi nel suo presente. Dopo L’Ombra del Vento, con Il Gioco dell’Angelo, torniamo indietro nel tempo, prima che Daniel entrasse in scena, per conoscere l’infelice storia di David Martìn, autore maledetto che molti definiranno pazzo a causa del suo presunto rapporto con questa figura misteriosa chiamata Corelli. Nel terzo volume, Il Prigioniero del Cielo, scopriamo il passato burrascoso del mitico Fermìn e i motivi del suo terrore per il terribile Fuméro, una vicenda che coinvolge lo stesso Martìn e altri autori dal destino infausto, racchiusi in un luogo di prigionia remoto e dimenticato dal mondo. Infine, il tutto termina e trova risposte ne Il Labirinto degli Spiriti dove le storie dei tre volumi precedenti si intrecciano per trovare ciascuno la propria conclusione, un epilogo che coinvolga tutti, anche nuovi personaggi, e dia risposte a domande che risalgono ad anni addietro.

Questa tetralogia, secondo me, è stata davvero appassionante e un libro tira l’altro, davvero. Zafòn ha la capacità di creare numerosi personaggi molto complessi, che evolvono nel corso della storia, che vivono vicende che si intrecciano fra loro in maniera esemplare, nel quale ogni dettaglio non è mai fine a se stesso, ad eccezione di alcuni episodi che secondo me potevano essere evitati, ma comunque la mestrìa con il quale unisce i destini delle persone, fa perdonare le sporadiche note stonate. Per me è un 4 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Mi ricordo che al liceo una professoressa, parlando delle motivazioni per le quali non amava gli scritti di questo autore, diceva che secondo lei a tratti le sembrava che allungasse il brodo per aumentare il numero delle pagine. La pulce è entrata nell’orecchio e ho cominciato anche io a farci caso: le storie, seppur interessanti, a volte contengono episodi che non servono a niente e riempiono interi capitoli, come l’incontro tra Martìn e Chloé nel secondo volume, che ancora non ho capito. Un’altro punto è che, quando si scrivono vicende che si estendono per tanti anni e con numerosi personaggi, a volte è difficile mantenere una logica costante. Nel secondo volume, il più triste a mio avviso, il cuore di David Martìn appartiene a Christina, considerando l’assistente Isabella come una ragazzina che si è presa una cotta per lui e per la quale manifesta un atteggiamento affettuoso e paternalistico. Successivamente la storia cambia, di Christina non si sente nemmeno più nominare, neanche per quanto riguarda il finale de Il Gioco dell’Angelo che la vedeva bambina affidata alle cure di Martìn, come maledizione di Corelli. A quanto pare Isabella e David hanno avuto una relazione e lo stesso Daniel sembra sia il figlio del celebre autore. Non so, mi sembra un cambiamento dell’ultimo volume per arricchire la trama. Stessa cosa per quanto riguarda il destino di Fermìn che prima succede ad Isaac dopo che questo muore, poi in realtà è stato lui stesso a cedergli il posto. Si sa che ha avuto 4 figli da L’Ombra del Vento, ma poi la sua famiglia prosegue la sua vita nel mistero. Altra cosa, ma quanto vive sto Julian Carax? 200 anni? Dopo 3 generazioni INIZIA ad invecchiare, aiutando l’ultimo erede Sempere a scrivere questa saga…Wow, auguri! Tutto sommato, parliamo sempre di inezie se pensiamo all’imponente lavoro di scrittura che c’è stato dietro.

Mi rendo conto che questo articolo può essere considerato più confusionario degli altri, ma la mole di argomenti era grande e non potevo parlare di un volume senza citare gli altri. Ho cercato di scrivere in maniera sintetica il mio punto di vista. Il mio preferito è stato Il Labirinto degli Spiriti, un po’ perché ricco di colpi di scena, un po’ perché per la prima volta abbiamo una protagonista donna non succube di qualcuno o povera vittima, o inutile, ma piena di carattere che sa il fatto suo, astuta e senza paura. Ma il personaggio migliore per me resta Fermìn, divertente, ironico e per questo, secondo me, il più difficile da descrivere.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, per chi non l’avesse ancora fatto, vi auguro anche una buona lettura dei libri 🙂

“Il tempo, comprese, fluisce sempre con velocità inversa alla necessità di chi lo vive.” Il Labirinto degli Spiriti, C. R. Zafòn