Gli irritanti cliché del tè

Non so voi, ma di libri che riguardano il tè in tutte le salse, ne ho visti parecchi. E non sto parlando di guide pratiche su come preparare il Breakfast tea inglese, ma di romanzi che ruotano intorno al mondo della lavorazione di queste foglie dall’aroma intenso. Uno di questi si intitola La Figlia del Mercante di Tè, di Janet Macleod Trotter.

Come tutti i libri sul tè, non può non avere un’ambientazione esotica, in posti che la maggior parte di noi non ha mai visto, in epoche non molto recenti. Qui siamo nell’India dei primi del ‘900, in una tenuta di famiglia dove si lavorano le foglie in maniera artigianale, con metodi antiquati, mentre intorno il progresso diventa soffocante. Il proprietario, pieno di debiti e di dolore per la perdita della moglie, si consola con fiumi di alcool, mentre le figlie si disperano. Un giovane imprenditore, tal Wesley Robson, si offre un aiuto economico in cambio della mano della maggiore, Clarissa, ma viene respinto in malo modo da padre e figlia. Alla fine l’anziano proprietario muore e le ragazze vengono spedite in Inghilterra a fare da serve nella locanda dei cugini, dove vengono trattate con cattiveria e disprezzo. Clarissa ottiene finalmente lavoro come governante del gentile avvocato Herbert Stock e, una volta rimasto vedovo, le chiede di sposarlo. Per lei questa è anche l’occasione di realizzare il suo sogno, ovvero aprire una sala da tè, che effettivamente riesce a realizzare, ma non ha vita facile, soprattutto quando Wesley Robson torna improvvisamente nella sua vita.

Il libro è carino, non così avvincente da ritenerlo uno dei migliori letti perché non è così. Purtroppo questi tipi di romanzi hanno dei cliché che si ripetono: tenute di coloni inglesi, ragazze strappate alla loro bella vita che ricordano con nostalgia, storie d’amore al limite dell’assurdo, protagoniste a tratti così ingenue da sembrare stupide…Insomma piacevoli da leggere, per carità, ma se posso scegliere altri titoli, lo faccio. Darei un buono, 3 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Entrando nel merito, sarò un po’ troppo cinica, ma trovo estremamente irritanti come si comportano talvolta le protagoniste di questi romanzi. Allora, partiamo dal fatto che Clarissa in tutto il romanzo si cerca sempre di dipingerla come la santa e già questo di per sé rende fastidioso il personaggio. Non mi è ancora chiaro il motivo che la spinge ad odiare tanto Robson, che dal canto suo le è stata fin troppo dietro risolvendo tutti i suoi casini, aspettandola con pazienza e amore. Sì, perché lui alla fine era davvero innamorato, ma nessuno gli ha dato modo di dimostrarlo. La “dolce” Clarissa accetta di sposare l’avvocato solo per il tornaconto personale, quindi fammi capire: all’inizio della storia era una questione d’onore e ci sta, anche a costo di perdere tutto; adesso, siccome vuoi a tutti i costi la tua sala da té, allora cambiamo le carte in tavola? Sto poverino fra l’altro, consapevole di non essere ricambiato allo stesso modo, per paura che rimanga incinta e muoia come la prima moglie, manco la tocca. Non entro nel merito, ma già detta così è assurda la questione. Infine, quando Clarissa non ha più un tubero fritto e si rende conto di essere sola, si accorge di cosa? Toh guarda, c’è quello scapolo di Wesley ancora libero! Secondo me sono innamorata…In tutto questo Olive, che per la prima parte del romanzo ha la personalità profonda come una pozzanghera, ad un certo punto e giustamente, prende in mano la sua vita e sposa l’uomo che ama. Il dialogo migliore? quando inveisce contro la sorella perché è stanca di vivere alla sua ombra!

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro, se ci riuscite! 😀

“Sarai anche mia sorella, ma non hai idea di cosa voglio io dalla vita. Non passi nemmeno cinque minuti a parlare con me, altrimenti sapresti che sono innamorata di Jack. Detesto vivere qui come una povera orfanella imparentata con gli Stock, passando il tempo a dipingere bei quadri per te, che ti sei sposata al meglio e ti aspetti la mia eterna riconoscenza!” La Figlia del Mercante di Tè, J. M. Trotter

L’orrore nascosto per 10 anni

Questo mese, nella sezione Il Libro Ritrovato, vi presento un altro thriller ansiogeno che tiene incollati fino all’ultima pagina. Un’altra storia di cronaca nera alla ricerca di oscuri segreti per svelare verità tenute nascoste per troppo tempo. Sto parlando de Il Bambino Silenzioso di Sarah A. Denzil, un best seller in Uk, USA e Australia.

Il piccolo Aiden sparisce da scuola durante un’alluvione, cade nel fiume e annega; poco tempo dopo, durante la disperata ricerca del corpo, viene ritrovato solo il suo cappotto rosso mentre fluttuava lungo il fiume Ouse. Si comincia a pensare alla sparizione, ma dopo continue ricerche a vuoto, viene dichiarato morto. Emma, la madre, dopo dieci anni sembra finalmente riuscita a riacquistare un po’ di serenità: è sposata, incinta e le sembra di aver preso finalmente il controllo della sua vita, quando…Aiden ritorna! Il ragazzo è traumatizzato e non parla con nessuno, anzi, sembra del tutto indifferente a ciò che lo circonda. Ma ciò che non esprime a voce, lo rivela il suo corpo, martoriato dalle violenze subite, ci fa comprendere che non è mai annegato, ma è stato prigioniero in tutti quegli anni. Ci si chiede chi possa aver commesso un crimine tanto orrendo in una cittadina così piccola.

Già dalla trama è una storia che colpisce e vi garantisco che i colpi di scena non mancano, anche se per una certa parte del romanzo il ritmo è piatto, seppur leggero in termini di scrittura, e alcune cose mi hanno fatto storcere un po’ il naso per la loro mancanza di logica. Un altro punto a sfavore e questa è una cosa molto personale, non amo leggere le parolacce nei libri e questo penso ne sia fin troppo pieno. Del resto, per gli amanti del genere, è sicuramente un romanzo apprezzabile. Voto 3,5 su 5.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Ho citato dei punti che mi hanno fatto storcere il naso e vorrei entrare un po’ più nel merito. Prima di tutto devo dire che già prima della metà del libro sospettavo che Jake nascondesse qualcosa di losco dietro la sua facciata da perfettino, perché la sua ossessione per l’ordine nella sua vita era fin troppo maniacale, come costruita e questo quantomeno insospettiva. Tuttavia, apprezzo il fatto che l’autrice abbia messo praticamente due assassini con un duplice colpo di scena: l’intenzione di Jake era proprio quella di uccidere Aiden spingendolo nel fiume, mentre il rapitore ha approfittato della situazione senza nemmeno essersi messo d’accordo con lui. E chi è il depravato? Hugh, l’amico! Ecco una delle cose che mi ha fatto storcere il naso, cioè questo va in giro per il mondo, intanto viene interrogato il pianeta terra, ma nessuno si prende la briga di chiamarlo o richiedere la sua presenza al commissariato. In fin dei conti era un amico di famiglia, quindi sospettabile anche lui e se avessero provato a telefonargli, già le mancanze di risposte avrebbero dovuto far insospettire. Altra questione, Jake aveva un box poco fuori città in una zona di spacciatori e questo non ha mai insospettito nessuno? A Emma è venuto in mente di controllare se davvero lavorava a York e non alla polizia? E il bunker dove stava Aiden? All’inizio ci fa capire che si tratta di un posto sperduto e lontano nei boschi, poiché nonostante sia stato setacciato da cima a fondo, non è stato trovato nulla di sospetto. Alla fine del romanzo, in qualche minuto viene raggiunto a piedi da Emma in travaglio (!!!) e Aiden, in una radura. Sul finale poi, invece di incastrare anche quella pazza di Amy che è stata complice del maniaco, magari semplicemente registrandola mentre confessa candidamente, le dice semplicemente di andarsene. Bho…In conclusione, c’è da dire che non è facile narrare una storia così complessa, senza che ci siano dei punti che stonano e, inoltre, persino nella realtà nelle indagini vengono commessi degli errori grossolani che non permettono di trovare i colpevoli per anni, se non per sempre.

Vi ringrazio per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Una reazione tipica dell’opinione pubblica inglese, pensai. Pretendono gratitudine in cambio della loro attenzione. Un ragazzino è stato rapito e torturato per un decennio e si sentono tristi per questo. Buon per loro. Così dopo aver provato tutta questa tristezza vedono il ragazzo in questione insieme alla madre e sentono il bisogno di sottolineare l’ovvio: si sentono tristi. Non è orribile, ti dicono? Sì, sì, è molto triste e davvero orribile, grazie per come vi sentite. Ma se non li plachi, allora vai a quel paese te e il tuo bambino.” Il Bambino Silenzioso, S.A. Denzil

La non-leggenda di Re Artù

Per scegliere la lettura mensile per bambini, sono andata a pescare romanzi remoti risalenti alla mia infanzia e a quella dei miei fratelli. Proprio quel che si dice “un libro ritrovato”! Questa volta però l’ho trovato a casa dei miei genitori, un po’ impolverato su una mensola in mezzo ad altri volumi e, sarà per la celeberrima storia che narra, sarà perché ero curiosa di leggere qualcosa che fosse un sunto di questa, ho deciso di prenderlo. Si tratta de La Leggenda di Re Artù distribuito dalla GIUNTIscuola insieme al libro delle vacanze estive Il Mago Blu.

Non so quanti bambini all’epoca abbiamo passato l’estate con quel libro. Fra questi di sicuro ci sono mio fratello e mio marito che ancora si ricordano le pagine di esercizi e i volumi allegati. Quello che ho preso io era adatto a bambini di quarta elementare, un piccolo manoscritto di 124 pagine con esercizi alla fine.

Sulla leggenda di Re Artù ne hanno fatte di tutti i colori, dai romanzi ai film, fino alle serie tv e devo dire, sinceramente, che a parte leggere qualche spunto qui e là dei cavalieri dediti al Santo Graal (come nei romanzi di Calvino) o del mago Merlino, non sapevo molto di più. Con grandi aspettative, ho pensato di poter trarre un’infarinatura generale attraverso un libro per bambini e sono rimasta davvero molto delusa. Comincio col dire che a mio avviso non mi sembra per nulla adatto al pubblico per il quale è destinato e, lungi da me fare un’analisi da esperta dell’età evolutiva, che non mi compete affatto, vorrei solo spiegare le ragioni di questa mia personalissima opinione. Prima di tutto il titolo davvero fuorviante perché parla della leggenda di Re Artù, ma a parte nella parte iniziale e finale del racconto, per il resto rimane una figura di sfondo quasi inutile. Semmai poteva intitolarsi “Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda“, avrebbe avuto più senso. In secondo luogo, man mano che proseguivo con la lettura, ho capito che forse sarebbe troppo pretenzioso riassumere un classico così lungo in appena 124 pagine e, difatti, quella che ne risulta è una successione ansiogena di eventi, a volte narrati in maniera sconnessa fra loro, con salti temporali incomprensibili, che ho fatto fatica a seguire io che sono adulta, figuriamoci un bambino di 9 anni! Altra cosa, la celebrazione continua di credenze di stampo cattolico che hanno reso questo libretto quasi alla pari di un manuale di catechismo. Per ultimo, illustrazioni in bianco e nero fatte benissimo, per carità, ma tristissime e per nulla invitanti se ci si mette nei panni di un bambino che deve essere invitato alla lettura. Per queste ragioni e per la prima volta, do il minimo come voto. E devo dire che sinceramente ci sono rimasta male, perché non avrei creduto di imbattermi in una lettura così poco piacevole, soprattutto trattandosi di un testo dato come compito a centinaia di scolari.

Perciò, considerato quanto scritto sopra, consiglierei di far leggere questa storia una volta raggiunta l’età giusta per capire manuali un po’ più impegnativi, per avere un quadro completo di una leggenda che si tramanda da secoli, cosa che forse farò anche io. In ogni caso, ci tengo a precisare che si tratta di un’opinione personale, come ogni mia recensione, pertanto sono consapevole che le mie considerazioni possono essere considerate sbagliate e non condivisibili.

Comunque vi ringrazio per aver letto l’articolo e vi auguro una buona lettura di altri libri 🙂

“Meraviglia! Nel centro della piazza c’era una roccia maestosa, mai vista prima, e sulla roccia poggiava un’incudine e nell’incudine era piantata una spada splendente. Nessuno osava avvicinarsi.” La leggenda di Re Artù, GIUNTIscuola

Robot: progresso o minaccia?

Per il mese di settembre ho deciso di proporre un best seller che ha fatto la storia per quanto riguarda le leggi della robotica. Un titolo che ha ispirato l’omonimo film con Will Smith, le cui analisi ho portato all’esame di terza media (si ero una secchiona :P). Sto parlando di Io, Robot di Isaac Asimov.

Per chi non l’avesse letto, dovete sapere che è stato scritto nel 1950 segnando una rivoluzione nel genere perché per la prima volta vengono formulate e applicate le tre celeberrime Leggi della Robotica, norme che regolano il comportamento della “macchine pensanti”, la base di tutta la letteratura e filmografia che ne seguì. Quali sono le tre leggi? 1. Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno; 2. Un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che contrastino con la Prima Legge; 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.

Sulla base di queste, prende vita il romanzo che è una raccolta di storie che mostrano con ironia e divertimento, i lati bizzarri e ambigui della natura umana. Nei racconti di Asimov abbiamo dei robot che entrano in conflitto con le Leggi in svariati modi, a dimostrazione del fatto, per ammissione implicita dell’autore, che l’essere umano non può tener conto delle infinite variabili del caso. Si possono creare macchine sulla base di proprie leggi morali? Sì, ma quanto più queste diventano sofisticate, tanto più il paradosso non tarda a manifestarsi. Un romanzo da pieni voti che tutti dovrebbero leggere, soprattutto in un’epoca di continui progressi tecnologici come la nostra.

ATTENZIONE, SPOILER IN QUESTO PARAGRAFO!!! Vorrei aggiungere un piccolo confronto con il film che ha preso lo stesso titolo del romanzo, diretto da Alex Proyas, dove fin dall’inizio abbiamo un poliziotto diffidente nei confronti delle “macchine” a causa di esperienze personali. Come nell’antologia di Asimov e secondo la logica dell’ultimo racconto Conflitto Evitabile, anche qui le tre Leggi entrano in conflitto con l’AI Viki presente nella US Robotica. Gli esseri umani, nella loro ambizione e, talvolta, presunzione, non tengono conto del fatto che essi stessi rappresentano un pericolo per la loro razza, costringendo i robot a prenderne il controllo e, nel caso, eliminare chi costituisce una minaccia. Così, mentre nei racconti del celebre autore, ogni conflitto viene risolto, in maniera utopica direi, grazie all’ingegno degli esseri umani che comunque dimostrano ancora una volta la loro superiorità, nonché complessità unica della propria mente, nel film il tutto viene risolto resettando come un virus il cervello di Viki. Niente test di logica, niente risoluzione utilizzando l’intelligenza, perché effettivamente l’AI non aveva tutti i torti: gli uomini si autodistruggono davvero e forse, nella loro ambiguità, non sono ancora pronti a far fronte a questo nuovo tipo di tecnologia. Da notare che nel film l’ago della bilancia pende a favore degli uomini, anche grazie al contributo di Sonny, unico androide dotato di sentimenti, una specie di umano 2.0, che con inganno riesce a salvare la pelle alla Calvin e Spooner. Penso che sia il libro sia il film forniscano degli ottimi spunti di riflessione…

Grazie per aver letto l’articolo, vi auguro una buona lettura del libro 🙂

“Il robot aprì le mani a ventaglio con un gesto di disapprovazione. -Non accetto spiegazioni assurde solo perché mi siete gerarchicamente superiori. Ogni teoria deve avere un supporto razionale, altrimenti non è valida. E che mi abbiate creato voi è un’ipotesi che contrasta con tutti i principi della logica.” Io, Robot di I.Asimov